sabato 31 marzo 2012

Joshua Redman Trio - Live a Goteborg (audio)

Questo concerto del trio di Joshua Redman è stato recentemente presentato dall'emittente svedese P2, nell'ambito della trasmissione Live Jazz.
Il concerto è stato registrato lo scorso 11 febbraio al club Nefertiti di Goteborg. Il sassofonista era accompagnato da Reuben Rogers al contrabbasso e Gregory Hutchinson alla batteria.


Figlio d'arte, Joshua non si è mai fatto intimorire dall'ombra del padre, il grande sassofonista Dewey Redman, grazie al quale è entrato da giovanissimo in contatto con mostri sacri del jazz moderno come Ornette Coleman e Keith Jarrett. 
Al contrario, si è sempre distinto per la sua forte personalità a cominciare dall'esordio, al Village Vanguard nel 1990 e proprio insieme al padre, con il quale quindi non ha esitato a confrontarsi anche direttamente. Una personalità che si è poi rivelata appieno in progetti intriganti come l'Elastic Band, un tributo alla flessibilità creativa del groove per un atipico trio "elettrico" senza basso, con le tastiere di Sam Yahel e la batteria di Brian Blade, o come il quartetto James Farm.

"Specs People" nuovo album di Bebo Ferra

Nuovo progetto del chitarrista cagliaritano, questa volta in veste “elettrica” dopo tantissimi progetti anche discografici in cui si è cimentato con lo strumento acustico. La formazione chitarra/hammond/batteria vanta illustri precedenti nella storia, ma in questo caso il risultato è decisamente più psichedelico e visionario. 
Bebo Ferra cerca di miscelare al proprio universo sonoro le esperienze scaturite questi ultimi anni con i Devil quartet di Paolo Fresu e gli Apogeo di Giovanni Tommaso, gruppi dove il leader ha potuto sperimentare anche una nuova ricerca sonora.
Le ispirazioni musicali sono poliedriche, e vanno da Duke Ellington a Strawinsky, da Clint Eastwood e le sue musiche per i film, ai Radiohead a Charlie Mingus.
Al suo fianco il giovane astro nascente Gianluca Di Ienno all’organo e il già affermato Maxx Furian alla batteria.


L’album, intitolato Specs People uscirà per la Tuk Music, etichetta fondata da Paolo Fresu, che nel 2011 ha ricevuto un riconoscimento speciale al Premio Italiano Musica Indipendente del MEI per la neonata etichetta.
Nato a Cagliari, Bebo Ferra intraprende lo studio della chitarra all'eta' di nove anni indirizzando gran parte della propria ricerca musicale nell'ambito jazzistico. Attivo da metà anni ’80, in questi anni ha suonato e registrato e collaborato con tanti esponenti di spicco del jazz italiano e internazionale, tra i quali: Paolo Fresu, Alex Foster, John Clark, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Steve Grossmann, Maria Pia de Vito, Billy Cobham, Dedè Ceccarelli, Rita Marcotulli, Franco Ambrosetti, Franco D’Andrea, Emanuel Bex, Carol Welsman, Danilo Rea, Eddie Martinez, Gianluigi Trovesi,  Antonello Salis, Roberto Gatto, Flavio Boltro, Paul  Mc Candless, Jaribu Shaid, Paolo Damiani, Gialuigi Trovesi, Pietro Tonolo, John Stowell etc…
Si affaccia alla ribalta nazionale  vincendo nel 91 il concorso nazionale "Jazz Contest' con il gruppo Sardinia Quartet, indetto dal Corriere Della Sera e Musica oggi, e fino al  ’93 divide la sua attività jazzistica anche con la musica commerciale, lavorando con diverse orchestre per la RAI e la Fininvest; sempre nel ‘93 nasce il suo primo disco come leader con la collaborazione di Franco D'Andrea, che lo porta ad incentrare prevalentemente nel jazz la sua attività. Ha inciso circa ottanta dischi, di cui una quindicina  come leader e co-leader. 

Un nuovo grande cofanetto dedicato a Eric Dolphy

Eric Dolphy, uno dei più geniali e creativi artisti del periodo più rivoluzionario, i primi anni ‘60. Questo box contiene gli 11 album incisi nel ruolo di leader per la Prestige in due soli, incredibili anni cruciali nella breve vita della meteora Dolphy: il 1960 e il 1961, in compagnia di Freddie Hubbard, Booker Little, Jaki Byard, Mal Waldron, Ron Carter, Richard Davis, Chuck Israels, Roy Haynes, Ed Blackwell. Nel libretto di 28 pagine di ogni album sono fedelmente riprodotti copertina e informazioni discografiche. 


Il cofanetto che si intitola His Prestige/New Jazz Albums comprende i seguenti album di Dolphy: Outward Bound / Out There / Caribé / Far Cry / At the Five Spot, vol. 1 & 2 / Memorial Album / Eric Dolphy in Europe, vol. 1, 2 & 3 / Here and There.
Solo sei anni separano la sua prima apparizione pubblica di Eric Dolphy come membro del quintetto di Chico Hamilton e la sua morte prematura avvenuta il 29 giugno 1964, ma durante quel breve periodo l'eccezionale multi-strumentista di Los Angeles,  ha creato abbastanza musica unica per ispirare diverse generazioni di musicisti. 

Guido Di Leone "Wes Montgomery Legacy" a Bari

Il 31 marzo, presso l’Auditorium Diocesano La Vallisa, alle ore 21,00, l’Associazione Duke Ellington, struttura fondata e diretta dal chitarrista barese Guido Di Leone, presenta la nuova produzione “Wes Montgomery Legacy – Jazz Project” prodotta in Puglia con il sostegno di Puglia Sounds, un omaggio al grande chitarrista americano Wes Montgomery.
Artista poliedrico e geniale, in poco più di un decennio, tra il 1956 ed il 1969, ha completamente rivoluzionato non solo la tecnica ma anche l’approccio stesso al suo strumento, sviluppando il linguaggio espressivo messo a punto negli anni del be-bop e, senza dimenticare il collegamento alla tradizione ed al blues, gettando le basi per un nuovo lessico strumentale tuttora alla base degli sviluppi musicali contemporanei.


Wes Montgomery Legacy – Jazz Project”, spettacolo musicale prodotto in Puglia con il sostegno di Puglia Sounds nasce dalla volontà di recuperare parte del ricco songbook di composizioni originali di Montgomery, privilegiando le opere meno conosciute e, di conseguenza, attualmente meno suonate.
L’approccio a questo materiale non è tuttavia di tipo semplicemente filologico, ma ne prevede una elaborazione originale che avrà come punti di riferimento, da un lato, le coordinate dei moderni sviluppi ritmici e armonici del Jazz contemporaneo, dall’altro, ovviamente, le esperienze artistiche personali sviluppate dai musicisti chiamati a far parte del progetto. 
Tale metodologia, che si concretizza in una operazione di riscrittura e rielaborazione anche radicale del materiale di partenza, permette di evitare le strade, sin troppo battute, dell’omaggio di circostanza, aprendo invece itinerari imprevisti e stimolanti per i musicisti così come per il pubblico.

Musica ai Frari a Venezia

E’ ormai ufficiale: parte il prossimo 24 aprile la quinta edizione di “Musica ai Frari“, che continua a proporre prestigiosi concerti nell’incantevole Basilica veneziana, vero e proprio museo del Rinascimento italiano. Questa volta sono ben tre gli appuntamenti programmati. Con ancora nelle orecchie le suggestioni evocate dalle esibizioni di Michael Nyman, Enrico Rava e Jan Garbarek, solo per fare qualche nome, gli appassionati veneziani, ma non solo, potranno quindi presto apprezzare un trittico concertistico particolarmente gustoso e variegato. Con la collaborazione dell’Assessorato alle Attività Culturali del Comune di Venezia e del circolo culturale Caligola, la Basilica dei Frari torna così al centro dell’attività musicale veneziana, e lo fa proponendo come al solito musica di elevata qualità artistica. 


Il primo concerto, in programma martedì 24 aprile con il Gurdjieff Folk Instruments Ensemble diretto da Levon Eskenian, è frutto della collaborazione con il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena di Venezia, che animerà il mese di aprile della nostra città (sia il centro storico lagunare che la terraferma) con un’interessante iniziativa, “Omaggio all’Armenia – Costruire il Passato nel Presente” (ricordare-restaurare-archiviare nel mondo globale), che prevede a serie di incontri, conferenze e proiezioni cinematografiche, oltre che il concerto dei Frari naturalmente. 

venerdì 30 marzo 2012

Oliver Lake Quartet su DRS2

Questa sera l'emittente radiofonica svizzera DRS2 trasmetterà il concerto del trio composto da Oliver Lake al sassofono, Christian Weber al basso e Dieter Ulrich alla batteria, con ospite Nils Wogram al trombone, registrato lo scorso 25 novembre nell'ambito del festival Unerhört di Zurigo.


Il trio composto da Lake, Weber e Ulrich è convincente per diversi motivi. Essi mostra tre musicisti che si scambiano intensamente, saltando attraverso generazioni e continenti. 
Lake, che è nato in Arkansas nel 1942, è una trentina di anni più vecchio di Weber, mentre Ulrich, nato nel 1958 è quasi esattamente a metà tra i due. Ma tutti e tre sono di uguale statura e parlano lo stesso linguaggio musicale. Hanno a loro disposizione un linguaggio vernacolare che ha assorbito, e prova a sviluppare continuamente, le tradizioni del Blues, del Soul e R&B, del Bebop, del Modern Jazz e del Free Jazz così come del Rock.
Le produzioni del trio sono immensamente ricche di varietà ed aperte. Riff tirati si alternano a serpeggianti strisce di suono; a un certo punto le spedizioni musicali partono da brevi, secchi patterns, per diventare poi sorprendentemente cantabili, e i temi ballabili prendono il centro della scena. La musica è densa, urgente, ampiamente consapevole. È, paradossalmente, al tempo stesso estatica e trasparente, distanziata e vicina. E' intelligente ma non del tutto accademica e immensamente colorata.

