venerdì 4 gennaio 2013

REPLAY: I due album sulla Radio non convincono

(Pubblicato originariamente il 24 marzo 2012)
E' paradossale osservare come i due album di jazz di cui si parla in maggiormente sui media americani e non solo,  abbiano in realtà poco o niente a che spartire con il jazz.
Si tratta dei due recenti album dedicati alla Radio, cioè Radio Music Society di Esperanza SpaldingBlack Radio di Robert Glasper Experiment, entrambi accolti in maniera entusiastica dai media e che invece secondo il mio modesto parere non convincono appieno.


In realtà per entrambi gli album, il discorso da fare è piuttosto differente.
L'album della Spalding, documenta la deriva essenzialmente pop di questa artista, che presenta un album di canzoni, prevalentemente originali, molto ben confezionate, di facile ascolto, curate nei minimi particolari, ma senza un briciolo di spontaneità, condizione necessaria per un artista jazz.
Insomma si parla di un prodotto predisposto ed impacchettato per il grande successo, come è in effetti accaduto, nel quale predomina la voce della Spalding in un contesto che però vede la presenza di grandi artisti jazz come Terri Lyne Carrington, Jack DeJohnette, Billy Hart, Joe Lovano, e i chitarristi Jef Lee Johnson e Lionel Loueke in una miscela di funk, soul, jazz e hip-hop ma il tutto coniugato in un formato molto pop. 
Non mancano momenti godibili nell'album, come in Crowned & Kissed o in Black Gold, ma nel complesso l'album risulta piuttosto monocorde e quindi noioso, condito anche da una (a mio parere) imbarazzante versione del classico Endagered Species di Wayne Shorter. 
Purtroppo questa deriva era ampiamente prevista, ed è purtroppo una costante (vedi anche Diana Krall) quando il personaggio pubblico predomina sull'artista. Purtroppo in questi casi le major cercano naturalmente di sfruttare il personaggio con risultati spesso di facile successo, ma deludenti per noi appassionati di jazz.
Ed è un vero peccato perchè la Spalding (ancor più della Krall) è un'artista di talento sia come cantante che come bassista, come documentato dal suo lavoro con l'Us Five di Lovano.
Ben diverso è il discorso che si può fare per Black Radio del Robert Glasper Experiment, un album che benchè sia molto lontano dal jazz, è profondamente radicato nella moderna black-music, con una musica in cui convergono funky, groove, jazz, hip hop, rap e R&B e soul e che presenta alcuni eccellenti ospiti come Erykah Badu, Ledisi, Lupe Fiasco, Bilal e Meshell Ndegeocello.
D'altronde Robert Glasper ci ha abituato a spaziare tra il suo trio acustico jazz e questi Experiment più orientati verso l'hip-hop, una dicotomia perfettamente documentata dal suo album Double Booked. Personalmente devo ammettere che preferisco decisamente il suo trio acustico con il quale ha presentato alcuni album memorabili come Canvas In My Element, mentre non sono un grande appassionato del tipo di musica presentata su Black Radio, troppo ricca di effetti e di elettronica per i miei gusti.
Riconoscendo che l'album presenta alcuni momenti memorabili, come la strepitosa versione di Afro-Blue interpretata da Erykah Badu, o Gonna Be Alright con la magnifica voce di Ledisi, oltre a segnalare il solito magnifico playing di Glasper, al centro della scena in tutto l'album, che insieme a Jason Moran si confermano essere i due pianisti più interessanti della scena odierna, depositari in chiave moderna della grande tradizione pianistica del passato, devo comunque dire che alla lunga l'album non mi ha convinto completamente, risultando un pò monotono, ma questo probabilmente solo perchè troppo lontano dal mio gusto personale.
Il mio timore è che il grande successo di questo Black Radio, convinca Glasper (e la Blue Note) a perseguire decisamente questa strada, abbandonando la strada di un jazz più acustico e "tradizionale" di cui Glasper è uno degli interpreti più interessanti apparsi negli ultimi anni. Vedremo! 



16 commenti:

  1. Condivido ogni singola parola, e, purtroppo, per quanto riguarda la Blue Note credo proprio che abbia imboccato la remunerativa strada del mercato gettando alle ortiche la propria storia.

