martedì 7 gennaio 2014

Una mostra e un cofanetto con sei dischi festeggiano la Ecm

«Selected Signs III-VIII». Sei cd in cofanetto, una veste candida che più sobria ed essenziale non si potrebbe. Unica concezione al visivo, una costellazione di puntini congiungendo i quali si delinea la scritta ECM: tre lettere quasi invisibili, di colore bianco su bianco, ma che occupano l'intera copertina. 


I sei cd sono il commento sonoro di una mostra intitolata per l'appunto Ecm. A Cultural Archaeology, tenutasi alla Haus der Kunst di Monaco di Baviera fra novembre 2012 e febbraio 2013. 
Si sa. La celebrazione e l'autocelebrazione sono momenti imprescindibili nel diario quotidiano che, nella vita delle società, registra l'interminabile divenire della cultura. Forse è così da millenni, ma da che la cultura è diventata un'industria, e poi da quando il mercato è diventato dominio dei media, le celebrazioni, le esposizioni, gli eventi dietro la motivazione nobile, lasciano spesso intravedere una sfumatura più o meno dissimulata di spirito mercantile che talvolta riesce ad appannare anche i soggetti più immacolati e degni di lode. 
Figuriamoci poi una mostra dedicata a un'etichetta discografica! Per sociologi ed estetologi, pensare alla «casa discografica» come al paradigma stesso dell'industria culturale più scopertamente votata a trarre il massimo profitto dalla produzione e vendita dei propri articoli musicali è quasi un riflesso automatico. 
Ma si tratta di uno stereotipo che racchiude troppi fraintendimenti e generalizzazioni. La musica di un'epoca. Un fatto è certo: la storia della musica che racconterà la nostra epoca non potrà non occuparsi di case discografiche e produttori, così come per i secoli scorsi ci si occupava di editori e compositori. E sarà un racconto avvincente, dove, come in passato, ci saranno eroi e affaristi, geni misconosciuti e ciarlatani baciati dalla fortuna. 
E chi racconterà questa storia, portandosi sulle spalle il proprio armamentario di idee e preconcetti, dovrà ben guardarsi dalle troppo facili equazioni, dal misurare il valore col metro del successo o, viceversa, dall'identificare nella hit parade il regno dell'effimero, l'antitesi dell'arte; in contrapposizione alla «nicchia», all'élite come ultimo rifugio di una superstite musica d'arte. 
Piaccia o no, ci sono case discografiche che hanno cambiato e che letteralmente hanno fatto la storia della musica del nostro tempo. 
È evidente dove vogliamo andare a parare: l'Ecm, etichetta fra le più raffinate e innovative, ma al tempo stesso più popolari degli ultimi decenni, fondata a Colonia nel 1969 da Manfred Eicher che da allora ne è stato il produttore e pigmalione, è una di queste case discografiche. 
Il suo ruolo e la sua influenza sull'evoluzione della musica degli ultimi quarant'anni sarà anzi è già oggetto di studio e discussione, ma sarà impossibile negarne la portata. Non si tratta solo e non tanto di quel sound particolare, evocativo di grandi spazi incontaminati. E neppure dell'aver affermato un'immagine e uno stile di comunicazione distaccato, anodino, addirittura estetizzante nel suo segno così essenziale. 
Un tratto decisamente in contrasto col tono caldo e accattivante e, non di rado, addirittura urlato delle majors, che anche per la «classica» applicano ormai disinvoltamente il primo comandamento del marketing: «per vendere più copie, carne di donna in copertina». Non sono questi i punti essenziali; c'è ben altro. 
Fu a San Silvestro del 1969 che uscì Free at Last di Mal Waldron, il primo long playing targato Editions of Contemporary Music, cioè Ecm. Da allora attraverso capitoli memorabili che hanno marcato i decenni successivi, l'Ecm ha costruito non solo la propria immagine, la propria griffe, ma anche una sua identità sonora vera e propria, un insieme di caratteri stilistici, un approccio, una ricezione, un modo di fruizione e, quindi, anche un «ascoltatore ideale» che sono assolutamente trasversali rispetto ai generi musicali comunemente intesi. 
In altre parole, il genere qui è la musica Ecm, i cui caratteri oltrepassano forme, linguaggi, epoche diverse e rimandano invece alla funzione, alla condotta di ascolto che quella musica suggerisce, al pubblico che essa coagula. 