Marc Ribot su France Musique

Questa sera l'emittente radiofonica francese France Musique, trasmetterà il concerto del quartetto di Marc Ribot, registrato lo scorso 22 marzo al Centre Charlie Chaplin di Vaulx-en-Velin nell'ambito del festival A Vaulx Jazz.
Per l'occasione il chitarrista fu accompagnato da Cooper-Moore alle tastiere, Brad Jones al basso e JT Lewis alla batteria.


Musicista eclettico, icona della musica d’avanguardia contemporanea, con la sua chitarra Marc Ribot sa spaziare dal jazz al punk, dalla musica cubana alle composizioni di Scelsi.
Marc Ribot si distingue per la cifra stilistica e il suono inimitabile e per questo è stato scelto per live e registrazioni in studio da musicisti come Jack McDuff, Wilson Pickett, Tom Waits, Elvis Costello, Vinicio Capossela, Marisa Monte, Marianne Faithfull. Originario del New Jersey, ha collaborato con gli artisti più innovativi della scena americana come Arto Lindsay, Don Byron, Evan Lurie, Sun Ra Arkestra, Bill Frisell, Medeski Martin & Wood.
Da anni ormai collabora con John Zorn: i due fondano il movimento della "Radical Jewish Culture" che ha influenzato molto la musica odierna a New York. Ribot suona regolarmente con Zorn nei gruppi "Bar Kokhba" e "Electric Masada". 

Miles Davis a Parigi - 1967 (audio)

L'emittente spagnola Radio 3 della RTVE, ha recentemente trasmesso, nell'ambito della sua trasmissione A Todo Jazz, due puntate dedicate al leggendario concerto che il Miles Davis Quintet (Miles Davis alla tromba, Wayne Shorter al sax soprano e tenore, Chick Corea al piano elettrico, Dave Holland al basso e Jack DeJohnette alla batteria), tenne alla Salle Pleyel di Parigi il 6 novembre 1967.


Questo concerto è stato inserito nella recente collezione Live In Europe 1967 - The Bootleg Series, nella sua interezza, incluse due rare versioni di Agitation e Footprints che non si trovano nei bootlegs che erano circolati finora.

Ecco la prima puntata (di cui si può scaricare anche il podcast in formato Mp3)


Ed ecco la seconda puntata (podcast)

Lew Tabackin Quartet all'Alexanderplatz di Roma

Questa sera e domani, grande appuntamento all'Alexanderplatz di Roma con il concerto del Lew Tabackin Quartet (Lew Tabackin: sax, Helen Sung: piano, Giuseppe Bassi: basso, Gasper Bertoncelj: batteria).


Filadelfiano, figlio di immigrati russi, Lew Tabackin è un artista di ampie visioni. Autentico virtuoso del flauto, approfondito al Conservatorio della città natale (“ma non ero uno studente modello; dovetti scegliere quel corso perché non ce n'era uno di sax”), esprime un suono allo stesso tempo primordiale e classicheggiante, sovente sensibile agli incroci culturali, e nei suoi toni si respirano aromi orientali e bouquet di champagne.
È considerato da sempre un gigante gentile dello strumento ed ha abitato per anni gli attici delle classifiche di Down Beat. Il che non deve far dimenticare il suo posto d'onore tra i grandi tenoristi dell'età di mezzo.
Diretto discendente del tono satinato, e all'occorrenza impetuoso, di Coleman Hawkins e Ben Webster, appartiene a una specie rara, al tempo stesso archeologo e avventuriero del jazz, in grado di sintetizzare in pochi passaggi, alla maniera di un Sonny Rollins, l'intera essenza della storia dello strumento.
Il suo stile distintivo adotta ampi intervalli, improvvisi cambi di mood e di tempo e un illuminante fervore, dimostrando l'intera gamma delle possibilità dello strumento, cromatiche, ritmiche e dinamiche.

Art’n Jazz festival a Coversano

Si terrà a Conversano, presso la Casa delle Arti, la prima edizione di Art’n Jazz festival promosso dall’Assessorato alla Cultura di Conversano sotto la direzione artistica di Donatello D’Attoma.
Pensato in un’ottica di crescita artistica costante e di continuità rispetto agli appuntamenti che l’estate conversanese riserva agli appassionati di musica jazz, Art’n Jazz Festival nasce con il preciso scopo di creare un contenitore di appuntamenti culturali che guardino alla tradizione jazz afroamericana con l’occhio della contemporaneità musicale, intesa come espressione artistica di una società moderna per cui l’arte è il risultato della commistione tra arti diverse.


Il programma della rassegna inizia il 14 aprile con Donatello D’Attoma trio introducing Camilla Battaglia.
Camilla Battaglia, classe 1990, figlia d’arte nata dall’unione tra Tiziana Ghiglioni e Stefano Battaglia. Pluripremiata per le sue indiscusse doti canore (Premio Massimo Urbani, 2010 – Chicco Bettinardi Competition, 2011), nel 2010 registra il suo album d'esordio con Renato Sellani, Luciano Milanese e Stefano Bagnoli, prodotto e distribuito da Philology. Ad accompagnare la splendida voce di Camilla Battaglia nell’esecuzione di brani firmati dalla stessa artista milanese e di standard scelti dalla tradizione popular afroamericana, l’affiatato trio di Donatello D’Attoma reduce dagli ottimi consensi ricevuti dopo l’uscita di Logos, disco d’esordio prodotto per Pus(H) in records. Camilla Battaglia (voice), Donatello D’Attoma (piano & keyboard ), Camillo Pace (double bass), Lello Patruno (drum)
Secondo appuntamento il 19 aprile con Kekko Fornarelli TrioKube (in partnership with Auand Records).
Dopo gli anni di esperienze in Francia e tutta Europa, è il tempo della maturità. Più eclettico che mai, a tre anni di distanza dal suo ultimo disco, Kekko Fornarelli con il suo nuovissimo progetto “Kube” cambia pelle, rompe gli schemi, apre le porte ad una visione sempre più universale della musica. Creare musica che non si lasci solo ascoltare, ma anche osservare, è il fulcro di un percorso di ricerca che Fornarelli ha poi concretizzato nel suo “Room Of Mirrors”, album che il progetto porterà in un live tour nel 2011 in tutta Europa. I riferimenti musicali della sua musica e del suo piano trio sono molteplici e mescolano in una gamma di colori infinita, personale ed inedita componenti elettroniche, strumenti acustici, lo stile dei grandi artisti nordeuropei, armonie di chiara radice neoclassica. Kekko Fornarelli (piano & electronics), Luca Alemanno (double bass) Dario Congedo (drum).
Incontro speciale con Stefano Zenni per il 21 aprile alle ore 18.00 sempre alla Casa delle Arti.

Sotto le stelle del Jazz a Senigallia

Sta per partire la decima edizione di Sotto le stelle del Jazz, la rassegna musicale di alto livello per giovani e meno giovani, tutta gratuita. La manifestazione si avvale ancora della direzione artistica del Gratis Club, che la ospita tra l’altro nei suoi locali, particolarmente adatti a una rassegna di questo genere di musica. Anche quest’anno vi sarà la presentazione in anteprima di un disco, oltre alla puntuale presenza di artisti di livello nazionale ed europeo, tra cui graditissime conferme come quella del nostro Massimo Manzi, mentre per tutto il mese di aprile si susseguiranno appuntamenti domenicali con la grande musica jazz.
La rassegna Sotto le stelle del jazz continua a rappresentare una occasione preziosa per i giovani che si avvicinano alla musica e possono così ampliare la loro conoscenza, passando da generi come il rock, il pop e le loro influenze e contaminazioni al jazz. Non pochi sono, infatti, gli esempi di giovani senigalliesi che stanno calcando i palcoscenici italiani nella scena jazz. E per questo il progetto della rassegna continua a essere sostenuto con convinzione dall’Assessorato alle Politiche Giovanili insieme con l’Assessorato alla cultura.
Il calendario della rassegna 2012 propone nelle cinque domeniche di aprile altrettanti appuntamenti, tutte proposte attentamente vagliate dall’Associazione Gratisclub e sempre con orario d’inizio fissato per le ore 21,45.
Domenica 1 aprile, in collaborazione con Ancona Jazz, saranno protagonisti gli standard di Andrea Pozza, featuring Mattia Cigalini.
Un incontro prezioso, quello tra Andrea Pozza e Mattia Cigalini, e forse inevitabile. Andrea è riconosciuto come uno dei massimi pianisti italiani ed europei. Per lui parla una carriera ultraventennale, che l’ha visto suonare e confrontarsi con i massimi jazzisti dei due continenti. Ispirato da nomi nobili del mainstream e del bop quali Teddy Wilson, Bud Powell, Bill Evans e Wynton Kelly, Andrea unisce ad un linguaggio che non tradisce mai la via dello swing una enorme cultura specifica. Ha inciso da leader, ha fatto parte del quintetto di Enrico Rava dal 2004 al 2008 (Muse, AJSF 2004) e collabora stabilmente con Steve Grossman e il quartetto di Rosario Bonaccorso. Dirige quindi un proprio trio e l’European Quintet, in cui ha modo di sfoggiare una scrittura originale e creativa, legata alla tradizione con un occhio verso il futuro. In tale ambito espressivo va vista l’unione con Mattia Cigalini, esponente di primo piano della nuova generazione di jazzisti italiani, già piena di talenti. Nato nel 1989, Mattia si esibisce in pubblico fin dall’età di dodici anni, secondo uno stile che guarda con ammirazione al bop e ad uno strumentista imprescindibile quale Cannonball Adderley. La sua fluidità nel fraseggio e la sonorità, di notevole impatto, hanno già trovato nei pubblici di tutto il mondo, specialmente in Giappone, degli entusiasti ammiratori. Tra i musicisti che hanno suonato con lui, segnaliamo Guido Manusardi, Gianni Cazzola, Tullio De Piscopo. Il duo si produrrà in brani originali e in una scelta di standard a cui il successivo quartetto (allargato per l’occasione a due eccellenti musicisti come Gabriele Pesaresi e Stefano Paolini) saprà portare il calore e la vivacità tipici del jazz club.

