mercoledì 29 febbraio 2012

San Marino Jazz Festival. Tutti i nomi della terza edizione

La terza edizione del San Marino Jazz Festival si preannuncia assolutamente straordinaria e senza eguali in Riviera!
Il programma definitivo aggiornato presenta i seguenti appuntamenti:
13 Luglio - Pat Metheny "Unity Band" – ore 21:30 Cava degli Umbri. 
Pat Metheny (chitarra), Chris Potter (sax), Antonio Sanchez (batteria), Ben Williams (contrabbasso). 
Pat Metheny, una star che non ha bisogno di presentazioni: 19 Grammy in carriera. Alla batteria uno dei batteristi più importanti del jazz del momento: Antonio Sanchez.
14 Luglio - Enrico Rava OrchestraWe want Michael” tributo a M. Jackson – ore 21:30 Cava degli Umbri
Enrico Rava (tromba), Mauro Ottolini (Arrangiamenti e trombone), Andrea Tofanelli (tromba), Claudio Corvini (tromba), Daniele Tittarelli (sax alto), Dan Kinzelman (sax tenore), Marcello Giannini (chitarra), Franz Bazzani (tastiere), Giovanni Guidi (pianoforte), Dario Deidda (basso elettrico), Zeno De Rossi (batteria), Ernesto Lopez Maturel (percussioni).
Il tributo di Enrico Rava alla musica di Michael Jackson, il re del pop che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica e dello spettacolo.
(Il concerto di Enrico Rava sostituisce quello di Jim Hall, poichè sono annullate tutte le date del tour italiano di Jim Hall.)
15 Luglio - John Scofield "Hollowbody Band" – ore 21:30 Cava degli Umbri
John Scofield (chitarra), Kurt Rosenwinkel (chitarra), Ben Street (basso), Bill Stewart (batteria).
Un set d’eccezione: la Hollowbody Band di John Scofield, uno dei chitarristi più importanti della storia del jazz che insieme a Kurt Rosenwinkel da vita ad un super duo guitar, alla batteria il grande Bill Stewart.
L’evento, in programma dal 13 al 15 Luglio, si terrà quest’anno nella suggestiva e spaziosa Cava degli Umbri (2218 posti a sedere) nel cuore del centro storico della più antica Repubblica del Mondo. 
Un cambio di location ma altrettanto suggestiva rispetto alle prime due edizioni necessario per contenere l’afflusso dei tantissimi fans ed estimatori, sempre più numerosi.
L’obiettivo del San Marino Jazz Festival è sempre più ambizioso: proporre i migliori artisti jazz del mondo. L’idea dell’ evento, nasce dalla passione del suo organizzatore e direttore artistico, Alberto Braschi, e continua a regalare grandissime emozioni ai tanti appassionati di questo genere che, come gli anni precedenti saliranno a San Marino ad ascoltare i loro miti del Jazz.
Per informazioni: www.sanmarinojazzfestival.com/

Django, vita e musica di una leggenda zingara

Zingaro. Completamente analfabeta. Incapace di leggere uno spartito musicale, ma in grado di diventare fra i più grandi musicisti Jazz di tutti i tempi. E’ la storia di Django, all’anagrafe Jean Reinhardt, nato in un carrozzone nel 1910 e morto a soli quarantatre anni, dopo aver lasciato, al mondo, melodie e virtuosismi indimenticabili e non riproducibili.