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  2. che dire?
    Per quanto riguarda Esperanza, avete dimenticato la caterva di album popperi di divina Sarah? O la parabola di Nat King Cole? Il jazz vocale è sempre stato su un crinale stretto e periglioso, tra arte e compromesso. E forse anche in questo sta il suo fascino. Il problema è, casomai, di chiamare le cose per il loro nome senza barare, oltre ad avere un repertorio all'altezza.
    Per quanto riguarda Glasper, il discorso è troppo complesso per chiuderlo in due righe. Dico solo che è evidente in molti la tendenza a costruire un filone di jazz molto contaminato, ritenuto forse più adatto alle nuove generazioni. Intenzioni più che rispettabili, risultati da risentire. Io poi, di pelle, non reggo i rappers, per cui non sono molto obiettivo...

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    1. a avercene cantanti e musicisti completi come Nat...Jazz, Pop, in qualsiasi salsa questi qua se li mangerebbe tutti. Analogo discorso varrebbe per artisti come Aretha Franklin, Ray Charles o Stevie Wonder e forse anche per qualcun altro più "compromesso" secondo certi parametri.
      Più passa il tempo e più mi pare poco significativo classificare e incasellare i musicisti a priori per generi, anche se il problema di dare il nome sincero alle cose esiste. In linea di massima direi che in fondo basta ascoltare per frsi un'idea.
      Per il resto ci sono tanti modi per fare dei compromessi o del marketing (o semplicemente delle marchette?) anche stando in ambito all'apparenza più artistici.

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    2. Il punto è che se ascolti, che so, un album dichiaratamente jazz-pop come il vecchio "Can't Hide Love" di Carmen McRae (annata 1976, e guarda caso anch'esso su Blue Note) ti rendi drammaticamente conto che la Signora non ci metteva niente a interpretare brani degli Earth Wind & Fire e, non so se mi spiego, di Alice Cooper rendendoli migliori degli originali:-)

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  3. Non lo vedo così male. Non il disco, che non ho sentito, ma il discorso generale. Non so se avete letto il libro sulla storia della Blue Note, ma grazie al successo di Norah Jones la BN ha potuto rimpinguare le casse, ripubblicare un sacco di roba e avviare le carriere di gente come Jason Moran. Insomma, aspetterei prima di preoccuparmi. La BN ha bisogno di soldi per andare avanti bene.

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  4. che la BN faccia i soldi con Norah va anche bene, ma che Norah diventi un'icona jazz, non mi va. purtroppo in Usa sotto la parola jazz sono ormai decenni che ci mettono di tutto...

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  5. Ti dirò, meglio Norah che Garbarek... :)

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  6. Non voglio assolutamente criticare le majors perchè vogliono far soldi, è il loro mestiere ed è giusto che cerchino di sfruttare i propri artisti come meglio credono.
    Voglio solo esprimere il dispiacere per l'evoluzione pop di artisti che, grazie al loro essere personaggi, avrebbero potuto far molto per accrescere la popolarità del jazz "vero" e che invece hanno preferito spostarsi in una altro campo da gioco.

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  7. Ma mi pare abbastanza evidente che il jazz ormai la popolarità in grande stile l'abbia persa da quando il rock gli ha fregato i riflettori. Le colonne d'ercole della popolarità jazzistica sono i soliti - Marsalis, Rollins, Shorter. La dimensione da anni è assestata lì e fra altri vent'anni pure i musicisti rock si dimensioneranno sulle stesse cifre, quindi prendiamo atto della situaizone e andiamo avanti.