Max Ionata Trio a Genova

Sabato 31 marzo (ore 22.00) al Teatro Della Gioventù, gradito ritorno a Genova di Max Ionata, sassofonista abruzzese tra i più interessanti del panorama jazzistico nazionale, complice il Borgoclub che cura la programmazione jazz del fine settimana. Accompagnato da Francesco Puglisi  al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria), Max Ionata affronterà un repertorio completamente rinnovato, che spazia dalle numerose composizioni originali all'arrangiamento di brani famosi non solo della tradizione jazzistica.
Un concerto imperdibile che vedrà Max Ionata più che mai protagonista di una formazione, quella del trio, che egli stesso definisce la più congeniale alla sua espressività musicale.


Classe 1972, Max Ionata è considerato uno dei sassofonisti più interessanti del panorama jazzistico italiano ed internazionale. La sua carriera professionale vera e propria comincia nel 2005 dopo che, trasferitosi a Roma, inizia a collezionare successi ed approvazioni da parte di critica e pubblico.
Ha suonato in alcuni tra i più importanti jazz club e jazz festival al mondo e ha collaborato con grandi musicisti tra i quali: Robin Eubanks, Reuben Rogers, Clarence Penn, Steve Grossman, Mike Stern, Bob Mintzer, Bob Franceschini, Hiram Bullock, Joel Frahm, Miles Griffith, Anthony Pinciotti,  Roberto Gatto, Dado Moroni, Gegè Telesforo, Giovanni Tommaso, Flavio Boltro, Furio Di Castri, Fabrizio Bosso, Lorenzo Tucci, Rosario Bonaccorso, Mario Biondi e molti altri.
Conduce un'intensa attività concertistica e discografica in Italia e all'estero, in particolare in Giappone dove gode di una notevole fama artistica; oltre a guidare diversi progetti a proprio nome, collabora stabilmente con alcuni dei migliori musicisti della scena internazionale.

Emanuele Cisi a Como

Emanuele Cisi, di scena sabato 31 alle 17.30 all’Auditorium del Conservatorio di Como (ingresso gratuito sino ad esaurimento dei posti disponibili), ha smesso di essere un talento del jazz – non solo italiano – quando Enrico Rava si accorse di lui. Quando Benny Golson si accorse di lui. E quando Parigi, con il suo esprit sonoro, se ne accorse. 


In pochi anni, il jazz di Cisi si è trasformato in una musica piena zeppa di sapori, umori, prove d’autore. Grazie anche agli amici che lo accompagneranno a Como: Paolo Birro al pianoforte, Marco Micheli al basso (che nei gruppi di Cisi sono punti di riferimento) e Francesco Sotgiu alla batteria. 
Scriveva, il sassofonista torinese, in “The Age of numbers”: «L’età dei numeri sta avendo luogo: una dimensione in cui ogni cosa, materiale e non, ogni essere vivente, ogni espressione della realtà e del pensiero, è emanazione dell’infinità dei numeri e della loro assoluta e spaventosa perfezione». 
Un luogo dove lo spazio si espande nell’esercizio continuo del "contaminare, ibridare, lasciare che le diversi anime musicali e visive possano combinarsi l’una nell’altra". 
Cisi, nelle parole di Golson, é un avventuriero: «Al pari del gioco selvaggio del cacciatore in Africa, che cerca tigri e leoni pericolosi». Sempre alla ricerca di lasciare il proprio respiro nel tenore e nel soprano, nelle note, sugli uomini. Nel tempo.

giovedì 29 marzo 2012

"Signing" nuovo album di Joe Locke

In una carriera che sta passando da una tappa all'altra con regolarità crescente, l'ultimo decennio ha rappresentato una straordinaria crescita artistica del vibrafonista Joe Locke come compositore e leader. 
A partire dal 2001 con lo Storms/Nocturnes Trio in collaborazione con Geoffrey Keezer e Tim Garland, e andando avanti con i progetti sotto la sua leadership - che vanno dal gruppo Four Walls of Freedom e Milt Jackson Tribute Band ed il più recente Force of Four, la profonda comprensione di Locke della tradizione jazz, sposata ad un modernismo profondo e implacabile, lo ha condotto ad essere il vibrafonista più multi-dimensionale della propria generazione, e anche uno dei leader più fantasiosi, oltre ad essere uno dei più lirici ed emotivamente interessanti compositori del jazz odierno.
Con la pubblicazione di Signing firmato dal Joe Locke /Geoffrey Keezer Group, seguito del loro fortunato Live in Seattle (premiato con il Earshot Awards come "Best performance live" nel 2006), la carriera di Locke è pronta ad andare ancora più in alto, avendo iniziato un nuovo rapporto con l'etichetta Motema. 
Il pluripremiato artista e la pluripremiata etichetta hanno avviato una collaborazione strategica che li porterà nel prossimo anno e mezzo, a pubblicare una serie di tre progetti di Locke, ciascuno designato a mostrare un diverso aspetto del suo accurato lirismo, libera immaginazione ed incomparabile virtuosismo. 


"Avevo diversi progetti che si concretizzavano nella mia mente, ma sapevo che il Joe Locke / Geoffrey Keezer Group doveva essere il primo, perché sento che è quello che definisce effettivamente chi sono io musicalmente", spiega Locke. "Mi piace fare ogni genere di cose, ma con il Joe Locke / Geoffrey Keezer Group mi sento come se non ci fossero qualifiche; se potessi fare qualsiasi cosa, sarebbe questa."
Dopo una fortunata tournée a sostegno di Live in Seattle, il quartetto di Locke, il pianista / tastierista Geoffrey Keezer (Art Blakey, Wayne Shorter, Jim Hall, Christian McBride), il bassista Mike Pope (David Sanborn, Chick Corea) e il batterista Terreon "Tank" Gully (Dianne Reeves, Christian McBride, Kurt Elling) ha continuato con altri progetti artistici, ma, come il vibrafonista spiega, "avevo sempre in  mente di continuare con Locke/Keezer e di fare il secondo capitolo." 
Signing mostra un gruppo più maturo, sia individualmente che collettivamente, pur senza perdere l'incendiaria chimica che aveva definito il suo debutto. "Non abbiamo suonato per tanto tempo", dice Gully, "ma il fatto che le tracce del disco furono quasi esclusivamente first-takes racconta molto della chimica della band."

Jared Gold Quartet su TSF Jazz

Questa sera l'emittente radiofonica francese TSF Jazz trasmetterà il concerto del quartetto dell'organista Jared Gold, registrato lo scorso 28 febbraio allo Smalls di New York. Per l'occasione Gold è stato accompagnato da Dave Gibson al trombone, Tatum Greenblatt alla tromba e Rudy Royston alla batteria. 


Jared Gold è emerso recentemente come uno degli organisti più richiesti della scena newyorkese. 
Gold viene da anni di dedizione e rispetto verso l'organo Hammond B-3, derivante dalla sua passione per artisti come Larry Young, Jack McDuff, e Don Patterson, che gli ha consegnato una unica filosofia basata su estese armonia e groove consolidati. 
La sua versatilità gli ha dato l'opportunità di lavorare con veterani affermati come Dave Stryker, John Abercrombie, Ed Cherry, Jon Gordon, Oliver Lake, Bill Goodwin, Adam Nussbaum, Jimmy Ponder, Ralph Bowen, Bruce Williams, Cecil Brooks III, Don Braden, Ralph Peterson, William Ash, John Swana, e Tony Reedus.

Duology nuovo album del duo Fasoli-Garlaschelli

Duology è il nuovo album del duo Luca Garlaschelli e Claudio Fasoli dove il sassofono e il contrabbasso sono i due strumenti essenziali. Questa raccolta è una ricerca fatta su forme più o meno convenzionali, senza però abbandonarne le strutture. La musica scaturita è molto speciale, poiché il suono di questi due strumenti da soli caratterizza in maniera assoluta il risultato, valorizzando ogni dettaglio espressivo, sempre assai significativo. 


Garlaschelli parla del potere misterioso della musica, che ha la capacità di colpire i cuori più duri e di scalfire l'indifferenza. Questo è quello che gli artisti con Duology vogliono trasmettere, la musica deve essere intesa come un’espressione urgente e vera di chi la produce, frutto di passione, disciplina, lavoro, studio e talento. 
Questo cd, essenziale e scarno, si pone al centro di una particolare visione della musica, che va contro l'idea che i suoni prodotti per il mercato della musica  hanno solo e soltanto un valore di consumo, per abbracciare la  grande tradizione, la  ricerca del linguaggio e per ritrovare una tensione emotiva lontana dagli schemi commerciali.
L’album Duology è pubblicato dalla bFlat, etichetta jazz della casa discografica RadioSNJ Records.

Ecco un intervista a Luca Garlaschelli a proposito dell'album, pubblicata sul sito JazzCovention:
Luca Garlaschelli: L'idea nasce da una jam session che facemmo assieme a Tiziana Ghiglioni al Circolo Arci Corvetto di Milano. È un luogo importante perché è la sede storica dove suonava Ivan Della Mea. All'inizio della jam session, non so per quale ragione, ci siamo messi a suonare Claudio ed io. Funzionava benissimo! Poi Claudio ha un suono che è una roba totalizzante, che riempie tutto. Basta lui! Allora ci è venuto in mente di vederci e di costruirci qualcosa su. Abbiamo cominciato a vederci, facilitati dal fatto che abitiamo vicini, ed è venuto fuori il disco. Erano anni che avevo in mente di fare un disco in duo. In passato ho suonato diverse volte con Claudio ma non era mai scattata questa cosa del disco. 