Il libro Vita e musica di una leggenda zingara del saggista americano Michael Dregni (edizione EDT in collaborazione con Siena Jazz). è un lavoro estremamente dettagliato, dove l’autore non solo delinea la complessa e, in molti aspetti, semplice personalità di Django, ma, anche, di tutto quel contesto, parigino ed europeo, che il grande musicista seppe incantare con la sua arte. 
Insieme alla storia del jazzista, dalla nascita alle prime composizioni, dai suoi amori alla grande famiglia rom, anche flash sulla seconda guerra mondiale e sulle leggi razziali volute da Hitler per eliminare, insieme agli ebrei, anche minoranze etniche come gli zingari.
Django, in romanì, significa “mi sveglio” – scrive l’autore –, non un nome, bensì un verbo, che "recava in sé immediatezza, senso della vita, e visone del destino". 
Recava in sé la nascita di un nuovo modo di fare musica. I suoi genitori avevano visto in lui qualcosa di speciale, il genio musicale che affascinò anche i più grandi autori di jazz d’Oltreoceano.
Fu questo gitano, infatti, a capovolgere la concezione universale che, al tempo, vedeva questo genere musicale nascere, unicamente, dagli strumenti a fiato come il sassofono o la tromba, dimostrando come le corde di una chitarra potessero, ugualmente, creare note jazz. E che note!
Iniziò con un violino, strumento classico per gli zingari, passò al banjo-chitarra a sei corde con il quale iniziò a guadagnarsi da vivere tra gli applausi e il consenso di musicisti professionisti  e affermati.  "Teneva il banjo come un’arma – scrive Dregni – l’arma con cui voleva combattere per le sue ambizioni"
Non sapendo leggere la musica tutto era relegato al suo orecchio, sicuramente assoluto, e alla sua memoria, sicuramente grande. Ma il grande Jazz non è forse improvvisazione? E la creazione artistica non è forse unica? Il jazzista come ha detto Ralph Ellison ha una contraddizione crudele implicita, deve perdere la sua identità anche mentre la trova. 
Un meccanismo paradossale di inclusione escludente, dove la musica generata è creazione e non imitazione. Può evocare il passato. Certo, lo fece anche Django, ma non lo riprese. Cercò, invece, suoni e forme nuove, sospendendo la certezza di codici musicali acquisiti. Nel Jazz, come nella vita, si possono cogliere i drammi dell’identità, e l’improvvisazione non è caos, è parte fondamentale di questa forma d’arte che raggiunge il suo apice quando lo strumento sparisce dalla rappresentazione cognitiva, e il suono diventa parte intrinseca del musicista. Django ci riuscì.
In un incendio aveva perso la mobilità di due dita della mano, con le altre cercò, e trovò, scale e arpeggi che correvano in verticale, anziché orizzontalmente. Il pollice a contrasto, mentre l’indice e il medio danzavano sulla tastiera a velocità doppia, per dar vita al lirismo della sua produzione.
Nacque e morì povero. Nessun valore per l’ingente  denaro guadagnato durante la carriera. Nessuna contaminazione dagli stili di vita dei non nomadi. Fu sempre, con orgoglio, uno zingaro e, forse, la magia della musica che ci ha lasciato sta proprio in questo.

Ed ecco un rara clip di Django del 1945:

Ron Carter ad Ascona

Nuovo appuntamento con la grande musica al Jazz Cat Club
Lunedì 12 marzo, alle 20.30, l'associazione propone infatti alla Sala del Gatto di Ascona una serata molto attesa con il quartetto di Ron Carter, bassista di classe mondiale e leggenda vivente del jazz.


Quando si parla di miti del contrabbasso, uno dei primi nomi che vengono in mente è certamente quello di Ron Carter. 
Nato il 4 maggio 1937, Carter è arrivato alla notorietà nei primi anni sessanta con il secondo grande quintetto di Miles Davis, che includeva anche Herbie Hancock, Wayne Shorter e Tony Williams.
Oltre ad aver partecipato ad alcuni progetti solisti con Hancock e Shorter, ha suonato e registrato con un'infinità di artisti fondamentali del jazz: Billy Cobham, Kenny Barron, Tom Jobim, Eric Dolphy, McCoy Tyner, Stanley Turrentine, Freddie Hubbard, Stan Getz, Coleman Hawkins, Joe Henderson, Horace Silver, per citarne solo alcuni. 
Carter è in assoluto uno dei musicisti più registrati nella storia del jazz con oltre 2'500 album incisi, di cui molti anche a suo nome. Noto per il suo sound inconfondibile e pieno di swing, per la sua eleganza e sobrietà abbinate a una tecnica strepitosa, nella sua lunga e prestigiosa carriera Carter ha ricevuto numerose onorificenze e vinto anche due Grammy Award.
Eccezionale il gruppo con cui il celebre artista si presenterà ad Ascona. Nella band troviamo infatti il pluripremiato percussionista Rolando Morales-Matos, il batterista Payton Crossley, sulle scene da più di trent'anni, e l'acclamata pianista canadese Renee Rosnes, un'artista che da sola vale già il biglietto: moglie di Bill Charlap, la Rosnes è infatti considerata uno dei migliori pianisti e compositori della sua generazione.

Ecco un video live di Ron Carter:

Louis Moholo ad Aperitivo in Concerto

“Aperitivo in Concerto” presenta, in prima mondiale, domenica 4 marzo 2012, alle ore 11.00, presso il Teatro Manzoni di Milano, un affascinante ed emozionante tributo che il celebre batterista sudafricano Louis Moholo ha voluto dedicare al ricordo di alcuni straordinari musicisti, anch’essi sudafricani, che hanno saputo caratterizzare un’epoca nel jazz britannico ed europeo.


