venerdì 3 gennaio 2014

Se Obama è presidente il merito è (anche) del jazz

Sul sito de La Stampa è stata pubblicata una bella recensione del libro La Storia del jazz scritta dal compositore, pianista e critico californiano Ted Gioia. 

foto tratta dal sito de La Stampa

Uscita negli Stati Uniti nel 2011, fornita di un’ampia guida discografica e bibliografica, conosce ora la versione italiana, curata da Francesco Martinelli per la Edt in collaborazione con Siena Jazz.

Ecco un estratto dell'articolo:
Ma senza il jazz, il cittadino americano di origine africana Barack Obama sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti? 
Senza una musica che ha rappresentato per gli afroamericani - quando erano schiavi e anche quando, molto tempo dopo, diventeranno uomini liberi - non solo una identità innegabile, ma la prova evidente che un frutto della loro cultura era capace di conquistare la ribalta da protagonista, ovunque nel mondo e non per una sera soltanto.
Quando è nato il jazz? Gioia ne sposta l’inizio indietro nel tempo ed è la prima tesi innovativa del volume. New Orleans, 1819. 
La domenica mattina gli schiavi si riuniscono a Congo Square: ne hanno il diritto e lì ballano, suonano, cantano, improvvisano su strumenti costruiti utilizzando ogni tipo di materiale riciclato: legno, ferro, latta. 
Non sta nascendo soltanto una musica nuova, ma qualcosa di molto più significativo: «Poteva sembrare solo una festa, ma suonare un tamburo negli Stati Uniti del 1819, dove esplicite manifestazioni di africanità erano state altrove cancellate in modo sistematico e deliberato, era un enorme atto di volontà, memoria e resistenza». 
A Stono, nel South Carolina, era stato il suono dei tamburi a dare il segnale d’attacco della rivolta del 1739 contro la popolazione bianca.  
New Orleans: una città afosa, sporca, funestata da tifoni e epidemie, dove la mortalità infantile arrivava al 45% e la durata della vita media si attestava sui 40 anni; la capitale dei traffici mercantili lungo il Mississippi, ceduta e ritornata dalla Francia alla Spagna prima di diventare parte degli Stati Uniti, dove i bordelli sono un’impresa economica, i neri vanno in chiesa, africanizzano i salmi e, come scrive il grande etnomusicologo Alan Lomax, «il risultato è una musica potente e originale come il jazz, ma profondamente malinconica, perché creata dal canto di persone duramente oppresse». 
Dunque - ed è la seconda tesi originale di Gioia, che si apre a riflessioni attualissime - la cultura cattolica dell’accoglienza «fu una balia benigna per il jazz». Accadde a New Orleans perché lì più che altrove l’insieme delle influenza spagnole, francesi e africane aveva reso quella comunità multietnica particolarmente ricettiva....
(continua a leggere sul sito originario)  

A quanto pare la versione di uno storico accurato come Ted Gioia, differisce "appena" da quella di Renzo Arbore....

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