giovedì 29 marzo 2012

Non sparate sul pianista - Note sul piano jazz: Paolo Carradori

L’iconografia della musica jazz non lascia scampo: se la giocano il sax e la tromba, perché qualunque progetto grafico riguardante questo genere è magneticamente attirato da questi due strumenti; eppure, eppure, il piccolo manuale di Paolo Carradori ci racconta un’altra storia, che parte da molto lontano, da situazioni in cui di strumenti in ottone non c’era neppure l’ombra.
Non sparate sul pianista – Note sul piano jazz ci regala subito una piccola grande verità: quando si è iniziato a parlare di jazz, lo si è fatto su una tastiera, bianca e nera, che fino ad allora era sembrato patrimonio esclusivo della musica classica; il ragtime, antesignano del jazz, è nato nei bordelli, nei saloon, nei locali notturni, verso la fine dell’ottocento, dalle parti di New Orleans, ed il linguaggio che parla è, senza dubbio, quello del pianoforte.

Si, certo, anche la cornetta, ed i suoi alfieri, hanno solleticato l’immaginario dei primi ascoltatori di jazz, ma le strutture, quelle che hanno messo in moto un movimento che, a più di cent’anni da allora, non si è ancora fermato, sono state create proprio grazie al pianoforte.
Carradori, peraltro, fa da subito nomi e cognomi, racconta le storie, artistiche ma anche umane, di questi pionieri, e cita quelle (poche) registrazioni che si sono salvate, restituendoci la purezza, e se vogliamo, la spontaneità delle origini; il principale artefice di tutto ciò è, non a caso, un pianista, Jelly Roll Morton, il primo a sviluppare e modernizzare la tecnica del ragtime.
Considerando il fatto che, con riguardo ai principali pianisti jazz, esistono già in commercio numerose biografie, l’autore ha fatto una scelta editoriale precisa e condivisibile: una ventina di schede, brevi, concise, in cui si analizzano principalmente l’aspetto umano, l’apporto tecnico, l’approccio strumentale e quello interpretativo del musicista; in questo modo le figure di Morton, Waller, Hines, Tatum, Monk, ed ancora Powell, Silver, Evans, sino a Bley, Tyner, per arrivare a Hancock, Corea e Jarrett vengono inserite in un contesto preciso, ovvero quello dell’evoluzione del pianismo jazz e dalla influenza da essa avuta nello sviluppo globale di questo genere.
Oltre a ciò, Franco D’Andrea, Stefano Bollani e Fabrizio Puglisi esprimono le loro opinioni, da un punto di vista italiano, in tre interviste nelle quali ragionano sui loro studi e sull’approccio allo strumento da parte di chi, il jazz, lo ha comunque “importato”, partendo dall’ascolto e dalla successiva interpretazione di coloro che, quella musica, l’avevano creata nei decenni precedenti.
Nel suo libro dunque, Carradori non propone una sorta di tributo al pianoforte, ma si pone come obiettivo quello di ristabilire una serie di verità storiche, di rivedere in senso ampio la vicenda della musica jazz cercando di ribadire alcuni punti fermi e di sfatare i numerosi luoghi comuni che una certa pigrizia editoriale ha fatto assurgere a stereotipi più o meno condivisi.
In fondo, e questo vale per qualunque genere musicale, i grandi solisti, magari protagonisti di vite sufficientemente “spericolate”, hanno sempre attirato sia il pubblico che i biografi: ed allora ai cantanti ed ai chitarristi della musica rock, hanno fatto da contraltare i sassofonisti ed i trombettisti nel jazz; i pianisti (ed i tastieristi, nel rock), non hanno mai eccitato particolarmente la fantasia delle folle mentre, quasi sottotraccia, hanno spesso definito e strutturato interi generi musicali, creando le basi su cui molti solisti hanno poi potuto esprimersi e raccogliere consensi.
Un’opera concisa, analitica ed essenziale, utile soprattutto per rivedere il proprio approccio all’ascolto della musica jazz, partendo proprio dalla struttura dei brani, per apprezzarne maggiormente alcuni aspetti che non sempre sono stati colti appieno.
(Fonte L'isola che non c'era)

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