Il gruppo dei Blue Notes, capitanato dal compianto trombettista Mongezi Feza, portò alla ribalta, negli anni Sessanta, il jazz sudafricano e i suoi migliori rappresentanti (quasi tutti oggi scomparsi), come lo stesso Feza, come il sassofonista Dudu Pukwana, i contrabbassisti Johnny Dyani e Harry Miller, il pianista e band leader Chris McGregor, lo stesso batterista Louis Moholo, tutti trapiantatisi successivamente in Inghilterra, dove arricchirono straordinariamente la scena musicale locale, illustrando in Gran Bretagna e in Europa un approccio alla musica nuovo, sanguigno, vitale, travolgente. 
A distanza di quasi un cinquantennio, proprio Louis Moholo, l’unico sopravvissuto di quella straordinaria stagione creativa, rende un sentito omaggio a degli artisti che seppero creare un linguaggio originalissimo e trascinante, fondendo la tradizione sudafricana con l’arte musicale afroamericana. Moholo dirige un gruppo di grandi solisti che rappresenta il meglio, oggi, della scena britannica, come il trombettista Henry Lowther (grande strumentista che ha collaborato con artisti quali Mike Gibbs, Kenny Wheeler, Michael Garrick, John Taylor, Stan Tracey, Graham Collier, Tony Coe, Mike Westbrook, Charlie Watts, John Mayall, Barbara Thompson, Gordon Beck, la London Composers Orchestra) i sassofonisti Jason Yarde (già a fianco di Soweto Kinch, World Saxophone Quartet, Matthew Bourne, Gwilym Simcock, Sam Rivers, Hermeto Pascoal, McCoy Tyner, Manu Dibango, Roy Ayers, Andrew Hill) e Ntshuks Bonga (collaboratore di Maggie Nichols, Claude Deppa, Robyn Hitchcock), il pianista Alexander Hawkins (oggi una fra le voci più originali sulla scena musicale britannica, vantando collaborazioni con Lol Coxhill, John Butcher, Jason Yarde, John Russell, Eddie Prevost, Joe McPhee), la cantante Francine Luce (una vocalist capace di agire con straordinaria intensità dai contesti tradizionali a quelli più sperimentali, dopo avere lavorato con artisti quali Steve Beresford, Evan Parker, Lester Bowie, Joëlle Leandre, Maggie Nichols, lo stesso Louis Moholo).
Louis Tebugo Moholo-Moholo, nato a Cape Town nel 1940, è uno fra i più significativi artisti sudafricani. Fondatore del leggendario The Blue Notes con Chris McGregor, Johnny Dyani, Nikele Moyake, Mongezi Feza e Dudu Pukwana, emigra nel 1964, assieme ai suoi compagni e collaboratori, stabilendosi a Londra e infondendo nuova vita nella scena musicale britannica e poi europea.
Membro anche di un gruppo afro-rock degli anni Settanta come gli Assagai, componente dell’orchestra Brotherhood of Breath (guidata da Chris McGregor, costituita da numerosi musicisti sudafricani e alcuni dei principali musicisti della scena free jazz inglese) è stato anche tra i fondatori di gruppi come Viva la Black e The Dedication Orchestra.
Il primo album pubblicata da Moholo a suo nome, "Spirits Rejoice!" (Ogun Records), è considerato emblema della commistione tra musicisti britannici e sudafricani.
Moholo ha inoltre collaborato con artisti di rilievo come Derek Bailey, Steve Lacy, Evan Parker, Enrico Rava, Roswell Rudd, Irène Schweizer, Cecil Taylor, John Tchicai, Archie Shepp, Peter Brötzmann, Mike Osborne, Keith Tippett, Elton Dean, George Lewis e Harry Miller.
Per informazioni: www.aperitivoinconcerto.com/

Ecco un video del Louis Moholo Quintet registrato a Londra:

martedì 28 febbraio 2012

International Live Swing Summit 2012

Dopo lo straordinario successo di Jazz Broadway 2011 torna a Milano, oggi e domani nella cornice del Teatro Dal Verme, il grande galà, sostenuto da Assistal e dedicato alla musica swing, con l'obiettivo di fare incontrare proprio a Milano i migliori talenti della scena internazionale che insieme racconteranno un'epoca straordinaria per lo swing: il passaggio dai musical di Broadway all'avvento di Hollywood e quindi i grandi temi musicali per i film.


Il galà di solidarietà raccoglie fondi a favore della costruzione di un nuovo ospedale di maternità, "Divine Providence", nel Senegal. Sarà realizzato da un team di volontari specialisti (ingegneri, architetti impiantisti di varie discipline e medici, etc.), in collaborazione con il Rotary International.
Il contributo professionale di tipo impiantistico svolge un ruolo essenziale in questo progetto e si sostanzia in atti di intelligente e paziente ricerca e valutazione delle soluzioni meno costose, più robuste e resistenti ai climi tropicali, incorporando nei progetti la massima attenzione al tema della facilità di manutenzione e della gestione della ricambistica, molto critiche in quei territori.
Sul palco del teatro Dal Verme la Big Band di Paolo Tomelleri a cui si aggiungeranno una sezione di 12 archi, due pianoforti contrapposti, due batterie ed altri strumenti, oltre che Special guests internazionali del calibro di Scott Hamilton (UK, sax tenore), Nicki Parrot (Australia, contrabbasso e voce) e Stephanie Trick (Usa pianoforte).
Inoltre parteciperanno: Rossano Sportiello e Paolo Alderighi (con due pianoforti contrapposti), Tullio De Piscopo e Christian Meyer (alle batterie), Carlo Bagnoli (sax baritono), Vincenzo Fesi, Isabella si Gregorio ed i Flayng Alligators Swing Dance Group (campioni internazionali di swing dance).
Per informazioni: http://dalverme.org

Paolo Fresu a Milano

Tutto si può dire di Paolo Fresu, orgoglio del jazz italiano versione export, tranne che abbia paura di attraversare generi e linguaggi. Anche molto distanti tra loro. 
Ingrandisci immagineLo scorso anno, per esempio, per celebrare i suoi primi 50 anni, il trombettista sardo (di Berchidda) ha dato vita ad un happening monstre (50 concerti sparsi nei posti più belli della Sardegna), alla ricerca del connubio perfetto tra musica e natura, confrontandosi, tra gli altri, con Uri Caine e Ludovico Einaudi, Omar Sosa e Paola Turci, Ascanio Celestini e Stefano Bollani.


