domenica 28 ottobre 2012

Duke Ellington’s music and race in America (sesta parte)

Termina la pubblicazione del lungo e bellissimo articolo, pubblicato sul NewYorker, che illustra la vita e la musica di Duke Ellington con particolare riguardo alla questione razziale (a questo link c'è la quinta parte).


"La sua rinnovata statura non impedì le polemiche nella comunità nera, quando, nel 1959, la N.A.A.C.P. dette ad Ellington il suo massimo riconoscimento. I destinatari del riconoscimento nei due anni precedenti furono Martin Luther King, Jr., e gli attivisti per i diritti civili Daisy Bates e Little Rock Nine. Ora gli editoriali dei giornali afro-americani domandarono dubbiosi: che cosa aveva fatto Ellington per meritare questo onore? 
Non era solo la questione di ciò che la musica aveva a che fare con i diritti civili; Jackie Robinson l'aveva vinto nel 1956, senza che tali questioni fossero sollevate nel baseball. Piuttosto, come l'articolo del Time aveva scritto, "Duke non è un nemico militante della segregazione." Invece notò che "egli suona per un pubblico segregato nei suoi viaggi annuali attraverso il Sud", ed aggiunse che Ellington aveva spiegato, con una scrollata di spalle verbale, "Lo fanno tutti".
Che cosa aveva fatto per meritare quest'onore? La risposta pienamente fattuale fu che egli aveva raccolto un sacco di soldi nel corso degli anni suonando nei concerti di beneficenza per la N.A.A.C.P., e per molte altre organizzazioni che avevano chiesto il suo aiuto. 
Ma c'erano anche delle risposte più profonde. Ellington, offeso dall'accusa di aver taciuto sui diritti civili, rispose che quelli che aveva dubitato di lui semplicemente non utilizzavono le proprie orecchie. 
"Non hanno mai ascoltato la nostra musica", disse. "Per molto tempo, la protesta sociale e l'orgoglio della cultura e della storia nera sono stati i temi più significativi in quello che abbiamo fatto." In sintesi: "Abbiamo parlato per un lungo periodo di tempo su ciò che significa essere nero in questo paese." 
Per Ellington, essere nero in questo paese significa trattare questioni difficili in modo strategicamente diverso. In precedenza negli anni Cinquanta, aveva litigato con la N.A.A.C.P., sul fatto che suonasse in teatri segregati, sostenendo che i suoi musicisti dovevano guadagnarsi da vivere, e che la N.A.A.C.P. si sarebbe dovuta concentrare su questioni più urgenti (come "i servizi igienici e fontane dell'acqua nelle sale d'attesa per la gente di colore"). 
Allo stesso tempo, aveva scritto privatamente al presidente Truman, chiedendo se la figlia di Truman, Margaret, una cantante, poteva essere utilizzata come presidente onorario per un concerto di beneficenza della N.A.A.C.P., i cui proventi sarebbero stati utilizzati "per eliminare la segregazione, la discriminazione, il fanatismo", e altri mali americani. La lettera fu scoperta dallo storico musicale John Edward Hasse nella Biblioteca Truman, nella quale la richiesta di Ellington fu segnata con la parola "No!" sottolineata due volte.
Cohen difende vigorosamente Ellington contro i critici e gli storici, sia passati che presenti, che hanno ignorato la "comunicazione non verbale" che è la vera base del suo contributo.
Il linguaggio della musica è, naturalmente, allusivo, il linguaggio di protesta, come si andò sviluppando alla fine degli anni Cinquanta, era, di necessità, diretto, e quindi dipendeva dalle parole, il che contribuisce a spiegare la presenza di folksinger bianchi in prima linea, dove si aspettava che ci fossero i musicisti jazz neri.
Ma anche quando Ellington usava le parole, preferiva rimanere allusivo (e sfuggente). Sulla scia delle battaglie del 1957 per la desegregazione della scuola a Little Rock, Charles Mingus ricaricò il rapporto tra jazz e politica attraverso la composizione di "Fables of Faubus", che presentava testi poco lusinghieri sul governatore dell'Arkansas, Ellington registrò una nuova versione del inno "Black, Brown and Beige", dal titolo "Come Sunday," in cui Mahalia Jackson, implorando il Signore di "vedere attraverso il mio popolo", evocava sia il cielo che un paese redento.
I suoi sforzi divennero più diretti negli anni successivi. Nel 1960, Ellington accettò di accompagnare alcuni studenti della Johns Hopkins, dopo una performance, in un ristorante di Baltimora, che aveva cacciato alcuni studenti neri, e fu catturato da un fotografo locale mentre fu lui stesso allontanato; quello fu un atto importante in termini di costo al suo orgoglio.
Nel 1961, i suoi contratti cominciarono a stabilire che non avrebbe più suonato davanti ad un pubblico segregato. Condusse un tour del Dipartimento di Stato, nel 1963, progettato per contrastare le notizie sul razzismo americano, che si dimostrò utile alla causa comunista, e Cohen ritiene che i dividendi politici contribuirono a stimolare il passaggio del Civil Rights Act nel 1965.
Cohen offre molti altri esempi di Ellington come un occulto "leader razziale". Durante i festeggiamenti del settantesimo compleanno di Ellington, nel 1969, Ralph Ellison ricordò come era quando, in gioventù, negli anni Trenta, la band di Ellington venne ad Oklahoma City "con le loro uniformi, la loro raffinatezza, la loro abilità, i loro fiati dorati, i loro voli di controllata e disciplinata fantasia," tutto questo visto come "notizie dal mondo infinito".
Per i ragazzi neri come Ellison di tutto il paese, il gruppo fu "un esempio ed un obiettivo", scrisse. Chi altro, nero o bianco, era "così mondano, chi così elegante, chi così beffardamente creativo? Chi così abile nel proprio mestiere, e chi trattava le limitazioni sociali poste nel proprio percorso con maggiore disprezzo?"
Due anni prima della morte di Ellington, nel 1972, la Yale University organizzò una riunione di importanti musicisti jazz neri, al fine di raccogliere fondi per un dipartimento di musica afro-americana.
Oltre a Ellington, tra i musicisti che intervennero per la tre giorni di concerti, jam session e laboratori c'erano Eubie Blake, Noble Sissle, Dizzy Gillespie, Charles Mingus, Max Roach, Mary Lou Williams, e Willie (the Lion) Smith.
Durante una performance del sestetto diretto da Gillespie, qualcuno che evidentemente disprezzava queste presenze nel campus lanciò un allarme bomba. La polizia tentò di svuotare l'edificio, ma Mingus si rifiutò di lasciare, esortando gli ufficiali a fare uscire tutti gli altri, ma categoricamente rimanendo sul palco con il suo basso. "Il razzismo ha piantato la bomba, ma il razzismo non è abbastanza forte da uccidere questa musica," disse al capitano di polizia. "Se devo morire, sono pronto. Ma io vado a suonare 'Sophisticated Lady'."
Una volta usciti all'esterno Gillespie ed il suo gruppo ripresero a suonare. Ma dall'interno si sentiva il sound di Mingus che intensamente eseguiva il sognante successo di Ellington degli anni Trenta, che, da quel giorno, divenne una canzone di protesta, mentre la performance continuava ad andare avanti e diventava sempre più calda.
In strada, Ellington si trovava nella folla in attesa appena oltre le porte aperte del teatro, sorridente."

Nessun commento:

Posta un commento