Quella mostra di Monaco, allestita in occasione del settantesimo compleanno di Manfred Eicher rende omaggio a un'arte che chiamiamo fonografia e che sta alla musica come la fotografia sta alla pittura. Con la sua miriade di proposte musicali l'Ecm è l'opera di un artista che non è più solo musicista, o imprenditore, o ingegnere del suono, o designer. Ecm è un modello insuperato, forse un capolavoro, di branding discografico, cioè di autorialità del marchio, per cui un disco si qualifica innanzitutto (salvo eccezioni) in quanto Ecm, e solo secondariamente in quanto opera di questo o quel musicista. 
Compri Ecm e sai già cosa e come ascolterai, sai già che entrerai in un mondo sonoro dove non è più questione se la musica è classica o jazz, se è scritta o improvvisata o elettronica, se è nata dieci secoli o dieci mesi fa. Un mondo dove la musica, si tratti di Eleni Karaindrou o di Heiner Goebbels, di un anonimo spagnolo del XV secolo o di John Balke, ti propone o fors'anche ti impone un approccio, un atteggiamento, invitandoti alla contemplazione, all'immersione, a chiudere le porte, a dimenticare il frastuono della quotidianità. 
Non c'è quasi bisogno di sottolineare quanto di antico, di esteticamente «classico» ci sia in questo genere di discografia che pure ha sovvertito tutti i canoni. Chi ha l'età ricorda quando nel 1975 il nome di Keith Jarrett cominciò a correre sulla bocca di milioni di persone grazie a quel Köln Concert, di cui oggi qualche studente esegue la trascrizione al diploma di conservatorio. 
Nel 1984 mezzo mondo musicale rimase a bocca aperta (mentre l'altra metà storse la bocca) dinanzi alla modernità abbagliante, scandalosamente arcaica di Arvo Pärt e della sua Tabula Rasa. E dieci anni dopo, Officium celebrava l'irresistibile matrimonio fra la polifonia rinascimentale e il jazz scandinavo di Jan Garbarek. Fu il disco più venduto dell'Ecm, ma anche, per certi aspetti, il segnale che la seduzione Ecm rischiava di scivolare nella maniera. 
Un rischio che nella produzione degli ultimi anni è forse fin troppo presente. Ma sfogliare e ascoltare questi Selected Signs, distillati da Manfred Eicher lungo un arco che va dal 1976 al 2012, vuol dire abbracciare traccia dopo traccia il cammino percorso, il patrimonio, la ricchezza di questa esperienza; rivivere emozioni mai dimenticate, ritrovare dubbi mai risolti, scoprire brani e idiomi tuttora sorprendenti: Pärt, Kancheli, Karaindrou, Shostakovich, Steve Reich Heiner Goebbels, Nils Petter Molvær, Garbarek e tanti altri. 
È una summa, il memoriale di un'esperienza estetica che trasformando il pubblico e la nozione stessa di musica d'arte, ci ha suggerito che il nuovo in musica nasce da lì, più che a tavolino.
(Giordano Montecchi - L'Unità)

3 commenti:

  1. L'articolo non è male, si può accettare o meno. Certo, che qualcuno venga a raccontare che per ascoltare Sostakovic o Reich bisognava aspettare l'ECM fa dubitare dell'expertise, ma tant'è... E' ovvio che Montecchi (e forse, pure Eicher) non ricorda le parole sacrosante di Coco Chanel: "la mode se démode, le style jamais".

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  2. A me sembra che la Ecm goda da sempre di una stampa estremamente compiacente....

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  3. Be' la stampa, secondo un fenomeno non più italiano (d'altronde, la critica jazzistica e la musicologia africano-americana sono entità di valore piuttosto discutibile), tende ormai a riflettere il livello dei lettori, soprattutto di quella classe medio-alta che, sofferente del classico analfabetismo di ritorno, da tempo cerca una musica che abbia la parvenza di quella accademica senza imporne la complessità: la ECM è semplicemente l'ideale, in tale contesto. Buona parte della sua produzione è fenomenalmente adatta a dei parvenu (lo stesso Eicher, d'altronde, sembra avere tutti i vezzi del musicista accademico non propriamente riuscito), pur fatte le dovute eccezioni (che certamente ci sono).

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