martedì 14 gennaio 2014

Kyle Eastwood – The View from Here

Il nome famoso, è solo una parte di ciò che Kyle Eastwood porta alla sua arte, le altre tre sono l'ingenuità della sua tecnica sul suo strumento scelto, il talento sfrenato per la composizione e la creatività delle idee che porta alla musica. Tutti questi aspetti di Eastwood sono eminentemente discernibili nella musica di The View from Here, un disco denso, pieno di allegorie musicali, ricco di allusioni e con un senso dell'umorismo malizioso, pur rimanendo sempre romantico nel senso più puro del termine. 


E' anche un album su cui Eastwood mantiene un grande senso di riserva, facendo raramente degli assolo e lasciando quel compito a due notevoli fiatisti: il sassofonista e co-compositore, Graeme Blevins e il trombettista e flicornista Quentin Collins. Quando il bassista decide di fare degli assolo, li esprime in brevi o lunghi fraseggi con note viscose, che si riscaldano e fanno le bolle come se fossero sbattute in un calderone magico sepolto nel cuore del suo basso acustico o elettrico.
Tuttavia, il suo playing è così schivo, che è facile dimenticare che questo è un album di un bassista; la cui musica è piena di interessanti colpi di scena e melodiche linee del basso, che accompagnano i fiati in un territorio ricco e radioso, quasi romanticamente classico e pieno di genuino sentimentalismo.
Sia che suoni l'incantevole contrabbasso, o il più elegante e audace basso elettrico, Kyle Eastwood sembra avere le dita per entrambi. Inoltre le sue sono le dita di un pianista.
La sua mano sinistra non è mai bloccata esclusivamente nel regno armonico ed anche quando lo è, è tutt'altro che prevedibile. Eastwood gioca con i colori, spesso trasformando i pezzi che sta interpretando in grandi tele musicali, su cui lui e gli altri personaggi principali percorrono linee che sono belle, impegnative e piene della vivacità e della verve dei ballerini eleganti.
Tuttavia, la mano sinistra è anche melodista, che rifiuta di essere pienamente controllata, come fa nella notevole raffica di "double-stops" e di ginnastiche polifoniche che ruzzolano dallo strumento alle mani di Eastwood in "Une Nuit au Sénégal" che è esclusivamente al basso elettrico, mentre sarebbe più facile se fosse eseguita da un pianista.
Su "Sirocco" e "The Way Home", Eastwood ripete delle prodezze tecniche che solo un pianista di abilità sublime avrebbe potuto affrontare. Trasferire tale tecnica ad uno strumento verticale e le cui corde devono essere manipolate da un'abile mano sinistra, mentre la destra è melodicamente in rivolta, significa mettere in mostra una straordinaria tecnica avanzata.
Eastwood passa molto del suo tempo - se non tutto - a Parigi in Francia. Egli è ora un parigino a tutti gli effetti, e ciò è intriso nell'aria romantica e nel classicismo della sua sub-cultura.
Ma è anche un viaggiatore itinerante alla maniera di Paul Bowles; infatti Eastwood è nativo in Egitto, così come in Senegal, e ovunque in Africa. Ha assorbito la luce e il buio di quel continente magico e mistico, in maniera ricca e notevole; questo emerge dalla musica che compone, illuminata con i colori ed i sapori di ogni angolo dei paesi in cui abita. Lo splendore misterioso di "The Promise" riesce a catturare il romanticismo di quel continente in modo profondo ed esistenziale.
Eastwood ottiene assistenza da musicisti eccezionali che lo accompagnano nella sua odissea musicale, ma è chiaro che è al comando della spedizione. "Sirocco" è anche meraviglioso, una composizione che cattura la ferocia e la brutalità del vento caldo e della polvere che soffia con esso, in tutta la gloria dei suoi colori.
"Luxor" ondeggia come il vento catturato dalla grande vela di una nave alla deriva a valle, con una musica spettrale, suggerita dallo squisito drum set di Martyn Kane. E così via... come se questo fosse un disco in continuo movimento, che non staziona quasi mai in un unico luogo e tempo.
Il senso di continuo movimento rende memorabile ogni viaggio musicale con Kyle Eastwood; nulla è scontato e prevedibile, e questo è chiaro fin dall'inizio di "From Rio to Havana". Questo, per esempio, è un pezzo scelto per un viaggio che sembra iniziare a Ipanema e trova la sua strada per le fresche acque del mare dei Caraibi.
Ma niente di tutto questo suona come Bossa Nova o Samba, o Son e Danzón, benchè tutto il romanticismo e il battito ritmico del Carnevale e del Tropicalismo del samba, ed il cuore pulsante delle percussioni sia tutto lì.
E questo è solo l'inizio. Il gruppo musicale si muove sensualmente da lì e non si ferma più, come una crociera musicale continua, che attraversa l'Africa rurale fino a tornare, apparentemente intossicata, dal viaggio oltreoceano.
Va ricordato che tutti i musicisti coinvolti, ad un certo momento sono accreditati con la musica di questo disco. Questo percorso musicale è comune, ed è ovvio che i musicisti costantemente condividano e si scambino idee.
Questo è ciò che rende questo disco così significativo: si tratta di un cammino condiviso, dove il processo di fare musica richiede la più ampia partecipazione dei musicisti, e questo risplende nel suono della sorpresa.
(Fonte Jazz da Gama)




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