domenica 6 maggio 2012

Gli imperdibili: Ben Webster Meets Oscar Peterson

Ben Webster meets Oscar Peterson è un capolavoro jazz del 1959 che riunì alcuni dei musicisti più acclamati del momento. Ben Webster, che si fece un nome come uno dei principali tenorsassofonisti degli anni '40 quando suonava nell'orchestra di Duke Ellington, apporta il suo lato poetico in questo leggendario abbinamento con il pianista Oscar Peterson.


Webster e Peterson suonarono insieme con una certa frequenza nel corso degli anni '50, quando entrambi erano componenti di Jazz at the Philharmonic, la serie di concerti itineranti organizzati dall'impresario e fondatore della Verve Records, Norman Granz, che riuniva alcuni dei migliori musicisti jazz in circolazione. Gli altri musicisti presenti nell'album erano i componenti del gruppo regolare di Peterson, il bassista Ray Brown e il batterista Ed Thigpen.
Granz fu anche il produttore di Ben Webster Meets Oscar Peterson, album che faceva parte di una serie di registrazioni che abbinavano Peterson e il suo trio con alcuni tenoristi di primo piano. Altri dischi di questa serie includono Coleman Hawkins Encounters Ben Webster (Verve 1957), e Stan Getz and the Oscar Peterson Trio (Verve, 1957).
Ben Webster, che si trovava perfettamente a suo agio sia con i rabbiosi attacchi blues, sia con le ballate burrose, essenzialmente consegnava il lato romantico di questa registrazione.
Il pezzo di apertura, The Touch of Your Lips inizia con una saltellante ed eccitante introduzione al pianoforte, ponendo le basi per un pezzo vivace. Ma quando entra Webster, è subito chiaro che ha idee differenti. Il suo tono, benché pieno delle sua caratteristica raucedine, è quasi un sussurro. I suoi fraseggi sono troncati, quasi come se rimanesse senza fiato. Egli stabilisce un mood intimo e quasi apatico che viene solo sporadicamente punteggiato da scoppi rabbiosi.
Webster mantiene il ruolo di un malinconico crooner per tutta la durata dell'album. Su When Your Lover Has Gone, si piega e lascia cadere le sue note sostenute, rievocando parole commoventi. Ognuno dei suoi fraseggi melodici può essere riconosciuto come una modo di parlare. Ci sono momenti nella canzone nei quali salta al registro più elevato del sassofono, e le sue note diventano più nitide e leggere. Sembra quasi riportare alle mente un amante lamentoso che cerca di convincersi che le cose non vanno poi così male.
Bye-Bye Blackbird è ostinatamente capricciosa, ma in un modo che ricorda come la tristezza non sia troppo lontana. L'assolo di Webster inizia come un sussurro melodico, che poi, con il supporto della band, cresce gradualmente di intensità. Le sue melodie cantabili diventano ritmicamente più vivaci, e consente loro di disallinearsi dal beat. 
In How Deep is the Ocean e In the Wee, Small Hours of the Morning il playing di Webster, è ancor più orientato verso la voce, In particolare sul secondo il sassofonista suona niente altro che la melodia, ricordando la versione cantata da Frank Sinatra nell'omonimo album del 1955 (Capitol Records).
Ma i più brillanti tra tutti i pezzi di Ben Webster Meets Oscar Peterson sono gli ultimi due, Sunday e This Can’t Be Love. I tempi lievemente veloci del primo rievocano i grugniti che sono caratteristici delle realizzazioni meno cupe di Webster. L'ultimo, benchè non veloce, ha un atteggiamento aggressivo che tira fuori il lato burbero di Webster. Gli assoli di Peterson su questi brani sono, come al solito, giocosi e puliti, con l'aggiunta di piccole sorprese sparse qua e là.
Per gli appassionati di jazz classico, come per chi è nuovo del linguaggio, Ben Webster Meets Oscar Peterson è un album da possedere.
(Tratta dal sito About.com Jazz)

Ecco in streaming l'intero album:

Ben Webster Meets Oscar Peterson by bruce spring on Grooveshark

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