Date le premesse, «suona» naturale la sua ennesima apparizione milanese, stasera all'Auditorium Fondazione Cariplo di Milano (ore 20.45, ingresso libero), nell'ambito di «Kilometro Zero», la stagione concertistica voluta dalla Orchestra Giovanile «J. Futura» di Trento (direttore Maurizio Dini Ciacci) per accorciare le distanze fra generi, stili ed epoche differenti, abbattere barriere e consuetudini e suscitare interesse in una proposta eterogenea, una sorta di viaggio sonoro che parte da Ludwig van Beethoven e arriva alla contemporaneità. 
La riprova viene dal «menù» della manifestazione (resa possibile, oltre che dall'associazione «Futura», anche da Porche e dall'Orchestra Verdi), singolare mix tra musica colta doc e jazz sinfonico. 
Si comincia con l'interpretazione del Concerto per pianoforte e orchestra numero 2 del geniale compositore tedesco da parte dell'orchestra trentina, «implementata» per l'occasione dal pianoforte del giovanissimo talento argentino Elio Coria, dopodichè largo al jazz improvvisato e senza confini di Paolo Fresu. 
Il suo intervento sarà suddiviso in due parti: nella prima, assieme all'orchestra ed alla pianista trentina Isabella Turso, eseguirà quattro pezzi scritti da Maurizio Dini Ciacci e Isabella Turso, parte integrante di un disco di inediti di prossima uscita, deliberato tentativo di commistione fra classica, jazz e pop; di seguito, con la collaborazione del fedele pianista Roberto Cipelli (per quest'ultimo una militanza ultraventennale nel Paolo Fresu Quintet), affronterà una manciata di «standard» nell'arrangiamento orchestrale dall'eterno Paolo Limiti: da «La voce del silenzio», portata al successo da Mina, a «Blame me on my youth» del compositore-attore Usa Oscar Levant, passando per «Funesta vascia», classico riconosciuto della canzone popolare napoletana del Cinquecento.
(Fonte Il Giornale)

William Parker "Universal Tonality" a Parigi (video)

Sul sito dell'emittente televisiva Arte è stato pubblicato il video integrale del concerto della formazione del contrabbassista William Parker "Universal Tonality", registrato al Musée du Quai Branly di Parigi lo scorso 28 gennaio 2012.


William Parker, bassista e studioso autodidatta, ha riunito per questa questa Double Sunrise, un orchestra pluridimensionale. Concentrandosi sul doussou n’goni, l'arpa-liuto usata da alcuni cacciatori del Mali, e da suo cugino il guembri, ed aggiungendo il suo strumento, il basso, dei sassofoni, dei flauti, e sostituendo al canto jazz la voce di una cantante venuta dal Nord dell'India: Sangeeta Bandyopadhyay.
Nel frattempo, William Parker e il suo alter ego Bill Cole fanno ricorso a strumenti ad ancia doppia, come l'hojok coreano o la bombarda bretone, per far deragliare la sezione degli strumenti a fiati, come trombe e sassofoni.
Mentre il basso, a volte raddoppiato dal doussou n’goni, fugge su una progressione a lungo termine, bardati dai ritmi vorticosi che organizzano ampi movimenti di andata e ritorno.

Per vedere questo concerto, basta visitare questo link nel sito di Arte

Bobby Watson a Taranto

Nel novantesimo anno di attività, gli Amici della Musica “Arcangelo Speranza” hanno il piacere di presentare presso l’Auditorium Tatà di Taranto in esclusiva per il Sud Italia una delle poche date del grande sassofonista e compositore americano Bobby Watson.