Non sparate sul pianista - Note sul piano jazz: Paolo Carradori

L’iconografia della musica jazz non lascia scampo: se la giocano il sax e la tromba, perché qualunque progetto grafico riguardante questo genere è magneticamente attirato da questi due strumenti; eppure, eppure, il piccolo manuale di Paolo Carradori ci racconta un’altra storia, che parte da molto lontano, da situazioni in cui di strumenti in ottone non c’era neppure l’ombra.
Non sparate sul pianista – Note sul piano jazz ci regala subito una piccola grande verità: quando si è iniziato a parlare di jazz, lo si è fatto su una tastiera, bianca e nera, che fino ad allora era sembrato patrimonio esclusivo della musica classica; il ragtime, antesignano del jazz, è nato nei bordelli, nei saloon, nei locali notturni, verso la fine dell’ottocento, dalle parti di New Orleans, ed il linguaggio che parla è, senza dubbio, quello del pianoforte.

Si, certo, anche la cornetta, ed i suoi alfieri, hanno solleticato l’immaginario dei primi ascoltatori di jazz, ma le strutture, quelle che hanno messo in moto un movimento che, a più di cent’anni da allora, non si è ancora fermato, sono state create proprio grazie al pianoforte.
Carradori, peraltro, fa da subito nomi e cognomi, racconta le storie, artistiche ma anche umane, di questi pionieri, e cita quelle (poche) registrazioni che si sono salvate, restituendoci la purezza, e se vogliamo, la spontaneità delle origini; il principale artefice di tutto ciò è, non a caso, un pianista, Jelly Roll Morton, il primo a sviluppare e modernizzare la tecnica del ragtime.
Considerando il fatto che, con riguardo ai principali pianisti jazz, esistono già in commercio numerose biografie, l’autore ha fatto una scelta editoriale precisa e condivisibile: una ventina di schede, brevi, concise, in cui si analizzano principalmente l’aspetto umano, l’apporto tecnico, l’approccio strumentale e quello interpretativo del musicista; in questo modo le figure di Morton, Waller, Hines, Tatum, Monk, ed ancora Powell, Silver, Evans, sino a Bley, Tyner, per arrivare a Hancock, Corea e Jarrett vengono inserite in un contesto preciso, ovvero quello dell’evoluzione del pianismo jazz e dalla influenza da essa avuta nello sviluppo globale di questo genere.

Forma e poesia nel jazz a Cagliari

Il jazz made in Italy risuona nel quartiere Marina di Cagliari con sei appuntamenti nella formula del duo: Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, Enrico Rava e Julian Mazzariello, Max Ionata e Luca Mannutza, Marco Tamburini e Dado Moroni, Elena Ledda e Laia Genc, Javier Girotto e Rita Marcotulli. 
Sono i protagonisti della 15ma edizione di "Forma e poesia nel jazz", il festival ideato da Nicola Spiga, responsabile di Shannara.
Dal 13 aprile al 12 maggio sarà l'Auditorium di piazzetta Dettori ad ospitare la manifestazione dedicata quest'anno al duo. Se la musica è il piatto forte, piazzetta Savoia e scalette Santa Teresa saranno coinvolti in una serie di iniziative collaterali. Da 'Brunch in jazz' a 'Made in Sardinia', riservata agli artisti isolani, fino a 'A occhi chiusi', assaggi di pregiati vini dell'oristanese da degustare bendati, per mettere a dura prova olfatto e palato. La novità della edizione 2012 è la mini-rassegna di film legati al jazz, a cura del critico cinematografico Gianni Olla, che propone in pellicola tre autentici capolavori, 'Bird' di Clint Eastwood, 'Round Midnight' di Tavernier e il docufilm 'Body and Soul' diretto da Michael Radford.

Pino Mazzarano e Gianni Lenoci a Bari

Giovedì 29 marzo al Caffè DolceAmaro di Bari, l’Associazione Nel Gioco del Jazz, diretta da Roberto Ottaviano presenta Time to Remember con Pino Mazzarano (chitarra elettrica ed acustica) e Gianni Lenoci (piano).
I due musicisti pugliesi, tra i più rinomati in campo nazionale, presenteranno il loro ultimo lavoro discografico, edito da Terre Sommerse,equamente diviso tra brani originali e strandars.
Chitarra e piano daranno vita a un dialogo gradevole e raffinato con accenti e ritorni, accelerazioni e sospensioni.


L'incontro pianoforte-chitarra ha pochi ma nobili esempi nella storia del jazz, primo fra tutti quello tra due giganti come Bill Evans e Jim Hall nell'album "Undercurrent". E sono proprio le "correnti sotterranee" quelle che legano un pianista colto e raffinato come Gianni Lenoci, ad un chitarrista jazzisticamente meno "ortodosso", proveniente da esperienze diversificate, come Pino Mazzarano, certamente più vicino ad un "moderno" come Bill Frisell che non al "classico" Jim Hall.

mercoledì 28 marzo 2012

Etienne Charles - Kaiso

Sul blog FreeFall è stata pubblicata una bella recensione di Kaiso ultimo album di Etienne Charles, giovane ed eccellente trombettista di cui abbiamo già parlato in questo blog (link).


Credo che molti noi avrebbero qualche problema a identificare sulla cartina Trinidad-Tobago. Anzi, molti nemmeno penserebbero ad uno stato, e ancor meno al jazz. Tuttavia ci pensa il giovane trombettista Etienne Charles a colmare la lacuna, rappresentando la sua terra natale a suon di jazz! Siamo già al terzo disco, dopo ‘Culture Shock’ (2006) e ‘Folklore’ (2009), dedicato all’esplorazione del folk di Trinidad in chiave jazzistica. Nel primo disco un ottimo mainstream jazz per quintetto si colorava di melodia e ritmi caraibici mantenendo sempre un approccio molto metropolitano e “hard”; nel secondo si esploravano miti e leggende dei Caraibi in una serie di brani d’ampio respiro, con una formazione estesa. In ‘Kaiso’ l’unico brano originale è quello che intitola il disco, mentre per il resto troviamo pezzi tradizionali e celebri hit di musicisti locali, che certo non fingerò di conoscere: si tratta forse del tentativo più approfondito, da parte di Charles, di fondere cultura americana e antillana. Il sestetto di base comprende nostre vecchie conoscenze come Brian Hogans (contralto) e Ben Williams (contrabbasso), che assieme a Jacques Schwartz-Bart (tenore), Sullivan Fortner Jr. (piano) e Obed Calvair (batteria) avevano già dimostrato un’ottima intesa nel disco precedente.
‘Kaiso’ rilegge, attraverso una moderna consapevolezza e sensibilità post-Marsalis, il concetto di spanish tinge nel jazz: l’afro-cuban sound teorizzato e praticato da Dizzy Gillespie, Horace Silver e le sue composizioni funky intrise di latinismi, il gusto esotico ellingtoniano. Quasi tutti i membri della band si alternano alle percussioni, e tanto il piano quanto il contrabbasso lavorano spesso e volentieri sulla percussività: ecco il segreto dell’inesauribile energia di questo album. Etienne Charles poi suona con una gioia contagiosa, quasi infantile, e in questo ricorda proprio Gillespie; gli fa da contraltare il tenore hard e rollinsiano di Schwartz-Bart, mentre Brian Hogans sceglie spesso un fraseggio più fluido e blues. Melodie e groove caraibici stratificati pervadono ogni cosa, a partire dall’apertura ‘Kaiso’, un brano insolitamente cupo che crea il giusto senso di attesa. ‘Ten To One Is Murder’ è un avventuroso post-bop tropicale con un buffo e spiazzante coro e fantastici solo incrociati di tromba e sax. ‘Teresa’ e ‘Rose’ vedono la tromba solitaria del leader accompagnata da una sezione di archi che non perdono il colore tropicale ma anzi, ne danno una versione nostalgica e cinematografica. ‘Margie’ e ‘Sugar Bum Bum’, con un fantastico interplay di tromba, piano e percussioni, sono brani  esotici e sensuali che richiamano alla mente l’Ellington di ‘A Drum Is A Woman’. E che dire dell’irresistibile ‘Kitch’s Bebop Of Calypso’, scatenato calypso (appunto) con l’istrionico e buffissimo cantato di Lord Superior che racconta la nascita del bebop con nomi, cognomi e tanto humor?
Splendidamente concepito, composto, suonato e arrangiato, ‘Kaiso’ è la conferma definitiva del grande talento di Etienne Charles, che inietta il folk della sua terra nel tessuto del jazz contemporaneo senza alcuna concessione alle banali trappole acchiappaturisti della world music. Calypso, avventuroso mainstream, ballate orchestrali, rievocazione e trasfigurazione del jambo caribe di Gillespie: gli ingredienti sono tanti e saporiti, la mano del cuoco farebbe invidia a Gordon Ramsey. Avanti! O, come dicono nei Caraibi, kaiso!

Torino Jazz Festival 2012

Il Torino Jazz Festival 2012, la prima edizione diretta da Dario Salvatori e organizzata dalla Città con la Fondazione per le Attività Musicali, debutterà nel cuore del centro storico, in piazza Castello, in piazzale Valdo Fusi e nei locali sulle sponde del Po. 


