giovedì 6 dicembre 2012

REPLAY: Gli imperdibili: Dave Brubeck Quartet - Time Out

(Pubblicato originariamente il 29 aprile 2012)
Ecco, tra gli imperdibili di questa settimana, un album leggendario Time Out del The Dave Brubeck Quartet,  (Dave Brubeck - pianoforte, Paul Desmond - sassofono contralto, Eugene Wright - contrabbasso, Joe Morello - batteria), pubblicato nel 1959 dalla Columbia Records.
Il disco è famoso per essere stato il primo album jazz a superare il milione di copie vendute e per aver portato il jazz ad un vasto pubblico. Time Out presenta dei tempi musicali inconsueti per gli standard del jazz del periodo (tempi da valzer, 9/8 o 5/4).
Nonostante dovesse essere un esperimento per il quartetto e abbia ricevuto critiche negative all'epoca della sua uscita, diventò ben presto uno dei più conosciuti album jazz di sempre, riuscendo a scalare le classifiche Billboard, grazie anche al singolo Take Five.
Nel 2005 Time Out fu uno dei cinquanta album scelti dalla Biblioteca del Congresso per essere inserito nella National Recording Registry, la lista delle più importanti registrazioni sonore americane.


Ecco una straordinaria recensione pubblicata nel sito Storia della Musica:
Esiste qualcosa di più stupido di un pregiudizio?
Credo di no. E badate che parlo con cognizione di causa: per anni mi sono accompagnato all'idea per cui il jazz “vero” (come se ne esistesse uno “falso”) fosse esclusivamente quello che si colloca sulla linea evolutiva bop/ hard-bop/free.
Nient'altro: il jazz, per suonarmi come tale, doveva essere aggressivo, rumoroso, imprevedibile, a suo modo traumatizzante e carico di significati eversivi.
Tutta “colpa” di una formazione culturale ed anche latamente politica che mi ha indotto ad approcciare la storia del jazz a ritroso, prendendo spunto dai contestatori anni '60, per arrivare successivamente all'epoca degli innovatori oscuri della Grande Mela ed alla musica dell'epoca bellica.
La stagione del cool-jazz, una sorta di scheggia impazzita rispetto al continuum descritto, per lungo tempo m'è parsa semplicemente un'aberrazione se non un errore della storia.
Come detto, il mio era un pregiudizio completamente idiota.
Fermo restando che il jazz di marca “nera”, di norma, rimane la musica che più mi tocca ed entusiasma in questo ambito, un bel giorno mi sono fortunatamente accorto di quanto fosse superficiale bollare un'intera stagione (quella del cool-jazz) come semplice aberrazione, quando invece ha rappresentato un momento unico e felice, una fase creativa indubbiamente “fuori tiro” rispetto all'evoluzione tipica genere, ma forse proprio per questo particolarmente affascinante e ricca.
Il merito della mia conversione è da attribuirsi principalmente a questo “Time Out” del Dave Brubeck Quartet, primo disco latamente cool che mi sia capitato di ascoltare, ed ancora oggi fra i momenti imprescindibili della mia discografia jazz, anzi della mia discografia tutta.
Come noto, il cool-jazz (jazz fresco) prende forma sulle spiagge assolate della California, ed anche per questioni geografiche, oltre che culturali, è distante anni luce dal clima e dalle sonorità della Grande Mela: è dolce, raffinato, intrinsecamente bianco e colto, molto più vicino ai canoni della musica occidentale (che da sempre predilige ordine, chiarezza, armonia ed equilibrio) rispetto al jazz nero; della musica afroamericana, in ogni caso, conserva lo swing, la propensione per l'improvvisazione (per quanto molto più “quadrata”), la capacità espressiva in qualche misura sempre “astratta”.
Il cool, di fatto, è un bop raffinato ed accompagnato con dolcezza verso il mondo della musica colta europea: le sue trame strumentali evocano sempre – in qualche modo - i fraseggi cervellotici di Parker e soci, ma ne virano il calore e la completa imprevedibilità verso strutture meglio riconoscibili e più tradizionali.
Tutte caratteristiche, queste, che trovano in “Time Out” un traguardo formale ancor prima che comunicativo. Un traguardo, è importante dirlo, di bellezza difficilmente eguagliabile e non solo in questo contesto.