Un concerto importante, forse il più atteso dagli appassionati di jazz in Puglia e dintorni, che si terrà venerdì 9 marzo, con inizio alle ore 21, nell’ambito della 68esima Stagione Concertistica organizzata dagli Amici della Musica “Arcangelo Speranza” sotto l’egida del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Provincia di Taranto e del Comune di Taranto.
Il maestro, accompagnato da Richard Jonson al piano, Curtis Lundy al basso e da Victor Lewis alla batteria, presenterà il concerto “Appointment in Milan”, che riprende il disco prodotto nel 1985 e divenuto un classico della musica jazz.
Sergio Veschi, patron della Red Records, etichetta che ha pubblicato l’album di Watson, ha scritto nel guestbook del sito della sua etichetta: “Nel 1983 l’alto sassofonista di Kansas City Bobby Watson fece un concerto a Milano in un locale chiamato Le Scimmie, accompagnato da un gruppo italiano, L’Open Form Trio. Il gestore del locale registrò una cassetta di quello storico evento, quella registrazione piacque così tanto ai musicisti che, sebbene il supporto non potesse garantire un suono ad alta fedeltà, decisero di inciderla in un disco e nacque Perpetual Groove.
Bobby Watson rimase impressionato dal sound che usciva con il trio italiano e decisero di incidere un disco. Prenotarono lo studio per due giorni, ma tutti i pezzi risultarono talmente buoni già alla prima take che non furono necessarie altre registrazioni, quel disco mitico era Appointment in Milano”.
Watson è certamente uno degli eminenti musicisti della sua generazione, con alle spalle una notevole quantità di successi fin dai primi anni ’80, che hanno testimoniato la sua innegabile individualità di artista.
Compositore e sassofonista contralto, nato a Lawrence, negli Stati Uniti, precisamente nel Kansas, il 23 agosto 1953, ha cominciato suonando il clarinetto in chiesa prima di passare al sax contralto all’età di tredici anni.
Ha composto e scritto arrangiamenti per le band della scuola, prima di diventare il direttore musicale del gruppo “Jazz Messengers” di Art Blakey, il fondatore dell’acclamato 29th Street Saxophone Quartet, del quintetto Horizon, leader dell’etichetta Blue Note, con la quale ha pubblicato “No Question About It” nel 1988, “The Inventor” nel 1990 e “Post-Motown Bop” nel 1991, oltre che a pubblicare sempre nel ‘91 Present Tense con la Columbia, “Urban Renewal” con la Kokopelli, “Quiet As Its Kept” e “Live at Someday in Tokyo” con la Red e “Live & Learn” con la Palmetto.
Tra i vari riconoscimenti che ha ottenuto nel corso della sua carriera gli è stata conferita nel 2001 una cattedra presso l’Università del Missouri, al Conservatory of Music di Kansas City.
Watson combina una ragguardevole destrezza ed una particolare energia con una qualità interiore che viene direttamente dall’anima, la produzione musicale ricopre una vasta gamma di espressioni e di ambientazioni.

Ecco un estratto di un concerto di Bobby Watson al Bohemian Caverns di Washington:

Parioli In Musica

Il Teatro Parioli "Peppino De Filippo", con la nuova direzione artistica di Luigi De Filippo, rivolge la sua attenzione,oltre naturalmente al teatro,anche ad altre forme artistiche,in particolare alla musica.
Prenderà il via, il 5 marzo, "Parioli in Musica, note di lunedi”, una rassegna che presenterà alcuni dei più interessanti protagonisti della scena musicale italiana: Nicky Nicolai, Danilo Rea, Erica Mou, Javier Girotto & Aires Tango, Antonella Ruggiero, Brunori s.a.s e l’attore Claudio Santamaria in veste da cantante accompagnato da una Jazz All Star con Fabio Zeppetella, Roberto Gatto, Ramberto Ciammarughi e Ares Tavolazzi.
Sarà Nicky Nicolai con il suo raffinato recital “Con tutte le note che ho“ (prodotto da Jando Music) ad aprire il 5 marzo la rassegna. La cantante, dopo una pausa di tre anni legata alla maternità, torna sul palco con una nuova maturità e una nuova consapevolezza dei propri mezzi espressivi ma soprattutto con la voglia di divertirsi riassaporando il piacere di un live. Il titolo scelto per lo spettacolo “Con tutte le note che ho” vuole proprio esprimere un desiderio di rimettersi in gioco regalandosi al pubblico attraverso un percorso musicale che spazia tra i suoi brani più noti e un repertorio scelto per omaggiare delle interpreti che in qualche modo hanno segnato la sua vita e la sua storia di artista. In questo percorso Nicky sarà accompagnata da una band di musicisti eccezionali e non mancheranno le sorprese…
Lunedi 19 marzo, Danilo Rea presenterà il suo “Omaggio a Fabrizio De Andrè”. E’ stato recentemente definito da Thomas Conrad, importante critico della rivista American Jazztimes, uno dei pianisti più talentuosi a livello internazionale. Non a caso la sua carriera vanta collaborazioni con Chet Baker, Lee Konitz, Steve Grossman, Michael Brecker, Billy Cobham, Gato Barbieri, Joe Lovano, Kenny Wheeler, John Scofield, solo per citarne alcuni. Danilo Rea riesce ad attirare l’attenzione degli ascoltatori soprattutto grazie alla grande versatilità e all’apertura musicale.E quindi non sorprende che in Italia venga considerato come il grande poeta tra i musicisti di jazz e che sia diventato famoso suonando con molti cantautori e cantanti come Claudio Baglioni, Domenico Modugno, Gianni Morandi, Adriano Celentano, Renato Zero, Pino Daniele, Gino Paoli, Fiorella Mannoia, e Mina. Ora entrambi i mondi, quello del jazz e quello della canzone d’autore, si fondono magicamente in questo“Omaggio a Fabrizio De Andrè". Spogliate dal significato effettivo della parola, le canzoni di De Andrè diventano l’ideale ispirazione per la grande forza creativa di Rea che si muove fra brani intramontabili come “Bocca di Rosa” e “La Canzone di Marinella”, intense ballate struggenti (“Caro Amore”, “La Stagione del tuo Amore”),fino al blues e allo swing sincopato (“La Ballata Dell’Amore Cieco”) per arrivare persino a passaggi di puro free jazz (“Girotondo”). Ne scaturisce un magnifico omaggio alle canzoni di De André traboccante di melodia e di tecnica straordinaria, del tutto personale e originale.
Lunedi 26 marzo,una giovane cantautrice emergente, Erica Mou. Eccellenti le sue credenziali: vince diversi premi legati alla canzone italiana d’autore,nel 2009 è tra i finalisti di Musicultura. L’8 marzo 2011 esce su etichetta Sugar il suo album d’esordio “È”, entrato nella rosa dei finalisti per la miglior opera prima dell’ultima edizione del Premio Tenco.Subito dopo l’uscita del disco, Erica prosegue la sua attività live esibendosi su alcuni dei palchi italiani più prestigiosi: da quello del Concertone del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma, all'Arena di Verona per i Wind Music Awards dove ritira il Premio Speciale assegnato dalle associazioni del settore discografico di Confindustria Cultura Italia FIMI, PMI e AFI, passando per l’Heineken Jammin’ Festival e gli MTV Days di Torino. Premiata dal MEI come miglior talento dell’anno 2011, Erica ad ottobre, insieme a Subsonica e Caparezza, è tra gli artisti in cartellone alla 3^ edizione di HIT WEEK, il più grande festival di musica italiana in America svoltosi lo scorso ottobre tra New York, Los Angeles e Miami. Con il brano “Nella vasca da bagno del tempo” Erica ha partecipato al Festival di Sanremo 2012 nella sezione SanremoSocial, dedicata ai giovani artisti.
Lunedi 2 aprile, ”Parioli in Musica”, presenta, Javier Girotto & Aires Tango. Il gruppo nasce nel 94 da un idea del sassofonista e compositore argentino Javier Girotto, che ispirandosi alle proprie radici musicali e fondendole con le modalità espressive tipiche del Jazz crea un terreno musicale nuovo. Facendo esplicito riferimento alla musica del grande Astor Piazzolla, Javier Girotto con Aires Tango arriva ad un repertorio di musica originale in progressiva evoluzione, sia per la natura improvvisativa che per il continuo ricambio del materiale musicale.Il risultato è una sorta di Tango trattato, dalle caratteristiche spiccatamente latine per le melodie ed i ritmi che lo animano, ma meno vincolato dai canoni del Tango tradizionale e perciò terreno fertile per un improvvisazione d’ispirazione Jazz; in questo modo gli Aires giungono a una musica di notevole libertà espressiva e di grande fascino, nella quale gli echi del passato si fondono con le istanze del linguaggio musicale più moderno. Accanto a Javier Girotto, Michele Rabbia, percussioni, Marco Siniscalco, basso e Alessandro Gwis, pianoforte.
Lunedi 16 aprile,una raffinata interprete della canzone italiana: Antonella Ruggiero in Trio con Fabio Zeppetella,alla chitarra e Ramberto Ciammarughi al pianoforte.
Il repertorio presentato spazierà fra le canzoni di alcuni paesi del mondo, in un periodo che va dagli anni ’30 agli anni’50, in pratica il ventennio a cavallo della seconda guerra mondiale:dal musical di Broadway.
Lunedi 23 aprile, Brunori Sas, in versione acustica. Brunori Sas è Dario Brunori, cantautore, imprenditore mancato e neo-urlatore italiano. Già con i Blume e con il collettivo Minuta, Brunori Sas sviluppa un percorso personale, riallacciandosi alla pura e semplice canzone all’italiana (da Gaetano a Graziani, da Ciampi a Santercole), forgiandosi di rimandi provinciali e ricordi sbiaditi di un lungomare che fu. Grazie a Vol. 1 si aggiudica il premio Ciampi come miglior album d'esordio e il premio Tenco come miglior autore emergente. A giugno del 2011 esce per Picicca dischi, etichetta dello stesso Brunori: Vol.2 “Poveri Cristi”.
A sugellare un anno pieno di successi, sarà infine nel mese di marzo l'uscita nelle sale cinematografiche di “E' nata una stella”, film di Lucio Pellegrini, con protagonisti Luciana Litizzetto e Rocco Papaleo, la cui colonna sonora porta proprio la firma di Brunori Sas. .
Ultimo appuntamento per “Parioli in Musica”, lunedi 30 aprile,con l’“Omaggio ai poeti della canzone Italiana”, presentato da Claudio Santamaria, nell’insolita veste di cantante, accompagnato da una Jazz All Star composta da alcuni dei più importanti musicisti del jazz italiano: Roberto Gatto alla batteria,Fabio Zeppetella alla chitarra, Ares Tavolazzi al contrabbasso e Ramberto Ciammarughi al pianoforte.
Tutti i concerti saranno preceduti da una breve esibizione di giovani musicisti,
un’opportunità che “Parioli in Musica” vuole concedere per fare emergere nuovi talenti.