La rassegna musicale internazionale si aprirà venerdì 27 aprile alle 18 con il concerto dei Buena Vista Italian Jazz in piazzale Valdo Fusi per concludersi martedì 1° maggio - a partire dalle 17 - con una grande Festa Jazz di oltre 6 ore alla quale prenderanno parte CFM Quartet, Chorus, Lino Patruno Jazz Show, Greg and the Swingin’ Storm, Chiara Civello featuring Fabrizio Bosso, Trio Rosenberg & Friends, Peppe Servillo in Memorie di Adriano e Stefano Bollani Danish Trio.
Il TJF rende omaggio, oltre al pubblico degli appassionati, al fermento artistico della città: a Torino si sono formati, e continuano a suonare, diversi musicisti del panorama musicale internazionale. Qui è stato organizzato per anni un importante festival jazz, curato da Sergio Ramella, e tutt’ora istituzioni pubbliche e private dedicano spazi a questo genere musicale. Il cartellone musicale del festival, che presenta oltre sessanta concerti in cinque giorni, è un viaggio tra le note della musica jazz e tra i sapori legati al genere musicale. Durante le giornate della rassegna, infatti, sarà possibile degustare l’AperiTò, nei locali pubblici di piazza Vittorio Veneto.
Mi piace pensare a Torino come alla città che nei primi decenni del Novecento dava vita ai Jazz Club e ospitava i primi concerti di Louis Armstrong e di altri che sarebbero diventati grandi – dice il Sindaco Piero Fassino -. Dall’Hot Club di Alfredo Antonino ad oggi è cambiato molto, ma la musica ha continuato ad abitare qui, vestendo panni diversi e incarnando i suoi tempi ma mantenendo radici salde con l’anima della città. Il Jazz Festival è da una parte un modo di rievocare attraverso la tromba di Armstrong il fascino discreto delle atmosfere del 1930, dall’altra uno strumento per ritrovare quelle radici, offrire un’occasione di coinvolgimento e di svago. Non ultimo, il modo, a metà fra cultura e svago, di riaprire una pagina che potrebbe rivelare sorprese e interesse e su cui credo sarebbe importante lavorare anche in futuro”.
Torino è stata una delle capitali storiche del jazz – afferma Dario Salvatori -. Questa manifestazione internazionale potrà restituire alla città il prestigio jazzistico che aveva negli anni Venti. Le scelte artistiche sono plurali – continua il direttore artistico -. Suoneranno musicisti come il batterista e compositore Billy Cobham, per un pubblico di intenditori, gli Yellowjackets, musicisti aperti alla ricerca, per una platea più giovane o ancora, Chiara Civello e Dionne Warwick per un pubblico più sofisticato”.
La città della Mole è stata una delle prime mete europee della musica afroamericana. Non è un caso se il 15 e il 16 gennaio 1935 il grande jazzista statunitense Louis Armstrong, per la prima volta in Europa, scelse proprio Torino quale unica tappa italiana.
Tra i principali appuntamenti in programma segnalo; venerdì 27 aprile, gli YellowJackets; sabato 28 aprile, Ahmad Jamal; domenica 29 aprile, Billy Cobham Band; lunedì 30 aprile, All Star Celebration Of Lionel Hampton e Carla Bley Turin Project Big Band featuring Steve Swallow & Andy Sheppard.
A questo link trovate il programma completo.

Young Jazz Festival a Foligno

A Foligno (PG) torna l'ottava edizione dello “Young Jazz Festival” patrocinato per il quarto anno consecutivo da "Umbria Jazz": dal 23 al 27 maggio 2012. 


Un festival dinamico e intraprendente, nel segno della musica delle “nuove generazioni” e di “nuova generazione”, dedicato ai talenti del jazz. Un cartellone ricco di appuntamenti e iniziative a corollario dei concerti per valorizzare le eccellenze del territorio. Live in suggestive location, aperitivi e cene conditi dal jazz, jam session notturne, pacchetti turistici sulle note del jazz (“Jazz Tour”) e anche workshop fotografico.
Una manifestazione che per l’originale offerta musicale non ha eguali in Italia, capace per questo di presentare i più talentuosi alfieri del nuovo jazz italiano e straniero.
Pertanto il festival folignate non mancherà di sorprendere pure in occasione della sua ottava edizione. Un evento che negli anni passati ha ottenuto un notevole e crescente successo di pubblico e di critica, che gli ha permesso di raccogliere ottimi consensi e grazie ai quali si è affermato come una realtà consolidata del panorama culturale italiano e come una rassegna unica nella scena musicale nazionale e internazionale. 
A fine maggio il jazz si farà ideale colonna sonora della città, con il festival che diventerà quel grande protagonista in grado di creare un forte legame tra musica, beni culturali e prodotti tipici, e quindi tra le straordinarie ricchezze del territorio. 
Elevato in quantità e qualità il livello dei progetti musicali e degli artisti presenti anche quest’anno, che saranno ancora una volta protagonisti grazie al loro impegno creativo e all’originale linguaggio sonoro. Il jazz più nuovo e sperimentale delle “giovani generazioni” e di “giovane generazione” sarà rivolto durante i giorni del festival, che ancora una volta e per il quarto anno consecutivo avrà il prestigioso patrocinio di Umbria Jazz, a un pubblico che in ogni edizione passata non ha fatto mai mancare l’interesse e l’attenzione per l’ascolto delle novità più interessanti sulla scena musicale contemporanea proposte di volta in volta dal festival. 
La direzione artistica di Young Jazz, dopo un biennio (2010-2011) di collaborazione con il musicista Gianluca Petrella, ritorna totalmente nelle mani di Giovanni Guidi, giovane pianista folignate che proprio fino al 2009 aveva diretto artisticamente il Festival. In questo modo viene rispettata una continuità che parte dallo spirito iniziale di Young Jazz fino alle contaminazioni che l’esperienza di Petrella ha garantito attraverso un eccellente lavoro di ricerca e selezione dei migliori artisti e delle migliori formazioni jazz presenti in Europa e non solo.
In questa ottava edizione ospiti del festival saranno quindi ancora musicisti dotati di notevole tecnica, di conoscenza della tradizione, di grande fantasia e passione, con stili personali e alla ricerca costante di nuovi territori musicali e di orizzonti sperimentali in ambito jazzistico e dintorni: si comincia con il trombettista e compositore americano Dave Douglas & Keystone e poi, tra gli altri, Francesco Grillo, Manuel Magrini, Slivovitz, Streetmates, Giovanni Guidi & The Unknown Rebel Band, Auand Tentet P-Funking Band.
Foligno e le sue location, dopo la musica, saranno come al solito le altre grandi protagoniste del festival. Per l’occasione, vicoli, cortili, piazze, auditorium, taverne e locali commerciali si vestiranno a festa. Come luoghi di Young Jazz saranno riproposti spazi già collaudati e di successo, come l’Auditorium San Domenico, la Taverna del Rione Ammanniti, l’Ostello Pierantoni e il Cortile di Palazzo Trinci, ma si scopriranno anche quest’anno nuovi luoghi interessanti da presentare al pubblico come la Corte di Palazzo Deli e il Wine Bar Dieci e Dieci.
E poi ci sarà ancora “La via del Jazz”: via Gramsci, nel cuore del centro storico di Foligno, durante i giorni del festival viene trasformata ed allestita ad hoc, grazie alle meravigliose location che insistono nella via - è il percorso in cui insistono la maggior parte delle location della manifestazione - e grazie alla presenza di molte attività commerciali nel settore enogastronomico. Proprio in questo percorso è situato il punto Ristoro ideato per valorizzare e promuovere la cucina e i prodotti del territorio. Il tutto alla Taverna del Rione Ammanniti, ovvero una delle dieci Taverne della celebre Giostra della Quintana, oltre che luoghi simbolo della città di Foligno. Qui sarà possibile degustare i prodotti tipici del territorio e ascoltare musica jazz tutte le sere del festival durante i suggestivi dj set oltre che jam session di giovani artisti che andranno avanti fino a tarda notte.
A completare l’offerta dell’ottava edizione del Festival, dopo il successo dei primi due corsi, ci sarà anche il workshop fotografico “Musica da guardare - Fotografare il jazz” curato da Andrea Boccalini, uno dei più giovani ed esperti fotografi musicali in circolazione. Il corso, della durata di cinque giorni (23-27 maggio 2012), sarà diviso in due parti e dedicato sia alla ritrattistica situazionale che alla fotografia di scena. Un laboratorio rivolto a tutti coloro che vogliono avventurarsi nel mondo della “fotografia in eventi culturali”

Rosario Giuliani "Tribute to Ornette Coleman" feat. Fabrizio Bosso a Bologna

Questa sera la Cantina Bentivoglio di Bologna ospita un concerto del trio di Rosario Giuliani (Rosario Giuliani sax alto, Enzo Pietropaoli c.basso, Marcello Di Leonardo batteria, che presenta il progetto "Tribute to Ornette Coleman". 


Un omaggio alla musica del jazzista texano che dal 1960 indicò la via all'ultimo grande rivolgimento stilistico nella storia del jazz. 
Compositore, filosofo, pittore e poeta, con il sassofono, il violino e la tromba offre melodie felici e dolorose, Ornette Coleman è entrato nella storia per aver segnato uno stile indelebile negli anni.
A rileggere brani immortali come "Lonely woman", "Ramblin'", "Peace", "Invisibile" e "Blues Connotation" sarà la formazione del contraltista Rosario Giuliani che comprende, come ospite, il trombettista Fabrizio Bosso
Un omaggio che mette in gioco abilità, sensibilità e capacità di mettersi in gioco per omaggiare l'immensa classe dei numeri uno del jazz mondiale, senza rinunciare ad un tocco di novità e soprattutto alla voglia di reinventarsi.Rosario Giuliani recentemente vincitore del Top Jazz,come miglior sassofonista del 2010. 

martedì 27 marzo 2012

Dave Burrell e David S. Ware su Radio3

Questa sera Radio 3, nell'ambito del Cartellone di Radio3 trasmetterà due bei concerti.
Il primo sarà il concerto del trio del pianista Dave Burrell con Steve Swell al trombone e Michael Formanek al contrabbasso, registrato al Poisson Rouge, New York, il 10 settembre 2011. 
A seguire verrà trasmesso il concerto del David S. Ware Quartet “Planetary Unknown, composto da David S. Ware al sax, Cooper Moore al pianoforte, William Parker al contrabbasso e Muhammed Ali alla batteria, registrato a Saalfelden in Austria, il 27 agosto 2011.
Per ascoltare questi due concerti, basta cliccare sul player di Radio 3, questa sera a partire dalle ore 20,30

