martedì 26 giugno 2012

Intervista a Paolo Fresu

Sul sito de Il Punto è stata recentemente pubblicata una bella intervista di Riccardo Faiella a Paolo Fresu:
Miles Davis e Chet Baker sono stati due famosi trombettisti jazz statunitensi. Davis, genio musicale, è considerato un grande innovatore. Ha fondato diversi stili jazz, tra cui il jazzrock. Baker è da tutti riconosciuto come il massimo esponente del cool-jazz. A queste due illustri figure è stato paragonato il nostro Paolo Fresu. La sua tromba e il suo flicorno sono i più famosi d’Italia e la sua fama ha assunto ormai connotati internazionali. Partito da Berchidda, un paesino di tremila anime al centro della Gallura, porta in giro per il mondo il magico suono della sua Sardegna.


Ma come ci si sente a essere paragonato a due grandi trombettisti come Davis e Baker? 
«Ci si sente male e bene. Sono due grandi icone del jazz. La cosa, però, non mi disturba, perché credo di avere il mio modo di suonare. Comunque, saranno sempre un riferimento costante e non solo per il sottoscritto. Inutile dire che il paragone mi onora moltissimo».
Li segui anche come modelli di riferimento?
«C’è ancora molto da imparare da loro e da tanti altri. Miles è stato un artista trasversale, di grande contemporaneità. Il consiglio che do sempre ai miei allievi è di sentire tutto, cercare di conoscere il più possibile e poi prendere ognuno la propria strada. Quello che ho fatto io».
Tu la strada l’hai trovata molto presto. Ad appena undici anni sei entrato a far parte della banda del tuo paese.
«Mi piaceva la banda e sognavo di diventare un suo elemento. La seguivo sempre quando passava per le strade di Berchidda. Mio fratello ne fece parte prima di me. E io vedevo tutti i giorni a casa la sua tromba. Desideravo toccarla e poter riuscire a suonarla. A undici anni, finalmente, dopo un corso, coronai il mio sogno: suonare la tromba nella banda del mio paese».
L’incontro con il jazz, invece, avvenne qualche anno dopo, nel 1980.
«Fu casuale. Dalla banda sono passato a suonare nei matrimoni. E da tali esperienze nacque un complesso. Suonavamo delle cover, liscio e musiche sudamericane. Poi arrivarono le feste di piazza. Subito dopo conobbi delle persone che suonavano in una cantina. Lì ho sentito per la prima volta Miles Davis e il jazz. Fu subito passione. Andai a Siena per frequentare il mio primo seminario jazz. Ci tornai nel 1982 e poi, nel 1985, diventai parte del corpo insegnante dei seminari».
Ti impegni sempre molto per diffondere il jazz nei cuori delle nuove generazioni. Questo è un segnale del profondo amore che nutri nei suoi confronti e della tua apertura mentale. Non è un caso che Siena non sia la tua unica esperienza come docente.
«Da ventiquattro anni organizzo e tengo seminari jazz a Nuoro. Proprio per questo ho ricevuto dalla città un premio di cui vado orgoglioso: la cittadinanza onoraria».
La Sardegna l’hai sempre nel cuore. A Berchidda, il tuo paese, organizzi ogni agosto un festival jazz. 
«Quest’anno il Time in Jazz compie venticinque anni. Il tema del 2012 è il Fuoco. Così chiudiamo la quadrilogia degli elementi: Acqua, Aria, Terra, Fuoco. La manifestazione cresce di anno in anno; è molto seguita. C’è un grande consenso, da parte del pubblico e della stampa, confortato da un programma di grande qualità. Nelle giornate dell’evento passano di qui quarantamila persone. Sta diventando sempre più cosciente anche per una politica verso la cultura dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Molti concerti vengono fatti in luoghi incontaminati e noi dobbiamo porci il problema della presenza umana nelle aree di pregio naturalistico. Berchidda è un piccolo miracolo: è riuscita a sovvertire l’ordine tradizionale della questione culturale, ovvero degli eventi che accadono nelle grandi città. Una volta tanto avvengono in un piccolo paese. ? la rappresentazione del mio percorso nel jazz. All’interno del festival porto tutto quello che raccolgo e che maturo in giro per il mondo. Le cose che sento e che conosco. È un laboratorio perenne, non più solamente musicale, ma anche creativo. Berchidda e Nuoro rappresentano per me due momenti fondamentali. Il primo è legato alla promozione culturale; il secondo alla didattica. E mi offrono l’opportunità di ridare alla Sardegna qualcosa di quel tanto che mi ha dato. Amo tornare spesso e portare idee, progetti ed energia».
«Penso che nella mia memoria non ci sia volutamente la Sardegna, ma mi rendo conto che il mio modo di essere e di stare sul palco ha a che fare con la terra, perché è da lì che vengo». Sono tue parole. Ce le puoi spiegare?
«Sul palco mi metto per stare meglio, per cercare la posizione giusta, la nota giusta. Molti dicono che questa cosa sia sarda. Forse la Sardegna c’entra in questa mia posizione fetale, ma non è studiata. Non cerco razionalmente questa motivazione, questo incontro».
Hai definito il jazz musica del Novecento, più del rock. Ma tu che tipo di musicista sei? «Decisamente romantico. Però faccio anche altre cose, cercando di essere me stesso, senza perdere la mia identità. Non bisogna porsi limiti e farsi troppi problemi».
Né limiti, nemmeno problemi per te, viste le tue numerose collaborazioni con artisti di diversa estrazione. 
«Sì, con Ornella Vanoni, Ascanio Celestini, Marco Paolini, Paolo Rossi, Lella Costa, Stefano Belli. Sono dei progetti musicali nei quali incontro altri artisti e cerco di dialogare. Attraverso mondi molto diversi tra loro. E mi diverto a farlo. In questo modo mi sembra di cogliere il messaggio del jazz: una musica aperta e per certi versi curiosa. Il jazz è una musica capace di stimolare i dialoghi interrazziali».
Hai sempre prediletto il lavoro di gruppo, dando vita a formazioni jazz di successo. Nel tuo primo quartetto c’era anche Roberto Gatto. 
«Il gruppo si chiamava Angel Quartet e ha rappresentato un momento importante della mia carriera discografica. Il nostro primo disco fu un successo, con decine di migliaia di copie vendute. Per il jazz è una cosa inusuale, soprattutto in Italia».
Il tuo spirito creativo genera sempre tanti progetti, ma qual è quello cui tieni di più? 
«Quest’estate porterò avanti il mio quintetto italiano che compie quasi trent’anni, Paolo Fresu Quintet, e il Devil Quartet, con Paolino dalla Porta, Bebo Ferra e Stefano Bagnoli. Abbiamo registrato un nuovo disco che uscirà nel gennaio 2013. Da poco è uscito Alma, un disco con Omar Sosa, cui tengo molto. L’etichetta è la Tuk Music, la mia casa discografica. Un altro progetto che mi sta molto a cuore è Mistico Mediterraneo, con A Filetta, una formazione di cantanti della Corsica e Daniele di Bonaventura. Musiche diverse che provengono da molteplici tradizioni musicali, per le quali è impossibile risalire all’origine precisa».
C’è qualcosa che invidi ai jazzisti stranieri?
«Più che invidia, personalmente provo stima e ammirazione per chi suona bene e per tutti quelli che sanno fare il loro lavoro in modo creativo. In Italia abbiamo tanti bravi giovani. Il nostro jazz è molto apprezzato all’estero, perché è sinonimo di qualità. Anche noi diamo il nostro contributo nella diffusione del jazz». 

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