giovedì 26 aprile 2012

Che suono avrà il jazz del futuro?

Che suono avrà il jazz del futuro? 
Inizia con questa pretenziosa affermazione, la recensione di Francesco Prisco, pubblicata sul sito de Il Sole 24Ore, dell'album Radio Music Society di Esperanza Spalding, che mi sembra usi degli assunti grossolani e sicuramente un pò datati per giustificare il suo apprezzamento dell'album.


"Che suono avrà il jazz del futuro? Complicato a dirsi, per un genere che come nessun altro in un secolo e passa di storia ha esplorato i territori musicali più disparati tra accordi, disaccordi, costruzione faticosa di un linguaggio e destrutturazione frenetica dello stesso. I tifosi dello sperimentalismo più spinto, quelli che ancora si coccolano i vinili del Double Quartet di Ornette Coleman e le acrobatiche messinscene dell'Art Esnamble of Chicago, potrebbero però restare delusi: se ha ragione Esperanza Spalding, ragazzona afroamericana di 27 anni osannata dalla stampa specializzata di mezzo mondo, ci sarà poco pane per i loro denti."
Innanzitutto vorrei dire che contrapporre il Double Quartet di Ornette Coleman a Esperanza Spalding, significa, oltre a rivangare un dualismo vecchio di 40/50 anni, che attualmente non ha più ragion d'essere, anche dimenticare tutto quel jazz mainstream che sta in mezzo che non vuol sentir parlare nè dell'uno nè dell'altro tipo di "jazz".
Ad ogni modo io, che certamente non sono un tifoso dello "sperimentalismo più spinto", sono comunque rimasto deluso dall'album della Spalding.
"La bassista e cantante originaria di Portland riporta infatti indietro la cosiddetta musica classica nera alla amata-odiata forma canzone, inventandosi un sound che agli amanti del free apparirà più jazzy che jazz. Ha un approccio piuttosto pop e lo ribadisce in «Radio Music Society», quarta e ultima sua fatica discografica, nonché sequel del concept del precedente «Chamber Music Society»."
Qui, oltre che ha continuare a parlare di amanti di free jazz, che ritengo ormai esistano solo nella fantasia dello scrittore, la cosa che mi colpisce di più e che si continui a parlare di jazz a proposito dell'album della Spalding, che per lo stesso scrittore "ha un approccio pop". 
Io invece sarei più estremo, direi che l'album è esclusivamente pop, non ha alcuno dei requisiti minimi per essere considerato un album di jazz, almeno per come lo considero io; non ha improvvisazione, non ha senso dello swing, non ha la tipica spontaneità dei migliori album di jazz, ecc... Sono solo delle canzonette, preconfezionate con eleganza, senza alcuna originalità, che indubbiamente possono piacere o non piacere,  (io personalmente le ritengo piuttosto insulse e noiose), ma considerarle jazz è una enorme forzatura per qualunque medio appassionato di jazz, non necessariamente per gli amanti del free.
Infine conclude con una dichiarazione da brividi: "Se il jazz del futuro è questo, ci sono ottime probabilità che torni a essere la musica popolare delle origini."
No, io credo che se il jazz del futuro è questo, ci sono ottime probabilità che il jazz sia definitivamente morto e sepolto. 

5 commenti:

  1. io credo che ormai ci sia una lobby ben specifica (discografici, giornalisti più legati ai discografici, organizzatori di festival ecc) che vogliono imporre un "jazz facile" come prodotto di consumo in alternativa al pop ed al rock. in America c'è già un bell'esercito che si è imposto nelle radio e nelle vendite.
    L'operazione, lecita di per sè, ha solo di illecito una cosa: la pretesa di chiamare jazz questa musica. Basterebbe forse aggiungere un aggettivo tipo light, pop, easy e tutto sarebbe corretto, invece no: voglio che sia jazz e che "quello vero". Pretesa strana ed anche molto prevaricante. Del resto i festival di Torino, l'Estival ed il prossimo Umbria jazz sembrerebbero spingere in quel senso...

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  2. Anch'io avevo letto l'articolo ed avevo pensato di farne un post tipo il tuo. Poi mi sono limitato a farmi una risata, se postassi tutte le scemenze che si leggono in rete sulla nostra musica dovrei aprire una rubrica apposita. Anzi, forse ora che ci penso, magari prendo in considerazione l'idea....

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  3. ... si ma cazzo, questo non è una semplice cosa che si può leggere in rete, questo è un articolo del Sole 24 Ore, che dovrebbe essere un giornale serio!