Pianista e compositore americano di spicco della scena musicale contemporanea, Dave Burrell è un musicista che tiene sulla punta delle dita un secolo di tradizione di blues e di musica afro-americana, perseguendo parallelamente una costante ricerca verso nuove sonorità.
Dave Burrell rappresenta un legame evidente con il free jazz storico fin dalle celebri registrazioni in compagnia di Archie Shepp, con cui divise i tempi cruciali dell’esperienza parigina del 1969, come l’incisione dello straordinario “Blasé” e la trasferta al festival panafricano di Algeri.
Altrettanto importanti sono le sue collaborazioni con Pharoah Sanders, Marion Brown, David Murray, and Odean Pope.
Il suo stile pianistico raccoglie ispirazioni diverse: il jazz dei grandi maestri, Duke Ellington, Jelly Roll Morton e Thelonious Monk ma anche la tradizione europea, in particolare il repertorio operistico di Giacomo Puccini a cui ha dedicato una suite “La Vie De Bohème”.
Nel 1979 Burrell compose un’opera, “Windward Passages”, di cui offrì differenti versioni in concerto, da solo ed in trio, a cui fece seguito un’altra composizione di ispirazione classica, la “Suite For Piano And Violin” per orchestra sinfonica.
Negli ultimi trent’anni di carriera Burrell ha partecipato ad oltre 100 registrazioni, di cui venticinque a suo nome ed è promotore di molti progetti fra cui il Dave Burrell Italian Trio, con Giovanni Falzone e Paolo Botti e il Leena Conquest Sings The Songs Of Dave Burrell, che presenta il lavoro di compositore di Burrell con i testi di Monika Larsson e la voce di Leena Conquest in una forma cabarettistica, di teatro-musica.
Michael Formanek è compositore e contrabbasista di eccelsa levatura. Dotato di straordinaria flessibilità, il suono plastico e vigoroso del suo basso risulta elemento decisivo in ogni contesto espressivo. La solida cultura musicale abbinata ad una conoscenza enciclopedica, gli ha garantito un enorme prestigio, soprattutto tra i musicisti più raffinati, che sovente a lui si rivolgono per aggiungere un elemento di affidabilità e robustezza alle loro formazioni.
Ai due grandi musicisti si accompagnerà, per la costituzione di un trio assolutamente inedito, il trombonista Steve Swell. Presenza costante nelle avanguardie jazzistiche dagli anni ’70 è uno dei più apprezzati interpreti del suo strumento, tale da essere stato premiato nel 2008 come trombonista dell’anno dalla prestigiosa Jazz Journalists Association.


David S. Ware può essere considerato uno dei maggiori discepoli del Coltrane post “Meditations”, ossia quello del periodo free: Ware, che ha cominciato la sua carriera suonando nei gruppi di A. Cyrille e C. Taylor, intraprese il percorso da solista nell’album “Passage to music” nel 1988, che lo proiettò immediatamente nel gotha dei sassofonisti tenore che contano, mettendo in luce le sue straordinarie qualità tecniche: un fraseggio derivato da Coltrane, ma anche una forte autonomia stilistica, che si rivela in una padronanza mostruosa dello strumento e nella capacità di “scalare” continuamente il sassofono con uno stile perfettamente legato che esprime “ansietà” e spesso “parossismo”, con personali e meravigliosi acuti che hanno precise coordinate “emozionali” da comunicare; in quegli anni grazie a lui il free jazz ebbe una vigorosa ripresa di interesse, resa anche più credibile dall’episodio di “Flight of I” dove Ware esalta le sue capacità inserendole (con una straordinaria bellezza di mediazione) sovente in un contesto più melodico e che ci consegna un eccezionale improvvisatore dei tempi moderni (molti critici ritengono che sia il suo capolavoro).
Ware, grazie anche all’apporto quasi costante di strumentisti di elevato livello che condividono i suoi progetti musicali (il pianista Matthew Shipp e il contrabbassista William Parker in specie) per molti anni costruisce la sua personale visione di sperimentatore "free" nei canoni lasciati dal suo maestro Coltrane, approfondendone il contenuto con lunghe e libere “jams” perfettamente in linea con un free tradizionale che si esprime nella parte ritmica attraverso velati sotterfugi di bop, modale e blues, ma alla ricerca di note e combinazioni sonore estreme che grazie al suo modo di suonare veloce ed incalzante spesso fanno sobbalzare l’ascoltatore di fronte alla precisione e alla potenza polmonare dell’artista.
Dopo qualche anno di sbandamento dovuto purtroppo anche a problemi di salute, Ware è tornato con una rinnovata ed intensa attività discografica che riaggancia senza grandi novità gli umori musicali della prima parte della carriera.
I tre musicisti che condividono con lui questa esperienza supportano e dialogano alla pari con il sassofonista: il pianoforte di Cooper-Moore contrappunta con altrettanta frenesia e fluorescenza le scorribande dei sax, William Parker è anche qui l’instancabile motore propulsivo della ritmica che conosciamo, mentre Muhammed Ali dà corpo e profondità alla performance.

Thelonious, è sempre il tempo di Monk

Sul sito Milano Cultura è stato pubblicato un bell'articolo di Andrea Dusio per celebrare il quarantennale della scomparsa di Thelonious Monk.


Ricorre quest’anno il quarantennale della scomparsa di Thelonious Monk, certamente tra i compositori più influenti del Novecento, non solo in ambito jazz. 
Ci saremmo aspettati forse qualche iniziativa commemorativa da parte delle etichette discografiche che hanno ospitato i suoi album capolavoro. 
Negli ultimi anni infatti Monk è stato oggetto di un’attenta rivalutazione da parte della critica, che lo ha trattato a lungo come un compositore leggero e superato, mentre in realtà la nuova scena basata sull’improvvisazione lo eleggeva idealmente a proprio modello. 
La rilettura delle pagine più conosciute di Monk è cominciata, se la rapportiamo al tempo tutto sommato breve in cui si dispiega la storia delle note blu, in maniera eccezionalmente precoce. 
Don Cherry, Roswell Rudd, Steve Lacy già a partire dall’inizio degli Anni Sessanta misero Monk al centro della propria attenzione esecutiva. Monk si era fatto le ossa come pianista stride. La tecnica che era stata sviluppata ad Harlem negli Anni Venti lo aveva influenzato profondamente, ed echi persistenti della musica di inizio secolo ricorrono in tutti i suoi standard. 
È difficile nel caso di Monk giudicare separatamente il pianista dal compositore. La sua maniera di suonare, basata soprattutto su ritardi, silenzi, accenti spostati, sembra tesa a rimuovere le sicurezze dell’ascoltatore. Di contro, la struttura melodica può sembrare a prima vista banale: ma è appunto all’effetto complessivo che mira Monk, che prima ti mette nella posizione di chi sta fruendo di un easy listening e poi comincia a praticarti fori sotto la poltrona. 
Un altro elemento cardinale della musica di Monk è la capacità di “pensare per ensemble”, anche quando la sua musica sembra rintanarsi nel mutismo del proprio creatore. Hai come la sensazione che non stia accadendo nulla, come se la composizione sia entrata in una fase di decompressione disarticolata, senza quell’evidente coesione strutturale che caratterizza invece l’opera di altri maestri del jazz, da Duke Ellington a Charles Mingus. 
In determinati passaggi sembra quasi che il piano e gli altri strumenti stiano suonando in situazioni ed epoche differenti. È probabilmente questo l’effetto a cui Monk mirava quando titolava uno dei suoi lavori (da un live del 1958) più suggestivi “Misterioso”. 
Il caposaldo dell’opera monkiana restano le registrazioni seminali della Blue Note, risalenti al periodo 1948-1952. Molti dei musicisti migliori di quegli anni, da Milt Jackson a Kenny Dorham, passando per Sahib Shihab e naturalmente il grande batterista Art Blakey (leader dei Jazz Messengers dopo l’abbandono del co-fondatore Horace Silver). 
Per certi versi tutta l’opera di Monk non è altro che il ripensamento di quelle session irripetibili, durante le quali le sue maggiori intuizioni compositive assunsero una forma che sarebbe stata trasfigurata più volte nel corso dello sviluppo della sua carriera. I due lavori più significativi degli Anni Cinquanta “Monk plays Ellington” del 1955 e “Brilliant Corners” del 1956 (entrambi su etichetta Riverside) sono rispettivamente per trio e quintetto. 
Ma certamente l’asse cardinale della musica di Monk è il rapporto tra il piano e il sax tenore. La collaborazione con Coleman Hawkins, Frank Foster, Johnny Griffin e soprattutto naturalmente John Coltrane e Sonny Rollins consentì a Thelonious di spostare il baricentro della propria musica e renderne lo sviluppo ancor meno prevedibile. 
Quando, negli Anni Sessanta, passò alla Columbia, optò quasi stabilmente per la formazione del quartetto, e scelse come tenorsassofonista un musicista non così celebre come i precedenti, Charlie Rouse, con cui avrebbe lavorato continuativamente sino al 1968. Per Monk era molto importante che gli altri musicisti lo ascoltassero. Rouse certamente non era afflitto, come accadeva invece ad altre star, da forme di narcisismo, e sapeva mettersi al servizio degli intenti del leader. 
La sintonia con Rouse e il profondo feeling con il produttore Teo Macero furono fondamentali per i tre lavori in cui Monk in qualche modo diede luogo a una rilettura “raffrenata” e meno esuberante dei suoi modi compositivi: “Monk’s Dream” (1963), “It’s Monk Time” (1964) e “Straight no chaser” (1967)”. 
Oggi la musica di Monk è forse meno studiata della sua biografia. In Italia Minimum Fax ha editato la biografia del 1999 di Laurent De Wilde (per Minimum Fax, con la traduzione di Michele Mannucci e l’introduzione del pianista italiano che più ha guardato a Thelonius, Enrico Pieranunzi), e soprattutto, proprio in questi mesi, “Storia di un genio americano”, di Robin D.G. Kelley, con traduzione di Marco Bertoli (ben ottocento pagine). 
I due testi pongono l’enfasi sulla follia di Monk, spostando probabilmente l’attenzione sugli ultimi anni della vita del compositore della Nord Carolina, quelli trascorsi senza uscire di casa né toccare il pianoforte, ridotto alla povertà, sino a doversi affidare alle cure della baronessa Nica de Koenigswarter, nella cui casa morirà d’infarto a sessantacinque anni. 
Forse però quest’insistenza sul carattere di irregolare e maledetto non giova alla fortuna di un talento che ci ha mostrato cosa poteva essere il jazz e continua a insegnarcelo, con uno stile che prima di tutto ha ancora oggi la capacità di rimuovere la retorica di questo genere e di ricondurlo alle proprie basi: musicisti che suonano insieme e da soli nello stesso tempo. 
Nessuno come lui ci ha spiegato come fare.