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  8. Mi sono comprato il disco di Glasper e ne parlo su Musica Jazz di aprile. Il disco non è male, ma farlo passare - come il pianista sta facendo in tutte le sue interviste - per la "next big thing" non sta né in cielo né in terra.
    Roba del genere si faceva già vent'anni or sono, e pure meglio (il primo Jazzmatazz di Guru, per esempio, o i tanti volumi della serie Rebirth of the Cool). I rapper attuali hanno davvero il fiato corto rispetto a certe belve che giravano vent'anni fa e che, anche se non facevano jazz, avevano lo stesso atteggiamento improvvisativo di un bravo strumentista.
    A forza di voler imitare Hancock e infarcire i suoi dischi di ospiti vocali, Glasper commette gli stessi errori di Herbie e finisce per fare svolazzi in bella calligrafia sul suo stesso disco. Insomma, il vero ospite è lui...
    LC

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    1. condivido il commento di Luca avendo sentito il disco di Glasper. Effettivamente sembra di sentire qualcosa di già ascoltato nel periodo di inizio anni '90 dai protagonisti di allora dell'Acid Jazz e dell' Hip Hop. Se queste sono le novità...

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  9. Ma "next big thing" mica dev'essere sinonimo di innovazione e roba che sembra incisa dopodomani?
    Black Radio semmai è la next big thing, se è proprio necessario chiamarlo così, innanzitutto in quanto ottimo disco (che riprende, "raffina" e ricontestualizza le intuizioni di Guru etc etc, la quale è cosa ben lontana dallo scopiazzare), poi perchè allo stesso tempo fa molto "parlare di sé", nel bene e nel male.

    In realtà è, tipo, da sempre che ogni artista prova a spacciare il proprio nuovo disco come la "prossima grande cosa". Deve venderlo, può mica dire che in realtà sarebbe meglio il disco inciso X anni fa? Se lo fa la critica è altro paio di maniche: bene tesserne le lodi, ma non si dica che Glasper è il primo che abbatte certe barriere solo perchè il suo disco è arrivato nella Top 20 di Billboard a differenza di quello di Tizio o Caio, ché sarebbe disinformazione. Per me, comunque, le lodi le merita tutte.

    Su una cosa però sono d'accordissimo: in media i rapper di oggi hanno molta meno benzina rispetto a venti-venticinque anni fa.

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    1. Caro Nico Toscani (ma che diamine, mi sembra di discorrere con Steven Seagal...:-), il problema non è mio, che amo moltissimo il soul, il r&b e il rap fatto bene, ma del buon Glasper che sta insistendo un po' troppo sul fatto che il suo disco è proprio quel che serviva "per dare un bel calcio in culo al jazz" (vedi anche l'ultimo numero di Down Beat, con tanto di copertina).

      Per quanto mi riguarda, visto che - ahimè - ho 25 anni più di Glasper e ho vissuto in diretta le cose che lui adesso sta cercando di riproporre, addirittura "raffinandole" (ed è proprio quello, per me , il problema), devo dire che, all'epoca di quei famosi primi esperimenti, c'era un ben altro interplay tra rapper e jazzisti, paradossalmente anche quando i brani venivano sovraincisi a forza di campionamenti (un esempio tra i tanti, "Black Whip" dei Chapter and the Verse). Il problema di "Black Radio," secondo me, è lo stesso dei recenti dischi di Hancock e del capostipite di tutta quanta la faccenda, ovvero "Supernatural" di Santana: un musicista famoso convoca una valanga di ospiti, al 150% ben più scadenti di lui, e li ospita sul suo stesso disco infiorettando i loro vocalizzi con assolo sobri e beneducati, assumendo un ruolo di controcanto rispetto agli ospiti in questione.

      Il problema è proprio questo: dischi del genere - e nel caso di Glasper il gioco si scopre fin dal titolo - sono concepiti in senso "radio-friendly," un mercato che qui in Italia neanche ci immaginiamo ma che negli USA è in grado di cambiare lo status commerciale di un musicista. A me va benissimo, speriamo anzi che Glasper sia, da qui a pochi anni, in grado di comprarsi una bella villa sulle colline di Hollywood, ma ho il vago sospetto che, di qui a qualche anno, di questo disco si ricorderanno ben pochi e che, di sicuro, non avrà mutato le sorti del jazz.

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  10. in media i rapper di oggi hanno molta meno benzina rispetto a venti-venticinque anni fa.
    speriamo che finisca del tutto.

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  11. Ho potuto ascoltare il disco della Spalding di cui qui si parla. Che dire? Semplicemente di una insipienza rara anche come album pop e la versione di Endangered Species è davvero insulsa.

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