mercoledì 29 febbraio 2012

Django, vita e musica di una leggenda zingara

Zingaro. Completamente analfabeta. Incapace di leggere uno spartito musicale, ma in grado di diventare fra i più grandi musicisti Jazz di tutti i tempi. E’ la storia di Django, all’anagrafe Jean Reinhardt, nato in un carrozzone nel 1910 e morto a soli quarantatre anni, dopo aver lasciato, al mondo, melodie e virtuosismi indimenticabili e non riproducibili.


Il libro Vita e musica di una leggenda zingara del saggista americano Michael Dregni (edizione EDT in collaborazione con Siena Jazz). è un lavoro estremamente dettagliato, dove l’autore non solo delinea la complessa e, in molti aspetti, semplice personalità di Django, ma, anche, di tutto quel contesto, parigino ed europeo, che il grande musicista seppe incantare con la sua arte. 
Insieme alla storia del jazzista, dalla nascita alle prime composizioni, dai suoi amori alla grande famiglia rom, anche flash sulla seconda guerra mondiale e sulle leggi razziali volute da Hitler per eliminare, insieme agli ebrei, anche minoranze etniche come gli zingari.
Django, in romanì, significa “mi sveglio” – scrive l’autore –, non un nome, bensì un verbo, che "recava in sé immediatezza, senso della vita, e visone del destino". 
Recava in sé la nascita di un nuovo modo di fare musica. I suoi genitori avevano visto in lui qualcosa di speciale, il genio musicale che affascinò anche i più grandi autori di jazz d’Oltreoceano.
Fu questo gitano, infatti, a capovolgere la concezione universale che, al tempo, vedeva questo genere musicale nascere, unicamente, dagli strumenti a fiato come il sassofono o la tromba, dimostrando come le corde di una chitarra potessero, ugualmente, creare note jazz. E che note!
Iniziò con un violino, strumento classico per gli zingari, passò al banjo-chitarra a sei corde con il quale iniziò a guadagnarsi da vivere tra gli applausi e il consenso di musicisti professionisti  e affermati.  "Teneva il banjo come un’arma – scrive Dregni – l’arma con cui voleva combattere per le sue ambizioni"
Non sapendo leggere la musica tutto era relegato al suo orecchio, sicuramente assoluto, e alla sua memoria, sicuramente grande. Ma il grande Jazz non è forse improvvisazione? E la creazione artistica non è forse unica? Il jazzista come ha detto Ralph Ellison ha una contraddizione crudele implicita, deve perdere la sua identità anche mentre la trova. 
Un meccanismo paradossale di inclusione escludente, dove la musica generata è creazione e non imitazione. Può evocare il passato. Certo, lo fece anche Django, ma non lo riprese. Cercò, invece, suoni e forme nuove, sospendendo la certezza di codici musicali acquisiti. Nel Jazz, come nella vita, si possono cogliere i drammi dell’identità, e l’improvvisazione non è caos, è parte fondamentale di questa forma d’arte che raggiunge il suo apice quando lo strumento sparisce dalla rappresentazione cognitiva, e il suono diventa parte intrinseca del musicista. Django ci riuscì.
In un incendio aveva perso la mobilità di due dita della mano, con le altre cercò, e trovò, scale e arpeggi che correvano in verticale, anziché orizzontalmente. Il pollice a contrasto, mentre l’indice e il medio danzavano sulla tastiera a velocità doppia, per dar vita al lirismo della sua produzione.
Nacque e morì povero. Nessun valore per l’ingente  denaro guadagnato durante la carriera. Nessuna contaminazione dagli stili di vita dei non nomadi. Fu sempre, con orgoglio, uno zingaro e, forse, la magia della musica che ci ha lasciato sta proprio in questo.

Ed ecco un rara clip di Django del 1945:

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