Marco Tamburini, seminari di improvvisazione a Faenza.

La Scuola di Musica Sarti di Faenza propone una tre giorni (dal 27 al 29 aprile) dedicata al grande trombettista Marco Tamburini che terra' un workshop, intitolato Comporre Improvvisando, dedicato all’improvvisazione jazzistica e sara' ospite di alcune formazioni della Scuola di Musica Sarti, composte da docenti ed allievi.


Partendo dalle basi e fornendo gli essenziali “ferri del mestiere", Tamburini illustrera' con esempi pratici e il supporto di materiale didattico il suo approccio compositivo all'improvvisazione. Si parlera' di come sviluppare il contenuto melodico, ritmico e armonico delle idee musicali di partenza, basandosi sia su forme standard che su forme libere.
Marco Tamburini, classe 1959, è un trombettista versatile ed eclettico, in grado di spaziare con disinvoltura dal jazz al pop (Vinicio Capossela, Jovanotti, Gino Paoli…) e alla classica, ma anche un didatta molto apprezzato (è direttore del Dipartimento jazz del Conservatorio di Rovigo e docente ai seminari jazz di Siena). Ha alle spalle decine di dischi da leader, e molte importanti collaborazioni internazionali, che l’hanno visto affiancato, in questi ultimi vent’anni, a jazzisti del calibro di Christian Escoudé, Cameron Brown, Rachel Gould, Eddie Henderson, Billy Hart, Eumir Deodato.
Marco si esibira' anche con la Big-Band e gli ensemble di sassofoni della scuola.

Grandi ospiti a Musicastelle in Blue la rassegna estiva di Bard (Ao)

La terza edizione di “Musicastelle in Blue”, la rassegna che l’assessorato al Turismo organizza con il Blue Note, che dal 13 al 21 luglio ospiterà jazzisti di fama mondiale nella cornice del Forte di Bard in provincia di Aosta.


La rassegna partirà il 13 luglio con il quartetto del leggendario sassofonista Wayne Shorter con Danilo Pérez al pianoforte, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria.
Dopo la cantante Dee Dee Bridgewater  (Premio Blue Note 2011, che si esibirà 14 luglio), 15 luglio ci sarà il clou della manifestazione con la Pat Metheny "Unity Band", che vedrà il ritorno in Valle del cinquantasettenne chitarrista americano (il 14 luglio 2010 si era esibito al Teatro Romano di Aosta per “Aosta Classica”) con Chris Potter al sax, Ben Williams al basso e Antonio Sanchez alla batteria.
Il 19 luglio sarà, invece, la volta della sterzata funk con Maceo Parker, già sassofonista di James Brown, George Clinton e Prince, ed il 20 luglio toccherà alla “strana coppia” formata dal pianista torinese Ludovico Einaudi e dal trombettista sardo Paolo Fresu
Gran finale il 21 luglio con la ventisettenne cantante e bassista americana Esperanza Spalding, Grammy Awards nel 2011 come “Miglior artista esordiente” e beniamina del presidente Barack Obama che, nel dicembre 2010, ha voluto si esibisse, ad Oslo, durante la cerimonia nel corso della quale gli fu consegnato il Premio Nobel per la Pace.
«La rassegna - dice l’assessore Aurelio Marguerettaz - offrirà ai numerosi appassionati l’opportunità di apprezzare artisti di qualità in una location di grande fascino come il Forte di Bard. Ricordo che lo scorso anno il pianista McCoy Tyner, che in occasione del concerto vi ha pure dormito, dopo aver fatto yoga alle sette di mattina nel piazzale del Forte disse di esser rimasto colpito dalla straordinaria energia e spiritualità che trasmetteva. Questi grandi artisti, d’altra parte, sedimentano nel Forte un po’ della loro notorietà e delle emozioni che trasmettono, permettendogli di crescere e diventare sinonimo di qualità anche musicale. Un po’ quello che, per il jazz, è successo a Montreux e in Umbria.»

Gli Oregon in tourneè in Italia

Gli Oregon, leggendaria band composta da Paul McCandless ai sassofoni, Ralph Towner alla chitarra, Glen Moore al contrabbasso e Mark Walker alla batteria, saranno in Italia per alcune date nel prossimo mese di aprile.


Towner, McCandless, Moore, e Collin Walcott (percussioni, sitar, tabla) si incontrarono con il pioniere della world music Paul Winter e diedero vita, alla fine degli anni sessanta al Paul Winter Consort
Il loro contributo fu determinante alla creazione del Winter Consort sound in composizioni quali Icarus di Ralph Towner.
Nel 1970 i quattro musicisti si separarono da Winter e formarono un proprio gruppo, Oregon, dal nome dell'università (Oregon University dove Towner e Moore studiavano e si erano conosciuti). 
Il primo disco pubblicato dal gruppo fu Music of Another Present Era nel 1972. Fu seguito da Distant Hills e Winter Light con i quali gli Oregon si affermarono come uno dei gruppi più importanti di musica improvvisata, in grado di mescolare la musica classica indiana con la musica classica dell'occidente con il jazz, il folk, la space music e il jazz d'avanguardia. 
Il gruppo registrò numerosi album con la casa discografica Vanguard per tutti gli anni settanta e successivamente pubblicarono tre album con la Elektra. Dopo un paio di anni nei quali ciascuno si dedicò a progetti personali, il gruppo si ricostituì nel 1983 e registrò con la ECM.
Durante un tour musicale in Germania Est nel 1984, Collin Walcott rimase ucciso in un incidente stradale. A seguito di ciò gli Oregon si sciolsero per ricostituirsi nel 1987 per registrare Ecotopia (l'ultimo album con la ECM) con un nuovo percussionista, Trilok Gurtu
Gurtu registrò due ulteriori album come membro del gruppo, ma nel 1993 si separò conseguenza il gruppo registrò due album, come trio. Con un nuovo membro alle percussioni, Mark Walker, gli Oregon cominciarono a suonare un jazz più convenzionale a iniziare dall'album Northwest Passage del 1996. 
Nel 2001 il gruppo si recò a Mosca per registrare con la Moscow Tchaikovsky Orchestra. L'album ebbe quattro nomine al Grammy Award. 
Seguirono, poi, altri dischi Live at Yoshi's (2002), Prime (2005), The Glide (1 track, solo per Itunes) (2005), Vanguard Visionaries (2007) ,1000 Kilometers (2007) e In Stride (2010).

Ecco le date italiane del tour:
11.04.2012 -  Marostica (Panic Jazz Club)
14.04.2012  - Massa (Teatro dei Servi)
15.04.2012  - Gioia Del Colle (Ueffilo Jazz Club)
16.04.2012  - Foggia (Moody Jazz Cafe’)
17.04.2012  - Salerno (Modo)

Il trio Bonati a Parma e Como

Doppio appuntamento fra la fine di marzo e i primi di aprile per il Bonati Trio: Roberto Bonati al contrabbasso, Alberto Tacchini al pianoforte e Roberto Dani alla batteria e alle percussioni saranno, infatti, il 31 marzo prossimo alla Casa della Musica di Parma per festeggiare il decimo anno dalla nascita della storica istituzione parmigiana; e il 1° aprile al Teatro Sociale di Como nell’ambito delle iniziative curate dall’Università Popolare della Musica. 


Un progetto che ha visto la luce lo scorso autunno in occasione del Festival Verdi 2011 e che nasce dall’incontro intenso tra tre musicisti accomunati da affinità di visione e di prospettive, ma soprattutto dall’empatia nell’esplorazione del rapporto fra composizione e improvvisazione. 
Come ha avuto modo di specificare Bonati stesso, “Ho scritto nuova musica per questo trio con l’idea di guardare alle sue peculiarità da una nuova prospettiva, considerando i tre musicisti come solisti di un gruppo da camera. Le composizioni sono strutturate per trovare una possibilità di sviluppo attraverso l’improvvisazione, per aprire la musica a forme sempre diverse. L’improvvisazione non avviene all’interno di una forma prestabilita ma trova nuovi spazi in cui accadere. La musica è in continuo mutamento come sotto l’effetto di luci diverse che illuminano (o oscurano) la forma dei brani.  Come guardare allo stesso soggetto da diversi punti di vista scoprendo ogni volta sfumature e ombre segrete. Creando uno spazio all’interno della musica, uno spazio in cui le forme interiori e quelle esteriori possano coincidere e la musica possa cantare.”
In programma alcune nuove composizioni di Bonati e un breve ma sentito omaggio a Verdi nel solco di un percorso che già aveva dato vita, nel 2001, per del centenario verdiano, al progetto The Blanket of the Dark, a Study for Lady Macbeth con la ParmaFrontiere Orchestra. 

lunedì 26 marzo 2012

The Absence nuovo album di Melody Gardot

La straordinaria Melody Gardot titorna con un nuovo, splendido album The Absence - follow-up del suo acclamato album del 2009 My One and Only Thrill.
L'album sarà pubblicato in Italia alla fine di maggio.


The Absence è immerso nei viaggi in giro per il mondo della Gardot e delle influenze del mondo. L'album riflette il tempo trascorso nei deserti del Marocco, nei locali di tango di Buenos Aires, nelle spiagge del Brasile e per le strade di Lisbona. 
Le 12 canzoni originali sono avvolte dal suono e dalle sensazioni di tutti questi luoghi esotici ed ancora altro.
"Un sacco di storie sul disco sono derivate dalle mie esperienze, ma anche dall'osservazione delle persone, dal vivere con loro, dalla tristezza e dalla gioia che viene fuori nei piccoli momenti. E' stata davvero una connessione reciproca", dice la Gardot.
Lei è tornata in America pronta per registrare ed incontrare il produttore, compositore e chitarrista Heitor Pereira. Meglio conosciuto per il suo lavoro come compositore di colonne sonore (Cattivissimo Me, It's Complicated, da Prada a Nada) e chitarrista di fama mondiale (Sting, Seal, Caetano Veloso), ha dimostrato di essere l'ideale partner artistico.
Insieme ad una banda di All Star - il bassista John Leftwich, il percussionista Paulihno DaCosta, i batteristi Jim Keltner e Peter Erskine - hanno iniziato un viaggio che è diventato The Absence.
Godetevi il viaggio.