Fosse anche solo per la grandezza dei musicisti: in primis ovviamente il pianista Dave Brubeck, autore di studi classici presto convertitosi al jazz ed all'improvvisazione, che regala qui alcune fra le perle della sua carriera (in ogni suo brano, infatti, si avverte la tendenza a tradurre nel linguaggio del jazz spunti tipicamente classici quali rondò e fughe); in secondo luogo il sassofonista Paul Desmond, fuoriclasse dello strumento capace di elaborare un discorso tanto lucido ed asciutto quanto intenso: la sua musica vuole suonare come un “martini secco”, e per qualche strano motivo pare riuscirci davvero.
Ma veniamo al disco in sè, prendendo spunto dal pezzo più celebre, ed anzi da uno dei bestseller di tutta la storia del jazz, utilizzato anche di recente per spot pubblicitari & C: “Take Five”.
Già il titolo dice tutto: qui il jazz, forse per la prima volta, abbandona il terreno confortante dei 4/4 (quasi un marchio di fabbrica) e costruisce il suo fraseggio attraverso scansioni metriche più complesse, in questo caso in 5/4. Balza subito all'orecchio, questo “dettaglio”: fosse anche solo per la sensazione di disorientamento che i tempi composti evocano in modo quasi naturale nell'ascoltatore.
Non si fraintenda, comunque, perchè complessità o meno si gode come ricci davanti a questo gioiello: la scansione ritmica di Brubeck al piano mantiene una propria struttura regolare e circolare, le percussioni di Morello sono spazzolate deliziose e leggiadre che passo dopo passo si divincolano dalla rigidità dei 5/4 per riannodarsi in brusio sempre elegante e preciso; il tutto mentre il tema centrale, disegnato con maestria dal sax alto di Desmond (autore del pezzo), è di quelli che ti si appiccicano addosso per sempre.
Eleganza e leggerezza si sposano alla perfezione in quel riff morbido, relativamente semplice nel suo memorabile saliscendi.
L'altro luogo imprescindibile del disco è “Blue Rondo a La Turk”, strepitoso congegno in 9/8 che si contorce elegante e naturale: ho sempre creduto che la grandezza di un musicista risieda anche e soprattutto nella sua capacità di far suonare come “naturali” invenzioni in realtà estremamente complesse.
E qui la mia teoria ha trovato basi solide ove appoggiarsi: “Blue Rondo a la Turk” è un pezzo giocato su scansioni ritmiche quasi cervellotiche (il 9/8, utilizzato peraltro in forma poco convenzionale, si trasforma con estrema naturalezza in un più ordinario 4/4 e poi ruota sino a ritrovare la forma originale), ma non perde nulla in termini di espressività ed efficacia.
Il tempo trae origine da ritmi di origine balcanica, e si suddivide in scansioni di 2/8+2/8+2/8+3/8 (le prime tre battute) e 3/8+3/8+3/8 (la quarta): per il jazz si tratta di un'ninovazione alquanto azzardata ma efficacissima. La tendenza alla poliritmia è evidente, all’interno dello stesso brano più ritmi e persino più tonalità.
La formazione classica emerge con vigore ancora maggiore in occasione di “Kathy's Waltz”, elegantissimo walzer che riporta alla memoria le immagini deliziose di “Someday my prince will come”, oltre che nella dolcissima “Strange Meadow Lark”, estenuante nel suo incedere delicato e quasi Evans-iano, nel suo pianismo eloquente ma sempre misurato, che sfoggia con eleganza cambi di tono e fughe.
Qui si avverte anche l’influenza di autori classici quali Chopin e Bach, quest’ultimo in particolare viene in risalto attraverso numerose rievocazioni del suo stile inconfondibile, specie nelle rapide successioni di accordi al pianoforte per dare vita ad una sorta di competizione in abilità fra i due strumenti.
“Three to get ready” merita a sua volta di essere mezionata: è un brano giocoso che si presenta con una sorta di esclamazione del pianoforte (quasi pianista si divertisse in perfetta solitudine), seguita dall'elegante discorso del sax che sviluppa nei modi più svariati il tema centrale.
Ecco, siamo giunti alla fine. Insomma, non c'è che dire: alla faccia mia e dei miei pregiudizi, niente male questi visi pallidi.