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  4. In questa, come in altre materie (purtroppo) non direi che esistano "giornali seri"... Da anni, ormai, nelle redazioni giornalistiche si punta all'incrocio fra entertainment e linguaggi "seri" devitalizzati. Un'operazione cui la discografia industriale ritorna ciclicamente con costanza degna di miglior causa: negli Stati Uniti, d'altronde, da anni si "vende" il cosiddetto "smooth jazz" che, peraltro e talvolta, dà vita a prodotti (di questo trattasi) anche di un buon livello almeno professionale (basti pensare a un gruppo come "Fourplay": poi, certo, viene facile pensare a come musicisti di rango possano gettare al vento il proprio talento).
    Ciò che giustamente urta è il "falso ideologico": acclamazioni per Norah Jones o, appunto, per la Spalding, presentata come un fenomeno fuori dall'ordinario, il tutto catalogato alla voce "jazz". Non c'è da stupirsi: si vuole vendere della musica di completa evasione (e fin qui, niente di male) etichettandola però in modo tale da appiccicarle anche un'allure di poco plausibile "impegno". E sotto questo profilo il jazz si configura come una sorta di panacea, appigliandovisi per la sua tendenza "fagocitante", che diventa una sorta di cofessionale con cui ed in cui mondarsi di ogni peccato. Operazioni commerciali del genere vengono anche tentate, altrettanto ciclicamente ma con maggiore difficoltà, in campo accademico con una pletora di buoni strumentisti, magari anche di piacevole "look", piegati (credo senza troppe difficoltà) a commistioni che non riescono neanche ad essere adeguatamente e disinibitamente kitsch e dunque non riescono, per dirla adornianamente, neanche a operare con sfrontatezza la parodia della catarsi. La volontà di fare volgarmente "cassetta" punta per forza alla distribuzione e diffusione di prodotti "consolatori" o compiacenti, che oggi non sono più neanche adeguatamente mascherati. Se pensiamo, ad esempio, all'orchestra di Paul Whiteman come esempio manifesto di kitsch (e non è detto che lo fosse, se si considerano storicamente fenomeni come il modernismo americano e l'Art Déco) e la poniamo a raffronto con le infinite repliche industriali che oggi vengono vendute senza neanche un mascheramento se non la trasfigurante etichetta "jazz" o, al più, "classica", ci rendiamo facilmente conto di un progressivo decadimento dell'uso artato del talento. Oggi, Ferde Grofé non avrebbe certo difficoltà ad affermarsi (e giustamente, perdiana) come sofisticato intellettuale.
    Si dice che la necessità aguzza l'ingegno: oggi mi pare capiti di meno. Viviamo crisi epocali che, stranamente, per adesso non sembrano suscitare, nel mondo musicale, risposte adeguate. D'altronde, le celebrate avanguardie storiche, che così bene ma anche così arcignamente hanno raffigurato lo sconcerto, lo choc di un Novecento scaraventatosi nell'osceno imbuto di Auschwitz, hanno purtroppo ottenuto solo di perdere quasi completamente ogni rapporto con il pubblico. Ancora una volta, perché le lezioni a quanto pare non bastano mai per imparare, si va nuovamente verso la perdita della memoria, quest'ingombrante presenza che tanto assilla chi pensa che lo svago sia il modo migliore per dimenticare l'esistenza dei problemi. GMGualberto

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  5. Quel che leggo non mi sorprende ed è coerente con una strategia di disinformazione e di marketing che denuncio da tempo e che da parecchio tempo è utilizzata per proporre prodotti, in questo caso musicali o pseudo tali, anche nel jazz e che sostanzialmente tentano di mistificare a fini commerciali, approfittando di una sottocultura dilagante nelle società occidentali in cui si tende a confondere un fruitore sempre più sprovveduto musicalmente parlando.
    Sui supposti "giornali seri" lascerei pedere certe illusioni (un po' come quelle di Napolitano sugli attuali partiti e la loro politica), visto il contesto tutto italiano nel quale il giornalismo prospera, non dipendendo più dal riscontro dei lettori e rispondendo in definitiva solo all'editore, deve la sua sopravvivenza anche e soprattutto all'utilizzo di sovvenzioni pubbliche previste dalla nota legge sull'editoria, in barba a qualsiasi confronto competitivo e legge di mercato. Mi pare che di caste che tendono solo all'autoprotezione a scapito di altri ne esistano fin troppe nel ns paese.
    Per il resto, oltre a concordare col puntuale post di Gualberto, sottolineo che certe tendenze di marketing già ben evidenti con i vari Bublé, Jones, Krall etc.(ma in Italia personalmente metterei anche in gioco certi prodotti sottilmente più colti jazzisticamente come quelli di Rava e Bollani della ECM assai a sproposito sponsorizzati da quasi tutti) mi pare siano dilaganti, dopo aver fatto ampiamente scuola. Per ultimo possono dire quel che vogliono giornalisti o sedicenti critici, ma il disco della Spalding è a dir poco insipiente e adatto ad un pubblico di bocca buona, certamente ampio è interessante in termini di marketing, ma chiaramente privo di gusti e cultura jazzistica autentica. Il tentare di vendere per rivoluzione musicale sta roba in ambito jazzistico è risibilmente triste, se così posso dire in estrema sintesi.

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