mercoledì 28 novembre 2012

E allora? Miles Davis e la letteratura

E Allora? Questo breve saggio è una ricognizione del rapporto tra Miles e la letteratura. E’ stato pubblicato nel recente libro curato da Guido Michelone e Gianfranco Nissola, Miles Rewind, una ricognizione sul lavoro di Davis scaturita da un convegno e dal progetto musicale curato da Roberto Chiriaco con musicisti quali Ponissi, Di Gregorio, Merlin...(potete trovare più info qui: http://www.milesrewindproject.net/)


Sei un musicista?” mi chiese, osservandomi curioso, mentre masticava con tenacia il cibo.
No, sono un poeta”, risposi.
Mi prendi per il culo?”disse, questa volta guardandomi più serio catturando la mia immagine sulle lenti scure degli occhiali, per poi rimettersi a mangiare.
Ecco come si svolse il primo incontro tra Quincy Troupe, futuro redattore materiale dell’autobiografia del Divino, e lo scontroso Principe delle tenebre.
Troupe ha raccontato il “suo” Miles Davis in un frizzante libro di ricordi. Cercando il Davis nella letteratura non accenderemo però i riflettori sulla autobiografia o sull’ennesimo libro che spiega Kind Of Blue. Ci rivolgeremo invece a quegli autori che hanno subìto il fascino di Davis e l’hanno reso protagonista delle loro invenzioni artistiche: dalla poesia, al racconto, al romanzo.
Miles si esprimeva in modo colorito e teneva alla larga chi non gli garbava, sono fatti noti. D’altro canto, nelle manifestazioni d’intemperanza o nei giudizi, era di tagliente intelligenza. Al batterista-giornalista Art Taylor, che lo interrogava sui propri passatempi, disse: “ridere dei bianchi alla televisione. E’ il mio hobby principale. Tutto lì. E guidare la mai Ferrari. Mi piace guidare la Ferrari, non voglio guidare nient’altro. E’ una buona macchina, veloce”.
Ecco il Davis che ha ispirato gli scrittori e parole che illuminano il suo rapporto con l’America bianca e razzista, spiegando al contempo la qualità dei suoi gruppi: formidabili come Ferrari.
I trombettisti si sono sempre mostrati sensibili alla parola scritta. Nel catalogo degli autori di un’autobiografia spiccano gli squillanti nomi di Louis Armostrong, Dizzy Gillespie, Buck Clayton, i racconti farmaceutici di Chet Baker, la prosopopea di Wynton Marsalis, le scorribande geografiche del russo-americano Valery Ponomarev. Tra gli italiani abbiamo Fresu e Rava.
Tra le biografie bisogna citare quella di Natalia Sazonova sulla vita di Eddie Rosner, perseguitato prima da Hitler e poi da Stalin e la vicenda in stile juvenile delinquency di Lee Morgan, ricostruita nei dettagli non proprio edificanti dal giornalista Tom Perchard.

