domenica 29 luglio 2012

Esbjorn Svensson Trio - Jazzwoche Burghausen Live 2001 (video)

Questo video riprende un concerto del Esbjorn Svensson Trio, registrato durante il Festival Jazzwoche di Burghausen nel 2001.


Ecco un bel ritratto del trio tratto dal sito della rivista Panopticon:
Esbjörn Svensson ci ha lasciato poco più di due quattro anni fa, il 14 giugno del 2008, un giorno come un altro. Una morte tragica e imprevedibile, dovuta ad un incidente durante un’immersione vicino Stoccolma, priva del fascino maledetto fatto di droga e abusi che spesso piace associare alla scomparsa prematura dei grandi musicisti. E non vi sono dubbi che Svensson appartenesse alla categoria, poiché in 15 anni di attività con l’omonimo trio era stato capace di portare un vento di novità nel panorama jazz europeo, reinventando il modo di intendere il piano trio. 
La sua musica fatta,  allo stesso tempo, di pianismo jazz, melodie pop, ritmi rock e funky ed elementi di elettronica riuscì a sfondare oltreoceano e a raggiungere un pubblico vasto ed eterogeneo, dal cinquantenne appassionato del trio di Bill Evans al ragazzo che stravede per i Radiohead.
Nato nel 1964 a Västerås (Svezia) da una pianista classica e un appassionato di jazz, Esbjörn da bambino vuole fare il batterista rock. I genitori, però, non lo assecondano e, poiché in casa ha solo un pianoforte, si vede costretto a cambiare ambizioni. 
Comincia così lo studio del piano, prima classico e poi jazz; poco dopo aver raggiunto la maggiore età completa la sua formazione alla Kungliga Musikhögskolan i Stockholm, tra le più importanti scuole di musica in Svezia. 
Fin da giovanissimo ha come compagno nelle sue avventure musicali l’amico Magnus Öström, batterista: è proprio con lui che, dopo l’incontro con il contrabbassista Dan Berglund, nel 1993 nascerà l’Esbjörn Svensson Trio (spesso abbreviato E.S.T.), che debutta nello stesso anno con When Everyone Has Gone. 
La prima parte della carriera dell’E.S.T. è caratterizzata dall’acquisizione di sempre maggiore fama presso il pubblico svedese e scandinavo: gli album di questo periodo (tra i quali segnalo in particolare E.S.T. Plays Monk, dove il trio si diverte a rivisitare 10 brani classici del grande Thelonious) contribuiscono a rendere l’E.S.T. un punto di riferimento per il jazz nordico, tanto che sia nel 1995 che nel 1996 Svensson viene nominato miglior jazzista svedese dell’anno. 
Ma è con il passaggio all'etichetta tedesca ACT, nel 1999, che il trio compie un salto di qualità, sia in termini di pubblico che in termini di stile: ACT nell'ultima decina di anni è riuscita a ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto per quanto riguarda il jazz europeo (meno austera e più giovanile della prestigiosa connazionale ECM), in particolare scandinavo, sia con il lancio di nuovi talenti che con l’acquisizione sotto il proprio marchio di artisti affermati. 
L’E.S.T. fa parte di questi, e i primi album sotto la nuova label, From Gagarin’s Point of View (1999) e, soprattutto, Good Morning Susie Soho (2000) sono quelli della maturazione dello stile del terzetto, riassumibile nella definizione degli stessi componenti: “un gruppo pop che suona jazz”. 
Sono anche i primi dischi a ricevere ampia distribuzione in tutta Europa, e a sbarcare (con successo) negli States. Da qui il trio affronta una carriera in ascesa, con costante crescita di popolarità e favore della critica: passando per il bel Viaticum, si culmina nel bellissimo Live in Hamburg, ultimo lavoro del trio pubblicato con Svensson ancora in vita. 
Poco dopo la morte, uscirà Leucocyte, un album che, ultimato poche settimane prima dell’incidente, diventa l’involontario testamento musicale di un artista nel pieno della sua vena creativa, e che lascia intravedere quale fosse la direzione intrapresa, con particolare riguardo alla grande consapevolezza acquisita in fase di composizione.
Nonostante la scomparsa anzitempo di Svensson ci abbia privato di un artista che certamente aveva ancora molto da dire, con un grande potenziale per una ulteriore maturazione professionale, l’E.S.T. ha lasciato un segno profondo nella storia del jazz contemporaneo, e molte fonti di ispirazione per le generazioni future.

Ecco il video del concerto:

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