Intervista a Randy Weston (video)

Sul sito Democracy Now è stata pubblicata un lunga video-intervista di 78 minuti con il leggendario pianista e compositore Randy Weston.


Nel corso della lunga intervista Weston ha incluso estese interpretazioni di molti dei suoi pezzi più celebri, come  "Hi-Fly," "Blue Moses," "African Cookbook," "In Memory Of," "The Healers," "African Lady," "Kucheza Blues," e "Blues for Langston Hughes." 
Randy Weston - compositore e pianista originario di Brooklyn, da molti definito come l’erede di Duke Ellington e Thelonious Monk - continua a sorprendere per freschezza e rigore espressivo. La sua musica incarna il più autentico humus afro-americano, traendo inesauribile linfa vitale proprio da un’approfondita ricerca sugli stretti legami fra il jazz e il Continente Nero.
Dopo aver suonato in gruppi di rhythm’n blues e collaborato con Kenny Dorham e Cecil Payne, Weston compie negli anni Sessanta i primi viaggi in Africa, iniziando quell’esplorazione ritmica e sonora, oltre che spirituale, che lo porterà a realizzare opere importanti: da “Uhuru Africa” a “Highlife”, da “Blues To Africa” a “The Spirit of Our Ancestors” e “Khepera”. In questa riscoperta radicale del jazz, rimane significativo l’incontro con i Master Gnawa Musicians, depositari di una delle più antiche, affascinanti e misteriose tradizioni del Marocco.
Compositore superbo, Weston ha scritto capolavori quali “Little Niles” e “Hi-Fly”. Come pianista si inserisce nel solco della tradizione di Monk, riprendendo le atmosfere dinamiche e giocose della musica nera.

Ecco il video integrale dell'intervista, di cui si può anche scaricare il podcast. (A questo link è possibile anche leggere la trascrizione integrale dell'intervista).

Benny Golson al Kplu Studio Sessions (audio-video)

Il grande Benny Golson è stato il protagonista dell'ultima puntata di Studio Sessions trasmesso dall'emittente Kplu. Il programma presenta interviste e live-sessions in studio con alcuni grandi protagonisti del jazz.


Classe 1929, Benny Golson è considerato una vera e propria leggenda del jazz. 
La sua carriera è iniziata sotto l’egida di nomi quali Benny Goodman, Dizzy Gillespie, Lionel Hampton e Art Blakey, nelle band dei quali ha suonato a lungo. 
Per anni sassofonista dei Jazz Messengers di Art Blakey, Golson ha scritto alcune delle composizioni più celebrate del gruppo (Moanin, Blues March, Whisper Not). 
Insieme al trombettista Art Farmer ha formato il Jazztet, uno dei combo più eleganti e sofisticati del periodo hard bop. Da quei lontani giorni ad oggi la sua presenza nel mondo della musica jazz non ha mai subìto rallentamenti e in oltre 55 anni ha suonato, composto e arrangiato per grandi star, da Count Basie, John Coltrane, Miles Davis, a Sammy Davis Jr, Ella Fitzgerald, Quincy Jones, solo per citarne alcune. 
Sin dagli esordi anche il suo straordinario talento per la composizione lo ha portato a lasciare una traccia duratura. Standard immortali come I Remember Clifford, Along Came Betty e Stablemates sono dovuti alla sua prodigiosa penna, e le sue partiture hanno fatto da scia luminosa ai «songbooks» di molti tra i più importanti jazzisti, incluso il grande Miles Davis. 
Sassofonista dal suono caldo ed avvolgente, ancora attivissimo, Benny Golson continua oggi ad entusiasmare il pubblico e i critici di tutto il mondo con instancabili tournee che alterna alla sua attività di didatta.

Clicca qui, per ascoltare questa bella session in formato Mp3, di cui si può anche scaricare il podcast:

In questo video si possono vedere i tre pezzi che hanno composto la session (Along Came Betty, Killer Joe e Whisper Not.)

Presentato il festival New Conversation di Vicenza

Sarà dedicata soprattutto all’estremo oriente la diciassettesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, che si terrà dal 4 al 12 maggio. 
Saranno quindi musicisti provenienti dall’India, dal Giappone e dal sud est asiatico a rendere unico il programma ideato dal direttore artistico Riccardo Brazzale e intitolato “Alla Fiera dell’Est: sulle rotte di Marco Polo e Thelonious Monk”: un omaggio alle perlustrazioni sia geografiche sia musicali attraverso le figure di due grandi esploratori.


Festival tra i più rinomati a livello internazionale, Vicenza Jazz 2012 sarà un contenitore per molteplici ascolti jazzistici: dalle esoteriche proposte estremo orientali alle grandi firme del jazz afro-americano, dalle piccole formazioni cameristiche alle magniloquenti produzioni orchestrali di grande respiro, dagli artisti per “intenditori” ai gruppi dal vasto seguito popolare. Tutto raccolto in nove giorni ad altissima concertazione musicale: il programma, di cui per ora sono annunciati gli eventi principali mentre ancora in via di definizione sono i numerosi appuntamenti di contorno, offrirà un centinaio di spettacoli. L’intera città di Vicenza sarà invasa dalle improvvisazioni afro-orientali: dai teatri (con l’immancabile e monumentale cornice del palladiano Teatro Olimpico, oltre al Teatro Comunale) ai palazzi storici, dalle chiese alle piazze e le vie del centro, dai numerosi locali notturni al Conservatorio “Pedrollo”.
Il primo fine settimana del festival offrirà un raro concentrato di ascolti dall’estremo oriente, con proposte di grande prestigio oltre che di notevole sforzo produttivo: in teatro si potranno seguire i concerti dell’indiano Trilok Gurtu e del trio multietnico di Ernst Reijseger (il 4 maggio), il “Saiyuki Trio” del vietnamita Nguyên Lê e la band dell’indo-americano Rudresh Mahanthappa (il 6). Ad alto impatto spettacolare si preannunciano le parate in costume della Jaipur Kawa Brass Band proveniente dal Rajasthan (il 5 e il 6).
In un festival dalla lunga tradizione come Vicenza Jazz non possono mancare proposte di spessore storico, oltre a sfide di grande impegno e originalità produttiva. Tra gli appuntamenti principali del cartellone figurano due progetti con orchestra che ruotano attorno a solisti di grande fama: il pianista statunitense Uri Caine eseguirà la sua personale ed esuberante riscrittura delle pianistiche 33 Diabelli Variations di Beethoven assieme all’Orchestra del Teatro Olimpico diretta da Carlo Tenan (l’8 maggio), mentre il trombettista Fabrizio Bosso unirà il proprio quartetto jazz all’ampio organico classico dell’Orchestra del Teatro Olimpico diretta da Stefano Fonzi nel progetto più ambizioso della sua brillante carriera: un omaggio jazz sinfonico alle musiche di Nino Rota (l’11), già testato addirittura con la London Symphony Orchestra.
La bandiera della grande storia del jazz afro-americano sarà portata innanzitutto dal contrabbassista per eccellenza: Ron Carter (in trio il 9 con il chitarrista Russell Malone e il pianista Donald Vega); Carter, sulla scena del jazz da mezzo secolo (basti solo il suo sodalizio con lo storico quintetto di Miles Davis negli anni ’60), torna in città dopo tredici anni, quando venne al festival dedicato a Ellington. 
Ma questo sarà anche il festival di un altro ritorno: quello di tre pianisti che suoneranno insieme sullo stesso palco e su tre pianoforti, ovvero Kenny Barron e Mulgrew Miller e Dado Moroni in un trittico unico a omaggio a Thelonious Monk (sabato 12, in una serata che vedrà sul palco anche il sestetto del pianista Franco D’Andrea, anch’esso per un progetto speciale per il Genius del jazz moderno).
Tra i big del festival figurano anche Paolo Fresu, Roswell Rudd, Danilo Rea, martux_m e il noto giornalista e organizzatore musicale Filippo Bianchi, riuniti in un insolito quintetto multimediale (il 7). Le voci di Sarah-Jane Morris e Cristina Donà daranno invece un notevole appeal al concerto della trombonista Annie Whitehead, un tributo alle musiche del rocker Robert Wyatt (il 10).
Di tutt’altro approccio l’appuntamento con Elio e le Storie Tese, protagonisti del grande evento a ingresso gratuito che come ogni anno si terrà in Piazza dei Signori: il 5 maggio per accontentare tutti, anche chi guarda il jazz un po’ meno da vicino.
Il cartellone di Vicenza Jazz 2012 si arricchirà di numerosi altri nomi di spicco grazie ai concerti ospitati tutte le sere nella Basilica Palladiana all’interno del Panic Jazz Café Trivellato, curato da Luca Berton del Panic Jazz Club di Marostica, che quest’anno sbarca in Piazza dei Signori negli spazi sotto le logge, inaugurando il bar la cui nuova gestione è stata acquisita proprio dal Panic. I nomi annunciati non lasciano dubbi sulla forza jazzistica (e non solo) di queste notti vicentine: Antonio Sanchez, Dominic Miller, Curtis Fuller, Oliver Lake & Orrin Evans, Tingvall Trio, i Moriarty, Marco Tamburini, Giovanni Guidi e molti altri musicisti italiani e non, oltre a tanti giovani, promettenti allievi dei corsi di jazz del Conservatorio Pedrollo che animeranno le jam session sia in “orario spritz” che nel “dopofestival”.
Per informazioni: www.vicenzajazz.org