Giovanni Mazzarino 4tet a Foggia

Domenica 11 Marzo 2012, al Moody Jazz Cafe' di Foggia, Giovanni Mazzarino guiderà i suoi compagni di viaggio, Max Ionata (sassofono), Rosario Bonaccorso (contrabbasso) e Nicola Angelucci (batteria),   per eseguire la splendida Suite dedicata alla sua Sicilia, intitolata, appunto, “In Sicilia Una Suite


Giovanni Mazzarino nasce il 26 maggio 1965 a Messina. Inizia a suonare all’età di cinque anni da autodidatta e lo studio del pianoforte all'età di undici. E’ considerato uno dei migliori pianisti italiani ed uno dei più richiesti dai musicisti americani in tour in Italia e in Europa come Tom Harrel, Bob Mintzer,  Steve Swallow, Adam Nussbaum, Mark Murphy, Lester Bowie, Randy Brecker con cui ha creato veri e propri progetti nel corso degli anni. Ha scelto, anche per il legame profondo con la sua terra, di vivere in Sicilia, lontano dai centri nevralgici dell’industria musicale. Ma fate il suo nome a qualche musicista che ha avuto il privilegio di suonare con lui  e non riceverete altro che lodi, complimenti ed espressioni di meraviglia. Conoscitore del pianoforte classico e della tradizione jazz, raffinato e solido accompagnatore di vocalist – impressionante la lista delle sue collaborazioni - uomo dalla conversazione ricca e interessante, si infervora parlando della difesa e della valorizzazione delle tradizioni culturali siciliane.
Questa sua ultima fatica da leader si inserisce a pieno titolo in questo "lavoro culturale": una suite dedicata a colori e profumi dell'isola, sintetizzata dalla frase di Goethe che non si può che sottoscrivere: "L'Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell'anima. Qui è la chiave di tutto". 
La produzione è preziosa: oltre al lavoro di studio di Stefano Amerio e del suo Artesuono, ormai una firma di garanzia a livello europeo e mondiale, il Cd è accompagnato da un libretto di foto di Pino Ninfa dedicate alla Sicilia e ai musicisti. Per realizzare quest'idea Mazzarino ha riunito una delle formazioni più classiche del jazz post 1960, il quartetto con sax, invitando Rosario Bonaccorso al basso, uno dei più apprezzati bassisti italiani per la grande esperienza e la capacità di propellere tutto il gruppo, che qui si conferma ai massimi livelli; il giovane ma già autorevole batterista abruzzese Nicola Angelucci, e il sassofonista Max Ionata, che negli ultimi anni ha vertiginosamente accresciuto maturità e ricchezza espressiva, tale da renderlo uno dei più apprezzati sassofonisti italiani al mondo.
Tutti segnali della passione con cui è stato realizzato il disco, ma il cuore di tutto alla fine sono la musica e le idee di Mazzarino: anche se ampissimo è lo spazio lasciato agli altri musicisti – infatti non si tratta affatto di un pianoforte "accompagnato" da altri ma di un sound collettivo - tutto è alla fine profondamente suo, nutrito dall'ampiezza dei suoi riferimenti. 
Come nella storia della terra cui è dedicata, in questa musica ci sono fratture, dramma e grido – particolarmente espressivo il sax di Ionata in diversi passaggi – che si accompagnano a melodie colorate dall'amore per il jazz, per la tradizione europea del pianoforte e per le tradizioni musicali siciliane. Le risorse del gruppo sono sfruttate con intelligente duttilità, e passaggi arrangiati in modo sorprendente si alternano a improvvisazioni collettive di grande impatto o quiete meditazioni solistiche, e nessun brano obbedisce a regole "standard" di durata o struttura dettate da considerazioni esterne: si va dai due minuti di “Taormina”, con il brillante pianismo dell'introduzione e il nervoso tema, ai nove dell'esplosivo “Stromboli”, con la crescente tensione generata da sax, basso e batteria, cui segue “Marzamemi”, reso ancora più efficace dal drammatico cambio di atmosfera: un arpeggio pianistico colorato da uno svolazzo arabescato che introduce una sinuosa melodia impreziosita dal timbro brunito di Ionata, sviluppandosi poi in passaggi dall'elastico swing. Non a caso al centro dell'album sta “Piazza”, una meditazione sospesa e incantata, notturna ed evocativa come la foto di copertina dell'album: il brano in qualche modo raccoglie e sintetizza gli umori di tutto il lavoro, mettendo in evidenza l'originale pianismo del leader, le contro-melodie di Bonaccorso, la misura di Angelucci e ancora Ionata, questa volta in una vocale predicazione al soprano.
Per informazioni: www.moodyjazzcafe.it/

Ed ecco un estratto di In Sicilia una Suite:

lunedì 27 febbraio 2012

Lee Ritenour Group su Deutschlandfunk

Questa sera l'emittente radiofonica Deutschlandfunk trasmetterà il concerto del Lee Ritenour Group registrato il 4 luglio 2011 al Montreux Jazz Festival.


