martedì 25 settembre 2012

Duke Ellington’s music and race in America (prima parte)

Inizio la pubblicazione di un lungo e bellissimo articolo, pubblicato sul NewYorker, che illustra la vita e la musica di Duke Ellington con particolare riguardo alla questione razziale.


Il club nel seminterrato era angusto ed il palco piccolissimo. La clientela includeva mafiosi, musicisti e stelle dello spettacolo che arrivavano dalla vicina Broadway, scivolando tra la folla nel momento in cui la band appariva, verso le dieci, "fino a quando non si sa."
Il banjoista che aveva organizzato lo spettacolo non riusciva a dare maggiori informazioni su fino a quando la notte sarebbe continuata: "Fino a quando ve ne andate." Dopo le 3 del mattino, non si riusciva a trovare un posto libero.
Nell'autunno del 1926, la mania per la musica negra portava gli scaltri bianchi newyorkesi fino ad Harlem, ma il Kentucky Club, sulla West Forty-ninth Street, aveva la band più calda in città.
Trombe, tromboni, sax, clarinetto, tuba, banjo e batteria, con nove o più musicisti, rannicchiati sul palco sotto i tubi che correvano lungo il soffitto, più il bel giovane pianista che dirigeva il gruppo di ballerini che ballavano intorno a lui sul palco.
Ma la band faceva molto più che mantenere la temperatura elevata e le danzatrici in movimento, i suoi arrangiamenti erano così sorprendenti che anche un pezzo familiare come "St. Louis Blues" suonava nuovo.
Variety scrisse una sdolcinata recensione del "combo colorato" notando che i clienti del club spendevano una notevole quantità di tempo seduti ad ascoltare. 
Duke Ellington e i suoi Washingtonians suonavano a New York, sotto un nome o un altro, da circa tre anni, ma il loro valore e l'ambizione si stava appena cominciando a mostrare.
Da nuovi arrivati, avevano praticato la dolce e semplice musica, "sotto conversazione" che era richiesta nell'ambiente di Washington, dove gli originali componenti del gruppo avevano iniziato, ma avevano presto scoperto che questo sound era del tutto sbagliato per New York. Non abbastanza sfrontato, ne guidato ritmicamente, non abbastanza Negro, non jazz.
In realtà, uno stile di jazz di New York non esisteva. A metà degli anni Venti, la città offriva, invece, una varietà inebriante di modelli musicali, ivi compresi i pianisti stride nativi di Harlem (che avevano accolto Ellington come uno di loro), i musicisti blues che facevano parte della migrazione di massa in atto dal Sud, il suono levigato della band di Fletcher Henderson, i grandi horn players di New Orleans, che incendiavano la città di tanto in tanto come le comete. E poi c'erano i musicisti residenti che avevano assorbito le famose tecniche di New Orleans.
Il trombettista Bubber Miley si era unito ai Washingtonians prima della fine del loro primo incerto anno, e con le sue esplosioni waa-waa e  le incredibili grida e pianti umani, subito spazzò via il loro decoro. Ellington fu ispirato dalla selvaggia espressività di Miley, anche se non poteva ancora incontrare o lasciare andare la promessa di tutti gli altri suoni che aveva sentito.
Il pezzo che attirò l'attenzione di Irving Mills una notte al Kentucky Club, come ha ricordato, fu "Black and Tan Fantasy", un dramma musicale di tre minuti congiuntamente accreditato a Ellington e Miley.
Non è difficile capire quale degli autori ha fatto cosa, un blues pulsante che cede il passo ad un pezzo per società raffinate, ruvido e liscio, Miley e Ellington, o come un assolo di Miley che diventa di una bellezza prepotente che trova la sua facilità con la risposta della band.
La manipolazione del trombettista con una semplice tazza di gomma sulla campana del suo strumento, ricorda alcuni suoni irresistibilmente antichi (il trombonista, per non essere da meno, dà l'impressione del nitrito di un cavallo), ma il pezzo consegna un inatteso pugno emotivo: il riff conclusivo tratto dal "Funeral March" di Chopin è volutamente assurdo ma sembra sigillare l'urgente messaggio della tromba. ("Mi piacciono le grandi lacrime," ha detto Ellington, scherzosamente, sulle reazioni del pubblico.)
L'effetto è allo stesso tempo beffardo e agghiacciante, come un corteo funebre con gli scheletri che ballano dietro. 
Irving Mills riconobbe sia il valore artistico che il potenziale finanziario di tale originale lavoro. Un editore di canzoni con un particolare interesse per il blues, Mills decise subito di diventare il manager della band, con la Duke Ellington & His Orchestra Kentucky Club (il loro ultimo, e un po' magniloquente, nome in cartellone), come suo cliente principale.
Mills insistette che Ellington si concentrasse sulle registrazioni delle proprie composizioni, e quell'autunno quegli energici musicisti presentarono i loro primi importanti dischi. Un anno dopo, iniziarono a suonare al Cotton Club.
Più di mezzo secolo dopo la guerra civile, il night club più famoso di New York era una finta piantagione. Il palco era fatto come un palazzo con un finto colonnato bianco, il fondale era dipinto con piantagioni di cotone ed alloggi degli schiavi.
Ma la fantasia razziale era estesa ben oltre l'arredamento: i bianchi che venivano ad Harlem per divertirsi non dovevano essere sconcertati dalla presenza di artisti non negri.
Tutti gli interpreti erano neri, o, nel caso delle ballerine, mulatte, mentre tutti i clienti dovevano essere bianchi, se non con la forza della legge del momento, con la forza dei buttafuori alla porta. Lo stesso Ellington doveva chiedere il permesso affinchè i suoi amici potessero vedere il suo show.
Ironia della sorte, fu il Cotton Club che permise ad Ellington di espandere il suo talento, utilizzandolo per arrangiare e comporre per una varietà di ballerini, cantanti, artisti vari, spettacoli di varietà e teatrali. Il suo talento più straordinario, però, fu quello di aver sfruttato al meglio quelle contaminate opportunità.
Per i grandi spettacoli di rivista, con le loro trame su selvaggi neri e ragazze a rischio, mise a punto una musica sofisticata e con fascino sfacciatamente esotico, con titoli come “Jungle Blues,” “Jungle Night in Harlem,” ed un sinistro piccolo capolavoro "The Mooche".
Ma ancora prima che la band suonasse una nota, essa faceva una dichiarazione: impeccabilmente vestiti con smoking e fiore all'occhiello, i suoi membri erano i più eleganti nella sala.
Ed Ellington era il più elegante di tutti: immancabilmente raffinato, presiedeva magistralmente la giungla urbana, rimanendo integro e senza perdere mai il sorriso. (continua)

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