venerdì 28 settembre 2012

Duke Ellington’s music and race in America (seconda parte)

Continua la pubblicazione del lungo e bellissimo articolo, pubblicato sul NewYorker, che illustra la vita e la musica di Duke Ellington con particolare riguardo alla questione razziale (a questo link c'è la prima parte).


A che cosa stava pensando? Che cosa pensava, come ha contribuito al pantano delle relazioni razziali americani durante il secolo scorso? Il libro Duke Ellington America di Harvey G. Cohen, tenta di scavare sotto la pelle di quello che in apparenza era il più imperturbabile degli uomini, ed i risultati, se appena conclusivi, sono affascinanti.
Una delle poche confidenti di Ellington, sua sorella Ruth, credeva che lui si fosse nascosto sotto il "velo sul velo sul velo", e Cohen non è il primo Ellingtoniano a documentare il più piccolo segno rivelatore della sensibilità umana del suo soggetto.
C'è, per esempio, una lettera insolitamente arrabbiata verso un socio d'affari bianco, con il quale avrebbe voluto rompere (che tuttavia è firmata "con grande rispetto", e che risulta non essere stata inviata).
L'estremamente intelligente e straordinariamente documentato libro di Cohen, un cambiamento benvenuto rispetto a ciò che è stato pubblicato su Ellington, non è una biografia standard; la vita personale e i suoi costumi sessuali vanno ufficialmente oltre il suo scopo. Né si tratta di un lavoro critico, dal momento che non contiene alcuna analisi musicale e non una grande quantità di descrizioni musicali.
Le lunghe ore passate a scavare nell'enorme archivio dello Smithsonian alla ricerca di documenti di Ellington sono stati dedicate alla ricerca di contratti ed altri documenti di lavoro e ad album di ritagli, e, come il suo titolo suggerisce, ha grandi temi sociali per la testa. Anche la vita professionale di Ellington viene esaminata in aree circoscritte, che, quasi tutte, a un certo punto riguardano la razza.
All'inizio del libro, Cohen cita come il collaboratore di lunga data Billy Strayhorn si oppose ad un progetto di un film su Ellington che secondo lui avrebbe avuto un tema razziale. "Io non credo che dovrebbe essere razziale, perché non credo egli che sia razziale," protestò Strayhorn. "Lui è un individuo." Ma concluse Strayhorn, in una linea di pensiero che sembra emblematica dell'epoca e dei personaggi coinvolti, "Non c'è bisogno di dire la cosa maledetta".
Cohen mantiene l'individualità di Ellington saldamente in vista, mentre ad esempio dettaglia il suo rapporto con Mills, l'uomo bianco che fu lodato per aver lanciato la carriera di Ellington e - sia prima che dopo la loro separazione, nel 1939 - fu accusato di sfruttamento;  o nei viaggi Ellington con la sua band nel sud duramente segregato degli anni degli anni Trenta e Quaranta, o ancora nei palesi, anche se spesso dimenticati, programmi razziali di gran parte della sua musica, e per il suo rapporto a volte conflittuale con il movimento dei diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta.
Un diverso insieme di soggetti, come lo sviluppo musicale di Ellington, dei suoi membri della band, e anche le sue donne, avrebbero prodotto qualcosa di più vicino al ritratto post-razziale sostenuto da Strayhorn, un ritratto più in accordo con il suo alto orizzonte personale, su cui la visione di Ellington era fissata.
Ma "la cosa maledetta" non svanì, e la razza rimane ovviamente essenziale per la storia del primo celebre artista nero d'America, e di ciò che aveva da dire.
La sua incrollabile dignità sembra essergli stata instillata dall'infanzia, e Cohen esamina la società che aspirava a diventare signorile in cui era cresciuto quel ragazzo tanto amato. 
Il padre di Ellington, che aveva lavorato per anni come maggiordomo in una importante casa di bianchi, voleva che il tavolo da pranzo della sua famiglia fosse sempre formalmente apparecchiato, senza curarsi della mancanza di soldi. 
La sua pia madre adorava il figlio, che fu figlio unico fino all'età di sedici anni, quando nacque sua sorella. Ed Ellington in cambio adorava la madre, la ricordava con affetto mentre eseguiva le sue canzoni e gli inni da salotto al piano - diceva che quella musica lo faceva piangere - e lui attribuiva la sua fiducia alle sue frequenti assicurazioni che egli fosse stato benedetto, cosa a cui lui aveva sempre creduto. 
E perché no? Edward Kennedy Ellington è nato nel 1899 a Washington, in un momento in cui la capitale della nazione era senza dubbio il posto migliore per un bambino afro-americano per vivere. 
La più grande comunità urbana negra nel paese manteneva la sua compagnia d'opera, gruppi di musica classica e società letterarie, le sue scuole segregate insegnavano storia africana, sottolineando le proprie maniere e i linguaggi, ed erano intenti a produrre studenti che erano, secondo l'espressione di Ellington, "rappresentanti di una razza grande e fiera." 
Per molti anni, dalla emancipazione attraverso l'imposizione di onerose restrizioni razziali da parte dell'Amministrazione Wilson, che culminarono in brutali rivolte scatenate dai bianchi alla fine della prima guerra mondiale, lo strato superiore della popolazione nera della città mantenne un ideale Harlem Renaissance; dimostrare che se ci manteniamo civili, intelligenti e compiuti, il razzismo sarà spazzato via. Non c'è bisogno di chiedere rispetto se lo si comanda.
Ellington acquisì il soprannome di "Duke" all'orlo dell'adolescenza, e, qualunque sia la sua origine (ci sono storie diverse), indica l'impressione superiore che il ragazzo dava, un tratto non insignificante in un'epoca in cui i musicisti neri in circolazione erano conosciuti professionalmente come Bubber, Sonny e Cootie. 
Ma anche se egli fosse stato destinato per la leadership, tuttavia, è evidente che non aveva intenzione di proseguire con i suoi sforzi scolastici. 
Benchè la scuola gli abbia permesso di ottenere la sua forza interiore, Ellington era uno studente distratto, anche nelle materie musicali.
Ma anche successivamente, egli non ottenne un insegnamento formale di alcun tipo. Le prime lezioni di piano non riuscirono a conquistare il suo interesse, ed imparò a suonare per lo più da solo, riuscendo a padroneggiare il notoriamente difficile pezzo di James P. Johnson "Shout Carolina", piuttosto bene tanto da impressionare lo stesso Johnson. 
Quando voleva andare oltre, prendeva lezioni dai professionisti che si ritrovavano nelle sala da biliardo locali. 
Era attento a sottolineare, poi, che questi primi maestri includevano sia dei musicisti che avevano studiato al conservatorio sia non scolarizzati "musicisti ad orecchio" che non sapevano leggere una nota, e come lui avesse liberamente imparato da entrambi.

1 commento:

  1. Franco Bergoglio1 ottobre 2012 15:15

    bellissimo articolo, spero di poter leggere in italiano la continuazione che ho visto sul new yorker! complimenti
    Franco Bergoglio

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