Ecco in streaming l'intero album:

Time Out by bruce spring on Grooveshark

6 commenti:

  1. il cool-jazz prende forma sulle spiagge assolate della California? Ma l'autore ha mai sentito parlare di un disco chiamato "Birth of the Cool" a nome Miles davis (anche se le menti pensanti erano quelle di Gil Evans, Gerry Mulligan e John Carisi)? Tanto per la precisione.
    Quanto al disco (ovviamente imprescindibile), Brubeck sembra spesso irrigidito nel gestire fluidamente le varie metriche. Meno male che c'è Morello (specialmente in Take Five) e sopratutto Paul Desmond, meno gelido di quando lavora in proprio e deliziosamente ipnotico.
    Per tornare all'articolo, mi pare che tutti i conti che fa riflettano l'approccio ingenuo dell'autore (ma Max Roach citarlo per sbaglio?), confermato da tutti i riferimenti classici, che una volta erano quasi obbligatori, parlando di Dave.

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    1. Loop, credo che l'autore intendesse il West Coast Jazz, usando Cool in modo improprio.
      Comunque il quartetto di Brubeck ha fatto molte altre incisioni di livello anche superiore antecedenti a questa del '59 che è semplicemente la più famosa. Quanto alle rigidità ritmihe di Brubeck, senz'altro vere, devo dire che non vanno sopravvalutate criticamente. Se ascolti anche la più recente sua produzione Telarc ascolti un pianista molto più che interessante (oltre al compositore a mio avviso sempre stato di rilievo) e anche profondo. C'è genialità anche per lui a mio avviso, non solo in Desmond ormai ampiamente riconosciuto.

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    2. A me il disco è sempre piaciuto molto, ma devo anche dire che da Brubeck pianista non mi aspetto troppe finezze. Ed è forse questo evidente contrasto con la raffinatezza (a volte algida) di Desmond che ha fatto il successo del gruppo.
      In effetti l'accoppiata con Mulligan non ha funzionato così bene.

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  2. Purtroppo l'ideologia post sessantottina, di cui è intrisa ancora gran parte della vetusta critica nazionale, ha fatto in effetti gravi danni in materia di divulgazione jazzistica, di cui ne hanno patito un po' tutti gli appassionati. La cosa è nota soprattutto a quelli come me che compravano e leggevano Musica Jazz e dintorni nella seconda metà degli anni '70 in cui, all'epoca, tutta una serie di musicisti bianchi o semplicemente della tradizione venivano etichettati in modo assurdo come musicisti borghesi per borghesi o persin reazionari. Un a forma di ideologizzazione musicale di cui purtroppo sono rimaste delle consitenti influenze ancora oggi, visto che qualche cattedratico pure le insegna. Bastava fare quattro pernacchie "free" su un palco ed eri un gigante, mentre se suonavi due note con nesso logico o semplicemente in un contesto formale eri subito messo all'indice. Brubeck insieme a Desmond (un autentico genio) erano tra questi. E il bello che certi personaggi che hanno screditato musicisti di questo livello godono ancora di credito e sono ancora in giro a raccontare le loro amenità. Non c'è da stupirsi: questa è l'Italia.

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    1. Riccardo ho l'impressione che confondi un po' le cose: Musica Jazz negli anni 70 era diretta ancora da Polillo, che veniva considerato un reazionario. Sulle colonne della rivista aveva aperto una diatriba feroce con una certa critica politicizzata a colpi anche proibiti. Su quella rivista, articoli che scrivevano trattando i musicisti mainstream (bianchi o neri) come dei venduti, non sono mai stati pubblicati.
      Ci fu invece un furioso articolo di Polillo contro un articolo pubblicato altrove (forse di Pellicciotti) che definiva Stan Getz "musicista da rivista tipo playboy"...
      Su Musica Jazz scrivevano anche altri che erano più aperti verso il nuovo ed il free, ma nessuno di loro aveva le posizioni che tu descrivi.
      per trovarle bisognava leggere altrove.

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    2. hai ragione. Polillo faceva abbastanza da guardia, ma se leggevi le recensioni a firma individualee non gli articoli , si leggevano non infrequentemente giudizi pesanti su certi musicisti. In effetti il quadro che espliciti comunque è più corretto. Ciao

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