Torniamo all’uso letterario della figura del jazzista. Il primo trombettista a beneficiarne è stato il mitico primo musicista a suonare jazz a New Orleans. Buddy Bolden’s Blues (Garzanti, 1998) di Miichael Ondaatje, autore del Paziente inglese, rimane forse il più intenso ritratto di un musicista malato di mente e di un’arte colta nei suoi arcaici primordi.
Torniamo a Miles Davis per segnalare il romanzo di Walter Mauro che scatta una istantanea della liaison dangereuse tra Juliette Gréco e Miles Davis. Miles giunge nella Ville Lumière per dei concerti. Parigi, 1949: crocevia unico di intellettuali. Le arti fiorivano grazie a Picasso, Camus, Queneau, Sagan, Aragon. C’erano anche jazzisti espatriati come il batterista Kenny Clarke. L’arte e la filosofia dialogavano ai tavoli del Flore o del Deux Magots dove Simone de Beauvoir, Maurice Merleau Ponty, Frantz Fanon e Raymond Aron discutevano sotto l’egida di Jean Paul Sartre e poi scendevano nelle caves ad ascoltare musica. Lì cerimoniere diventava Boris Vian, personaggio che riassumeva in sé tutti i caratteri del quartiere latino. Ingegnere, ribelle alla professione “borghese”, cultore della vita notturna, viveva in un perenne stato di effervescenza: componeva canzoni, cantava, suonava la tromba, scriveva poesie, racconti, romanzi e critica jazz. Era il folletto di St. Germain-de-Prés, mentre Juliette Gréco conquistò col suo fascino il titolo di angelo.
Walter Mauro, critico letterario e cultore di jazz, ha scelto di riportare questo mondo come sfondo di una storia d’amore; tanto esile nei suoi pochi giorni di durata, quanto importante per i protagonisti: Miles e Juliette. Giovani, creativi, sfrontati. Miles non era il divino ma solamente un bopper inquieto. Juliette non era la Gréco interprete di Prévert. S’innamorarono delle loro bellezze e le esplorarono silenziosamente, privi di una lingua comune a permetter loro di conoscersi diversamente da quanto facevano i corpi.
Fu un amore esistenzialista: chiamava in causa la libertà che Sartre stava ripensando ne l’Essere e il nulla.
Perché tu e Juliette non vi sposate?” Chiese il filosofo. Miles rispose che non voleva condannarla all’infelicità. Era una questione di colore: l’America degli anni Quaranta non poteva accettare un matrimonio interrazziale. Il loro divenne l’amore mancato di una vita. Raggiunta la celebrità, entrambi si esibivano a distanza in Autumn Leaves, senza mai trovarsi. Mood triste in terra di Francia, colto da Jean-Claude Izzo, che vi ha costruito uno dei noir della sua trilogia marsigliese, davisiano fin dal titolo: Solea.
Altro brano nel titolo e atmosfera anche per On Green Dolphin Street del romanziere britannico Sebastian Faulks. Di autori italiani sono invece due racconti brevi dove Miles rappresenta lo spigoloso protagonista assoluto, pur essendo solamente evocato da altri personaggi. In Ubriachezza delirante, contenuto nella raccolta A Duke Ellington non piaceva Hitchcock di Aldo Gianolio, tre jazzisti litigano a proposito di Miles Davis. Tony (evidentemente Scott, il clarinettista) declama con enfasi la sua teoria estetica: “Nel jazz sono benvenuti gli eccessi di espressività, le voci roche di Bubber Miley e di Billie Holiday. Ma agli errori di tecnica ci si bada, eccome! E, per essere più esatti, si bada agli errori incoerenti di tecnica. Monk, per esempio, il grande Monk, fa degli errori di tecnica, ma sono coerenti con la sua musica. Miles scrocca solo perché non riesce a non scroccare”.
Devozione assoluta per il mito Davis si respira nel racconto di Luca Ragagnin Pistoni Bastardi. Miles è un modello per generazioni di jazzisti, ma anche di scrittori e di semplici fan e non è solo una questione di musica, ma di stile. Amiri Baraka, autore con il primo nome di LeRoi Jones del saggio Blues People (1963), lo spiegò nell’elogio funebre, scritto nei giorni della dipartita di Davis, nel 1991: “E dopo ogni cambio, ogni fase, c’era una strada che mi andava. Quando ti ascoltavo da ragazzo. Poi ti ho visto. Eri proprio me stesso. Eri uno dei pochi cui potevo permettere di essere me. Adesso qualche fotti mamma viene a dirmi che te ne sei andato. No. No. Miles. Te ne sei andato? Dunque devo arguire che di ganzate veramente ganze non ce ne sono più”.
Ecco il linguaggio che piaceva a Miles! Questo scritto, fortunatamente tradotto in italiano, si trova nel volume Amiri Baraka. Ritratto dell’artista in nero.
Impossibile elencare i poeti che hanno tratto ispirazione da Davis: Gregory Corso, David Jauss, Frank O’ Hara, Robert Hayden, il già citato Baraka e il contemporaneo Eugene B. Redmond. Purtroppo, fedeli all’impostazione di questo breve excursus, preferiamo chiudere in prosa, con un volume particolare, pensato per i bambini dai 6 anni in su. Miles in questa favola illustrata è un bambino scontroso che apostrofa tutti gli altri ragazzini con la frase, sempre uguale: “Beh, e allora?” (La celebre So What di Kind of Blue). Questo moccioso impertinente però inventa i giochi più divertenti -spiega la voce narrante - e tutti i ragazzini del quartiere vogliono giocare facendosi guidare da lui. Esiste un modo migliore per spiegare Miles Davis?

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