venerdì 15 giugno 2012

La donna che sparò a Lee Morgan (prima parte)

Lee Morgan, il focoso ed estremamente talentuoso trombettista jazz, è semplicemente morto troppo prematuramente. La sua carriera fu interrotta troppo presto, all'età di 33 anni, in una fredda notte di febbraio del 1972, in un club di Manhattan chiamato Slug, quando fu colpito a morte dalla sua convivente, la 46enne Helen. In quel periodo Morgan stava vivendo una specie di rinascita. Aveva combattuto per anni una grave dipendenza dall'eroina e secondo la maggior parte dei racconti, era pulito. Si parlava molto nell'ambiente del jazz dei suoi concerti allo Slug che erano diventati un must-see per tutti coloro che apprezzavano Morgan. C'era sempre la platea gremita. Lui sembrava star bene, suonava alla grande e sembrava destinato a un futuro fantastico. Poi accadde l'impensabile. Come è potuto succedere? Perché Helen Morgan, che amava Lee più di quanto amasse se stessa, uccise il suo costante compagno di vita? Che cosa successe nel loro rapporto decennale che la constrinse a fare qualcosa di devastante per Lee, per  se stessa e per la legione di musicisti, amici e fan che lo adoravano?


L'unica persona che poteva rispondere a queste domande era la stessa Helen Morgan (alias Helen More). Fu arrestata quel giorno, il 9 febbraio 1972, passò del tempo in prigione, fu liberata e rilasciata sulla parola. Ha vissuto nel Bronx, Mount Vernon, e Yonkers, New York, fino al 1978, quando tornò nella sua città natale a Wilmington, North Carolina per essere vicina alla madre malata che è deceduta nel 1980. 
Helen divenne una frequentatrice della Chiesa Metodista, trascorse del tempo con i nipoti, prese lezioni in una scuola locale ed ottenne una laurea. Nessuno altro della famiglia conosceva il suo passato. Lei non ne parlava quasi mai. Eppure, aveva ancora amici a New York, come la defunta cantante Etta Jones, a cui telefonava spesso per parlare dei vecchi tempi. Ma quasi nessuno, soprattutto nella scena jazz, sapeva dove si trovasse, nè se ne curava.
La maggior parte di loro espresse disprezzo per lei, per un pò la chiamarono "assassina a sangue freddo". Ma quanto sangue freddo aveva? Come si sentiva per aver causato quel tragico evento? Com'era la sua vita? Cosa l'ha costretta a commettere un crimine con cui avrebbe dovuto convivere per la maggior parte della sua vita? Come fece una ragazza di campagna dalle aree rurali del Nord Carolina a finire sulla corsia di sorpasso?
Helen ha parlato della sua vita con Lee Morgan in una rara intervista esclusiva nel febbraio del 1996, circa un mese prima di morire per problemi cardiaci a Wilmington. La sua salute era in declino da anni, e spiegò di volere fare l'intervista  per raccontare la sua versione della storia. Era stanca e sapeva di non avere molto da vivere.
Helen Morgan nacque nel 1926 a Brunswick County, North Carolina in una fattoria. All'età di 13 anni, quella ragazzina formosa, attraente, loquace, dalla pelle color bronzo ebbe il suo primo figlio. Un anno dopo, ebbe un altro figlio. Entrambi i suoi figli furono allevati dai suoi nonni.
Lei li abbandonò e si trasferì a Wilmington all'età di 15 anni per vivere con la madre. A quel punto, era diventata "disillusa con gli uomini" e rimase vergine per un certo periodo dopo essersi trasferita a Wilmington. All'età di 17 anni iniziò a frequentare un contrabbandiere locale di 39 anni.
Pochi mesi dopo i due si sposarono. Due anni dopo però suo marito annegò e così, a soli 19 anni, divenne vedova. Suo marito era newyorkese. Quando i suoi parenti arrivarono per occuparsi del funerale, la portarono con loro a New York. Arrivò a New York, nel 1945, con l'intenzione di restarci solo due settimane. Ma cominciò ad incontrare altre persone, ed a frequentare i club di jazz.
Fu allora che ebbe l'opportunità di conoscere ed ascoltare le conversazioni di alcuni dei musicisti jazz. Li sentì parlare delle loro vite e delle loro frustrazioni. Helen era convinta che usassero le droghe per dimenticare di come i proprietari dei club bianchi li sfruttassero, in particolare quelli che li facevano entrare dalla porta sul retro o quelli che non permettevano la presenza dei neri tra il pubblico. 
Helen pensò che essi fossero molto sensibili a proposito degli affari del mondo e di ciò che stava accadendo ai neri in quel periodo. Fu colpita dal loro intellettualismo, ma era triste allo stesso tempo, perché era convinta che fossero tutti "malati dentro". Era dispiaciuta perché sul palco e in pubblico sembrava che tutto andasse bene, quando era ovvio che questo non era così. I musicisti le raccontavano di come i bianchi gli rubassero la musica, pagandoli quasi nulla e di come i bianchi stessero portando tutta l'eroina ad Harlem.
Helen ottenne grande rispetto dai musicisti, tanto che lei li invitò nel suo appartamento, sulla 53rd Street, non molto lontano dal Birdland. La sua casa divenne un luogo dove i musicisti potevano trovare un buon pasto caldo. Lei non consentiva alcun uso di droghe. Per i musicisti jazz divenne un rifugio sicuro dalle difficoltà della vita.
Fu lì nel suo appartamento di Manhattan che, agli inizi degli anni '60, incontrò il giovane Lee Morgan. 
Morgan era un ragazzino triste e squattrinato che aveva appena impegnato la sua tromba, solo per poter avere un pò di soldi per comprarsi la droga.
Helen fu così colpita da questo ragazzino che decise di riscattare lo strumento dal banco dei pegni.
Lee si trasferì da lei e lei prese il controllo totale di Morgan. Lo nutriva, accudiva e coccolava, e lui cominciò a mettere in ordine la sua carriera. Helen cominciò ad organizzargli i concerti. Scoprì che in realtà Lee non lavorava molto perché tutti conoscevano le sue abitudini e la sua tossicodipendenza.
In realtà in molti volevano ingaggiarlo, ma erano preoccupati che non si presentasse. Ma Helen divenne una forza di stabilizzazione per Lee, anche se non riuscì completamente ad impedirgli l'uso delle droghe. (continua)

3 commenti:

  1. una traduzione un po' discutibile. Vergine con due figli? Madonna (la madre di Gesù, non la cantante) al quadrato?

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  2. L'articolo non spiega il perchè avrebbe ucciso Lee, mettendo fine troppo presto ad un talento che avrebbe potuto dare tantissimo nonostante i suoi problemi personali

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  3. dico solo che amo troppo Lee e già lo vedo in una carriera sfavillante magari al fianco di tanti musicisti che lo avrebbero stravalutato....maledetto quel giorno

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