domenica 30 settembre 2012

Coltrane secondo Coltrane

Quella che si può ascoltare fra queste pagine è la voce di John Coltrane. Non quella travolgente e vulcanica della sua musica, ma quella gentile, controllata e non meno ispiratrice della sua conversazione: le sue idee, i progetti, le opinioni sulla musica e la vita, i ricordi personali. 


Sono qui raccolte tutte le interviste conosciute di Coltrane, insieme ad articoli, ricordi e note di copertina, nel tentativo di presentare la personalità di un grande maestro del jazz attraverso le sue stesse parole. 
Molte di queste interviste, ordinate cronologicamente e introdotte da brevi note critiche, sono inedite o trascritte nuovamente dai nastri originali, e per la prima volta è possibile anche leggere un’accurata selezione degli scritti personali e della corrispondenza di Coltrane. 
Completano la raccolta una descrizione di prima mano della sua giovinezza nei ricordi dell’amico d’infanzia Franklin Browe, e un ritratto del Coltrane studente di musica a Filadelfia negli anni Quaranta. 
Per quanto eterogenea e apparentemente frammentaria, questa pluralità di fonti si ricompone, pagina dopo pagina, in un’opera di rara immediatezza e vitalità, che ci aiuta a decifrare l’enigma della musica di Coltrane come pochi altri testi. 
Coltrane non scrisse mai un’autobiografia: questo è il libro che le si avvicina di più.
Per introdurre il lettore alla raccolta delle interviste di Coltrane è stato selezionato un piccolo gruppo di registrazioni (con video ove possibile) che rappresentano punti di svolta nella sua breve ma intensa carriera, e di cui si tratta nel volume. Data la struttura del libro, gli argomenti vengono spesso affrontati da vari punti di vista, ma le collaborazioni con Gillespie, Miles e Monk e il lavoro come leader negli ultimi anni di vita sono certamente centrali nell’esperienza coltraniana.
Ogni brano è commentato da estratti del libro fatta eccezione per So What, incluso per la straordinaria importanza musicale e visiva, per il quale il commento è stato redatto per l’occasione da Francesco Martinelli, curatore della edizione italiana del libro, che ha anche selezionato video e citazioni per questa pagina che non ha pretese di completezza ma vuol solo stimolare alla lettura dell’opera.

John Coltrane, che prima di incidere con Miles Davis era praticamente uno sconosciuto anche per gli appassonati di jazz, ha suonato con Gillespie in big band e in sestetto tra il 1949 e 1951, e considerava quest’esperienza centrale nella sua formazione.
«A parte i sassofonisti, per quanto riguarda le influenze musicali credo che Dizzy Gillespie e Bird furono i primi a suggerirmi l’idea dell’esplorazione musicale. È stato grazie al loro lavoro che ho iniziato a imparare le strutture musicali e gli aspetti più teorici della musica. [...] Sono entrato nella big band di Dizzy nel 1949. Sono rimasto con lui dopo lo scioglimento della band per suonare nel piccolo gruppo che organizzò in seguito. [...] Ho sempre avuto il problema irrisolto della comunicazione con i miei ascoltatori. A questo riguardo, suppongo sia inutile dirti quanto ammiri Dizzy Gillespie.»
Tra il 1955 e il 1960 Coltrane incide con Miles Davis una serie di dischi che sono considerati ancora oggi fondamentali per la creazione del jazz moderno.
«È stato Miles che mi ha ispirato il desiderio di essere un musicista migliore. Mi ha dato alcuni dei momenti più ascoltabili che abbia mai avuto in musica, e mi ha anche insegnato ad apprezzare la semplicità. Mi ha influenzato musicalmente da molti punti di vista. Una volta quando ascoltavo i suoi dischi volevo suonare il sax tenore come lui suonava la tromba. Ma quando sono entrato nel suo gruppo ho capito che non avrei mai suonato come lui, e credo che questo mi abbia spinto ad andare nella direzione opposta.»
In una pausa del lavoro con Miles Davis Coltrane entra nel quartetto di Monk nel 1957 e questa collaborazione è tra gli eventi che daranno in quell’anno alla sua musica una nuova direzione.
«Naturalmente, ero estremamente felice quando ho saputo che avrei suonato con Monk nell’estate del 1957. Avevo sempre desiderato suonare con lui, e si trattava di un’opportunità unica: mi ricordo che abbiamo provato insieme per quattro o cinque mesi prima di iniziare al Five Spot, andavamo anche a casa della baronessa Nica de Koenigswarter; stavamo lì tutta la notte, Monk mi spiegava al piano una frase o due, ascoltavamo dischi, e il whisky scorreva a fiumi. [...] Dovevo sempre stare all’erta con Monk, perché se non stavi attento a quello che succedeva poteva capitare di sentirsi cadere di colpo come entrare nella tromba quando l’ascensore non c’è.»...

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