domenica 13 maggio 2012

Gli imperdibili: Meet the Jazztet

Nel 1959, Benny Golson e Art Farmer costituirono un sestetto, nel quale alla coppia tradizionale sax-tromba, si aggiunge il trombone di Curtis Fuller. Questo gruppo, chiamato Jazztet, è considerato, insieme ai Jazz Messengers di Art Blakey e al quintetto di Horace Silver,  il gruppo di hard bop più importante della storia del jazz. 
Durante i suoi tre anni di esistenza (tra il 1959 e il 1962) il Jazztet registra una serie di eccellenti album tra cui questo Meet The Jazztet del 1960, per il quale Golson scrive alcuni straordinari standard come Killer Joe e il classico I Remember Clifford, in onore della figura indimenticabile di Clifford Brown, scomparso prematuramente il 26 giugno del 1957.


Ecco un recensione dell'album pubblicata sul sito Peninsula:
Cari baby-boomer “arrivati” o disillusi, da qui riusciamo a vedervi: sveglia di buon mattino, un bacio insonnolito a moglie e figli prima di uscire, il capoufficio inetto che rompe i coglioni, patetica partitella di tennis al dopolavoro, cazzeggio con gli amici durante l’aperitivo, rituale abbrutimento davanti alla TV, dovere coniugale adempiuto sovrappensiero, a nanna entro mezzanotte. Sembrerebbe la decorosa e, per chi sa contentarsi, appagante routine quotidiana dell’uomo occidentale. Eppure, scusate, ma che vita è senza conoscere Meet The Jazztet di Art Farmer e Benny Golson? Quell’esordio discografico sublimava gli ideali estetici di due colti gentlemen afro-americani, proponendo lo schema a tre fiati che, poco dopo, verrà imposto come standard dai migliori Jazz Messengers (Art Blakey & The Jazz Messengers; Mosaic; Buhaina’s Delight; Caravan; Free For All; Indestructible). Mentre Davis e Coleman tentavano di varcare i confini del jazz da fronti reciprocamente opposti, Farmer e Golson sceglievano un tragitto ancora diverso che, passando per il connubio tra hard-bop e cool, li porterà a collaborare proprio con il vate della “third stream” (The Jazztet And John Lewis). 
L’archeo-funk della scuola Blue Note e il neo-swing della californiana Contemporary si fondono a freddo nelle sofisticate partiture di Golson, autore di quattro piccole opere d’arte: Blues March, cadenza marziale resa celebre dalla versione dei Jazz Messengers (Moanin’), complesso in cui Benny aveva militato come sassofonista e arrangiatore; Park Avenue Petite, colonna sonora per una passeggiata notturna tra le vie di New York; la felpata andatura di Killer Joe e la stupenda melodia di I Remember Clifford che, anni dopo, i Manhattan Transfer e Jon Hendricks trasformeranno in canzoni (That’s Killer Joe; Oh Yes, I Remember Clifford) nell’acclamato Vocalese. La toccante ballad dedicata a Clifford Brown verrà incisa, tra gli innumerevoli altri, da Lee Morgan (Volume Three), Sonny Rollins (Now’s The Time), Eric Alexander (Up, Over & Out) e Golson stesso (California Message; Up Jumped Benny). 
Il trattamento degli evergreen è altrettanto brillante e culmina con le straordinarie cover di It Ain’t Necessarily So, ispirata all’orchestrazione scritta da Gil Evans per Miles Davis (Porgy And Bess), e Easy Living, di cui Paul Desmond ed Enrico Rava dimostreranno l’intramontabile modernità nei rispettivi, omonimi album. La formazione cambierà più volte, ma già da subito vanta una classe superiore: Curtis Fuller al trombone, Addison Farmer (fratello di Art) al contrabbasso, Lex Humphries alla batteria e un giovane McCoy Tyner al piano, prossimo a entrare nello storico quartetto di John Coltrane: la sua fuga introduttiva su Avalon è profetica. Mirabilmente complementari, la voce morbida della tromba e il timbro scuro del tenore collocano i leader del Jazztet tra i massimi esempi di “yin e yang” musicale.

Ecco in streaming l'intero album Meet the Jazztet:

Meet the Jazztet by bruce spring on Grooveshark

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