venerdì 16 novembre 2012

Terence Blanchard al Blue Note di Milano

Il trombettista di New Orleans Terence Blanchard, oggi forse la voce più alta dell'hard bop reinassance, suona un doppio set al Blue Note sabato 17 novembre, concedendosi anche una masterclass pomeridiana.


Terence Blanchard, uno dei trombettisti americani che oggi appare più attento alla tradizione dell’hard bop; insieme a Roy Hargrove e Wallace Roney, Blanchard è il custode della memoria di quell’epoca d’oro, anche se nell’evoluzione del suo percorso artistico si è interessato alla fusion e ha raggiunto la celebrità soprattutto per i soundtrack che ha firmato per Spike Lee.
Blanchard sarà a Milano venerdì 17 novembre, per un triplo appuntamento al Blue Note. Oltre ai due set serali, darà infatti vita a un masterclass, alle ore 17, aperto agli studenti di musica, in cui con la band suonerà i suoi brani, dando agli intervenuti la possibilità di fare domande su composizione ed esecuzione.
Terence è legato a doppio nodo a quest’intento didattico. È stato infatti direttore artistico del Thelonius Monk Institute of Jazz e nel 2011 è stato nominato alla direzione artistica dell’Henry Mancini Institute of Jazz della Miami University.
Il quadro che abbiamo tracciato farebbe pensare a un musicista di lungo corso. In realtà Blanchard è ancora relativamente giovane, dal momento che ha compiuto quest’anno cinquant’anni. Il dato anagrafico è sorprendente, quando si legge il suo nome accanto a quello dei due leader che lo tennero a battezzo all’epoca dei suoi esordi, Lionel Hampton e Art Blackey.
Terence infatti subentrò a Wynton Marsalis nei leggendari Jazz Messangers. Era il 1982, e per questo ragazzo della Louisiana, figlio di una cantante lirica e di un assicuratore, che già a diciott’anni si divideva tra la Lionel Hampton Orchestra e le lezioni di Bill Fielder e Paul Jeffrey, la possibilità di militare in un quintetto dove il sassofonista era Donald Harrison e il pianist Mulgrew Miller, aiutò tecnicamente a soprattutto compositivamente a crescere con grande rapidità.
Harrison e Blanchard fecero coppia nei Jazz Resurgence e incisero cinque album assieme negli Anni Ottanta.
Poi il trombettista puntò sulla carriera solista, iniziando anche a scrivere colonne sonore in toto, come fece nel 1991 con Jungle Fever. Spike Lee lo aveva visto suonare in Do the right thing e Mo’ Better Blues, e vogli affidargli gli scores di tutti i suoi film, da Malcom X a Clockers, da Summer of Sam a La venticinquesima Ora, sino a Inside Man.
Un significato particolare assunse il suo lavoro per il documentario di ben quattro ore che Spike Lee girò dopo l’uragano Katrina: il trombettista comparve insieme alla madre davanti alla telecamera, dividendo così l’emozione straziante della loro casa di famiglia completamente distrutta.
Sotto il profilo squisitamente artistico, Blanchard appare oggi come un musicista straordinariamente ecclettico. Accompagna le migliori voci femminili, da Diana Krall a Dianne Reeves a Cassandra Wilson, si esibisce in quintetto o presta il suo talento alle operazioni più improbabili, come quando ha suonato la parte di tromba dell’alligatore nel cartoon Disney La principessa e il ranocchio.
I suoi modelli restano Miles Davis, soprattutto quello di “Four and More” e il Clifford Brown di “Sweet Clifford”. Il quintetto di Miles (quello con Coleman, Hancock, Carter e Williams) rappresenta il modello di formazione a cui tende.
A Milano lo affiancheranno il pianista cubano Fabian Almazan, anch’egli un compositore estremamente abile, a fronte della giovane età, dal sax di Brice Winston, musicista di Tucson che personalmente ricordo al fianco di Jill Scott nel meraviglioso album di r’n’b “Beautifully Human Part 2”, il giovane bassista Josha Crumbly (andatevelo a sentire suonare in elettrico “Smell like teen spirits) e il batterista Kendrick Scott, di cui consigliamo la scoperta di “The Source”, il lavoro realizzato alla guida dei suoi Oracle. Una formazione in grado di far rivivere la grande stagione dell’hard bop.
Nelle sue interviste Terence consiglia ai più giovani di ascoltare esclusivamente un solo disco, sino a capire non solo le parti soliste, ma tutti gli elementi del fraseggio, che sono la cosa più complicata da imparare.
Questo formidabile, lucido e modesto maestro di jazz, che si è sempre attenuto alla scuola dei più grandi, merita che lo andiamo ad ascoltare.

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