lunedì 26 novembre 2012

Intervista a Franco D'Andrea

Sul sito Andymag è stata pubblicata una bella intervista al grande Franco D'Andrea. 



Partiamo da Milano allora.
Milano è stato il mio ultimo parcheggio, ci sono arrivato nel 1976 e non fu affatto facile. A Merano fino ai vent’anni, poi un paio d’anni a Bologna, ufficialmente per frequentare l’Università…poi dal 1963 a Roma, le due città in cui è realmente avvenuta la mia formazione di jazzista. Arrivai a Milano subito dopo la fine del Perigeo. Fu una scelta dettata da esigenze famigliari. Marta, mia moglie, è milanese, avevamo già il primo figlio e a Milano avremmo avuto l’aiuto dei nonni che poteva compensare il mio essere spesso fuori di casa. La realtà però fu un po’ diversa…
Vale a dire?
Non conoscevo Milano, e Milano non conosceva me. C’ero stato un paio d’anni nel 1966/67 per un ingaggio all’Intra’s al Corso, un club gestito da Enrico Intra in Galleria del Corso in cui c’era l’abitudine di tenere una home-band, cosa oggi impossibile da pensare ma che allora esisteva. Punto nevralgico anche perché era la zona delle case discografiche. Per un paio di stagioni feci quindi parte del quartetto di casa con Gianni Basso, Giorgio Azzolini e Gil Cuppini. Quando tornai per stabilirmi ero un pesce fuor d’acqua. Si erano dimenticati di me, ero vissuto come un romano e questo non era un gran presupposto. Inoltre venivo dall’esperienza del Perigeo, un aspetto molto discutibile per la comunità più ortodossa. Insomma la frittata era fatta! (ride). Arrivai a Milano ma praticamente non lavoravo quasi per niente e questo durò per almeno un paio d’anni. Per fortuna lavorava un po’ più Marta e quindi riuscivamo ad andare avanti. Ero vissuto un po’ come un marziano. Facevo qualcosa con Basso o altri che mi permettevano di lavorare ma ero come un panchinaro continuo. Fu un periodo oscuro, non dal punto di vista musicale perché elaboravo cose, ma nessuno mi dava retta.
Chi l’avrebbe mai detto…e poi cosa accadde? In che modo riuscisti a entrare nei favori di una Milano che allora era una piazza importante?
Fu Sergio Veschi a ripescarmi dal buco nero in cui mi ero involontariamente cacciato. Lui mi conosceva per il Perigeo, ma cominciando a far funzionare la Red Records era nell’ambiente e a conoscenza di quanto accadeva nel circuito. Venne quindi in possesso di una copia del disco Modern Art Trio che non si sa bene perché nel 1978 venne ristampato. Alla Vedette qualcuno si era ricordato di avere quel disco in catalogo. Ascoltatolo, Veschi rimase stupito del fatto che il pianista del Perigeo sapesse fare ben altro rispetto a quella musica, innovativa sì, ma vista con un po’ di sottecchi. E che questo pianista fosse a Milano senza che se ne sapesse nulla. Si fece vivo insieme ad Alberto Alberti. Dopo un po’ mi propose di entrare nella sua etichetta e iniziai a beneficiare delle sinergie con i festival che questo comportava. Ricordo ancora con immenso affetto sia Veschi che Alberti. Da lì, mi si aprirono le porte della città, compreso il Capolinea che fino ad allora mi era assolutamente precluso. 
Tu fai parte della prima generazione di jazzisti italiani a tempo pieno, eppure c’è almeno un altro episodio che rievoca le tue scelte di carriera e l’attaccamento alla famiglia.
Accadde con Johnny Griffin quando ero a Roma, città incredibile negli anni Sessanta e Settanta. Avevo suonato con lui in diverse occasioni importanti e ci eravamo trovati bene. A quel punto in Europa i festival cominciavano a diventare vetrine sempre più importanti e annoverare star americane dava un lustro notevole. Griffin mi propose allora di entrare a far parte stabilmente del suo quartetto. Confesso che tentennai un po’, anche perché Griffin in quel periodo era richiestissimo e per me sarebbe stato un lancio senza paragoni sul palcoscenico internazionale. Avevo però deciso di sposarmi e girare il mondo come una trottola mal si addiceva a questo desiderio. A onor del vero ci fu anche un’altra ragione che mi spinse a rifiutare quell’offerta, e fu di carattere più squisitamente estetico: suonare con Griffin era piacevole ma la sua musica rientrava pienamente in un concetto di mainstream ed era chiaro che non avrebbe modificato la sua formula nel tempo. Io invece cominciavo a sentire sempre più forte la voglia di sperimentare cose nuove e linguaggi un po’ più azzardati come poi avrei fatto. Entrare nel quartetto mi avrebbe un po’ ingabbiato....
(Continua a leggere sul sito originario)

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