venerdì 10 gennaio 2014

Giovanni Scasciamacchia - The Rainbow

Nella fase di transizione che portò il jazz degli anni ’40-’60 dal be-bop all’hard boppassando per il cool e traghettandolo nel modern jazz, una tipica formazione fu sicuramente il quintetto, ricordando tra pionieri e innovatori quelli creati da Charlie Parker, Miles Davis, Art Blakey e Horace Silver. 


Tali band vedevano spesso l’avvicendarsi di due strumenti a fiato, solitamente sassofono e tromba, volti a rimarcare un atteggiamento forte, energico e puramente improvvisativo.
Il batterista lucano Giovanni Scasciamacchia firma “The Rainbow” il suo nono album da solista, proprio nell’intento di rievocare quel periodo di totale sublimazione dell’arte improvvisativa e compositiva del jazz, che segnò il modo di suonare di ogni musicista che si rispetti. 
Non stanco da una recentissima produzione discografica con la band “The Smitherson” (sempre per l’etichetta “Fo(u)r”), qui mette in luce ancor più le sue caratteristiche essenziali di batterista virtuoso, energico e brillante, vero motore fondamentale di un album maturo e ben congegnato. 
Compone inoltre proprio la title track del disco, una lenta bossa dal sapore europeo con un tema emotivamente agrodolce e “In giro” un brano fast dalla melodia all’unisono semplice ma ritmicamente efficace. 
Escludendo “Giuseppes Borgo” un fast swing del magnifico sassofonista Jed Levy (che dedicò proprio al qui presente Giuseppe Bassi), che ricorda alla lontana lo standard “Speak Low” e il tranquillo “Young at Heart” dalle reminiscenze New Orleans del pianista Christopher Norton, i brani sono tutti di composizione originale. 
Un grande contributo lo dà la scrittura del trombettista e flicornista Giovanni Amato, grandissimo esecutore e compositore con moltissime esperienze di palco e in studio con i più noti musicisti jazz e non (tra i quali troviamo anche Gino Paoli, Mario Biondi, Max Ionata, Giovanni Tommaso ecc.). 
Il suo tocco di classe moderno, intimista e accattivante si nota in ogni suo arrangiamento (“Geki’s Moment”, “A Flight in the Soul”), spesso dalle atmosfere che sanno molto di cinematografia americana anni ’50 come si può notare nelle sottili modulazioni dal timbro vellutato del flicorno in “Romance”, tra ammiccamenti orientali e introspezioni malinconiche, il quale getta un ponte oltreoceano collegando così l’odierna partitura europea con il jazz da colonna sonora del noir americano.
Blues for Elvin” è una dedica inevitabile al grande batterista Elvin Jones, fautore di quel passaggio all’hard bop che in questo brano si respira ampiamente. Il suo strumento ben s’incastra con il sax (alto e soprano) dell’ormai celebre musicista pugliese Gaetano Partipilo in contrappunti e fiorettature melodiche armonizzate. 
La scelta della sezione fiati, infatti, non è affatto casuale, avendo entrambi personalità multiformi e distinguibili dal proprio stile: Amato, dai colori più cool, nostalgico, immaginifico; Partipilo più moderno, introspettivo, sfaccettato, il quale dimostra con il suo “Lunar” notevoli capacità compositive già ampiamente note in tante altre sue produzioni. 
A completare la sezione ritmica troviamo Pietro Lussu al piano, altro grande del jazz italiano dalle sonorità ritmicamente interessanti, poeticamente raffinato, coinvolgente e, ancora una volta da ribadire, moderno. Al contrabbasso Giuseppe Bassi, richiestissimo e versatile musicista (tra le ultime collaborazioni passa dal jazz mainstream di Roberto Gatto al neo-soul di Gegè Telesforo).
L’intero album è pervaso da differenti idee ritmiche che Giovanni Scasciamacchia rimodella con originalità, come fa con gli intenti latin e bossa sempre segnati da accentazioni dal gusto europeo, laddove il jazz resta un marchio distintivo nell’osmosi con le sonorità sudamericane. 
In altri momenti più prettamente swing che siano rilassate ballad o brani medium, fast bop, riesce sempre a mantenere una finalità costruttiva e comunicativa sia col tema che durante l’improvvisazione, dando sapiente prova di un magnifico interplay. 
Si ritaglia uno spazio per un solo dagli afflati afro, che ricordano il Max Roach più esigente, esclusivamente su “Giuseppes Borgo”, a dimostrazione del fatto che, nonostante la tecnica virtuosistica, il suo interesse è nel coltivare la coesione e la strutturazione d’insieme di tutto il quintetto, lasciando lo spazio improvvisativo ad altri e costruendo il background ritmico in continuo divenire, comunicando così in maniera pregevole con ogni strumento.
The Rainbow” apre uno spiraglio emotivo su tutti i colori del jazz, quello più adulto, intenso e intellettuale, lasciando intravedere la fine dell’arcobaleno sonoro come in ogni sogno di un ascoltatore attento e appassionato.

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