mercoledì 21 novembre 2012

Dee Dee, le incantevoli ali di un grande canto jazz tra ragione e sentimento

Sul sito de Il Giornale di Vicenza è stata pubblicata una bella recensione del recente concerto di Dee Dee Bridgewater a Vicenza.


Una così non poteva che nascere a Memphis, città tra le capitali musicali d'America, alla cui anagrafe è registrata come Denise Eileen Garrett. Ma il suo destino ce l'ha tutto scritto nel nome d'arte: Bridgewater era Cecil, il primo marito, trombettista nella band di Horace Silver, mentre quel frizzante Dee Dee par fatto apposta per ricordarci i tipici vocalizzi dello stile "scat".  
Cantare jazz è qualcosa di molto diverso dal cantare accompagnati, dove chi suona è in qualche modo al tuo servizio, ti viene dietro, ti sostiene e ti avvolge. Cantare jazz significa invece farsi strumento tra gli altri, rispondere a una fitta logica di gruppo, essere leader alla pari epperò, al tempo stesso, saper mantenere la differenza di ruolo, perché le parole non puoi lasciarle cadere a caso, devi conservarne la ragione e il sentimento, esprimerne il "mood" narrativo. 
Da questo punto di vista, oltre alle indiscutibili doti che la natura le ha messo nell'ugola, Dee Dee Bridgewater è compiutamente all'altezza, sicché non stupisce che i tre Grammy Award con cui è stata finora premiata riguardino gli omaggi da lei rivolti a due leggende come Ella Fitzgerald e Billie Holiday, prove di bravura non concesse a tutte. 
E c'è anche di più. C'è la sua presenza scenica d'interprete a tutto tondo, ovvero una disinvoltura anche "fisica" che con ogni probabilità le deriva dall'aver frequentato - con altrettanto successo - il mondo del musical da protagonista, a Broadway come a Parigi.  
C'è la sua curiosità verso vari e "altri" repertori, si tratti della canzone francese come del folk africano, dell'opera di Kurt Weill come del pop più raffinato, ci sono perle sparse come il duetto con Ray Charles ("Precious Thing") che mandò in visibilio Sanremo nel 1989. 
Tutte esperienze che non solo dimostrano apertura e curiosità, ma che pure risultano utili quand'è l'ora di tornare, con sensibilità più larga, tra gli standard classici, porgendoli in suggestioni nuove. L'ultima volta che era passata da queste parti, cinque anni fa, Dee Dee Bridgewater aveva assicurato una coloratissima conclusione al festival Vicenza Jazz 2007 portando, alla Sala Palladio della Fiera, il suo Red Earth Tour imperniato sul patrimonio etnico del Mali.  
L'altra sera invece, chiamata a essere la stella del 2° Jazz Memorial Giuseppe Roi, ha affascinato l'affollato Teatro Comunale cittadino dialogando magnificamente col pianoforte di Edsel Gomez, la tromba di Theo Crocker, il contrabbasso di Stefan Lievestro e la batteria di Kenny Phelps, organizzando un viaggio di lusso nello spazio e nel tempo tenuto tutto assieme dalla sua classe innata, che è un misto di eleganza, temperamento e capacità di modulare un'estensione fra le ottave tale da proiettarla dal sussurro all'urlo passando per un'infinita gamma di sfumature e "note blu". 
Il modo con cui, ad esempio, rivisita e vivifica il mito di Billie Holiday (nel gran blues di "Fine And Mellow", nell'intensità di "Lady Sings The Blues", in una "God Bless The Child" giustamente virata sul gospel) la qualifica come sua degna erede, e lo stesso accade per le figure di Abbey Lincoln e Nancy Wilson, citate rispettivamente con la melodica "The Music Is The Magic" e con una "Save Your Love For Me" dall'aroma funky. 
Ma il gusto - e che gusto - del riarrangiamento s'è esteso nell'occasione anche a consolidati evergreen internazionali, dalla romantica "Que reste-t-il?" di Charles Trenet a una rarefatta quanto strepitosa "Besame mucho", riprendendo poi la via di casa sulle ali di un'incantevole, notturna "Midnight Sun" di Johnny Mercer, d'una sensuale "Love For Sale" di Cole Porter e, giusto per ricordare due analoghi esercizi di John Coltrane, ripescando "Afro Blue" di Mongo Santamaria e la natalizia "My Favorite Things" di Rodgers & Hammerstein, che pure noi conosciamo benissimo nella versione italiana ("Le cose che piacciono a me") avendo visto mille volte Julie Andrews intonarla nel film "Tutti insieme appassionatamente". 
Smalto e appeal, virtuosismi da brivido e mai gratuiti, Dee Dee Bridgewater ha insomma ribadito il proprio status d'eccellente depositaria della tradizione jazz e di testimone che sa leggere oltre lo spartito: nel bis che ha concesso, in perfetta solitudine, eseguendo a cappella quell'antico e struggente inno di speranza intitolato "Amazing Grace", c'era intera la sua consapevolezza di donna impegnata a battersi (è ambasciatrice FAO) per un mondo e un domani migliori.  
Ovazioni meritate e, a sorpresa, due sinceri grazie da parte sua: uno alla Fondazione Roi presieduta da Gianni Zonin, per averla convocata a suggellare la seconda edizione del Memorial, e uno a Luciano Cavalieri dell'Associazione Amici e Musicisti Jazz, per aver organizzato l'evento in modo tale da permetterle di arrivare con agio da Londra "catturandola" immediatamente dopo la serie di esibizioni tenute allo storico Ronnie Scott's Club. 
A Vicenza si trova bene, l'aspettiamo ancora.

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