Lee Ritenour è uno dei più acclamati chitarristi della scena fusion, leggenda mondiale e autentico idolo degli appassionati di un genere che ha portato la tecnica strumentale e il virtuosismo alla sua apoteosi. 
In oltre cinquant’anni di carriera sfolgorante, ha guadagnato 19 Grammy Nominations, un Grammy Award, il Lifetime Achievement Award dal Canadian SJ Awards e il prestigioso Alumnus of the Year Award from USC. 
Membro fondatore dei mitici Fourplay, considerato il gruppo più stimato del jazz contemporaneo, sin dagli inizi della sua carriera il suo stile eclettico e unico al mondo pone le fondamenta per più di tremila sessioni registrate nelle opere dei più importanti musicisti del pianeta: dai Mamas and Papas, ai Pink Floyd, Steely Dan, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Simon & Garfunkel and Frank Sinatra. 
Senza dimenticare i suoi 40 album pubblicati, 35 chart songs prime in classifica, e l’abbagliante talento di Ritenour nei suoi lavori da solista e nelle infinite collaborazioni, a partire dal suo leggendario lavoro con Dave Grusin a Phil Collins, o con i grandi del Brasile come Ivan Lins, Caetano Veloso, o Djavan.
Tra le chitarre più richieste in sala di registrazione, Ritenour ha rappresentato senz’altro un punto fermo di quella scuola che vedeva tra i suoi alfieri personaggi come Larry Carlton, Steve Lukather, Robben Ford e Jay Graydon. Gente che ha riempito i credits di tante produzioni superlusso, ricercati per la loro tecnica ineccepibile unita ad una camaleontica capacità di sintesi.

Per ascoltare il concerto visita questo link, questa sera a partire dalle ore 21,05.

Ecco una registrazione live di Lee Ritenour che presenta Papa was a Rolling Stone:

Seminario di Piano Jazz con Aruan Ortiz a Roma

Martedì 6 marzo 2012 alle ore 16.00 il grande pianista cubano jazz Aruan Ortiz presenterà una clinic dedicata alla sezione ritmica contemporanea e alla modulazione ritmica nei pattern afro-cubani.
La formazione musicale statunitense e le origini cubane del pianista saranno alla base del workshop, che esplorerà i diversi modi di approcciarsi al ritmo enfatizzando l’importanza del downbeat e dell’upbeat.


Verranno analizzati nell’interplay i criteri necessari a costruire il tempo e lo spazio dell’improvvisazione moderna nella dinamica di interazione con altri strumenti. Particolare attenzione verrà posta sulle influenze della poliritmia afro-cubana nelle composizioni di Ortiz.
Il seminario si svolgerà martedì 6 marzo dalle 19.30 alle 21.30 presso Percentomusica: per partecipare è necessario acquistare il proprio biglietto entro il 5 marzo presso la Segreteria della scuola, dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00.
Aruan Ortiz è un pianista cubano in forte crescita nell’ambiente musicale statunitense, dove si è affacciato nel 2003, dopo una lunga esperienza in Europa, in particolare a Parigi e Barcellona. 
Il suo vasto bagaglio espressivo (preparazione accademica classica, musica tradizionale cubana, il jazz moderno) gli apre molte porte appena varcato l’oceano. Suona, tra gli altri, con Roy Hargrove, Stefon Harris, Sheila E, Giovanni Hidalgo, Horacio “El Negro” Hernandez, Antoine Roney. 
Incide nel 2004 un CD dedicato a Miles Davis accanto al trombettista Wallace Roney e alla cantante soul Missy Elliot, poi gira in tour con il gruppo “The Fringe”, e infine forma un proprio trio con il grande batterista Francisco Mela e un quartetto con l’altoista Abraham Burton.
Per informazioni: www.percentomusica.com

Ecco un video del quintetto di Aruan Ortiz, con Jeremy Pelt, tromba; David Gilmore, chitarra; Rashaan Carter, basso e Eric McPherson, batteria:

Sounds of the 30's. Il nuovo disco di Stefano Bollani e Riccardo Chailly

Dopo “Rhapsody in Blue”, rimasto per oltre 30 settimane nella classifica “Top 100” GFK-Fimi dei CD più venduti e ormai disco di platino, nasce un nuovo progetto discografico della “strana coppia”.
Se “Rhapsody in Blue” era un progetto monografico dedicato a George Gershwin, Riccardo Chailly e Stefano Bollani ci sorprendono oggi con una esaltante quanto imprevedibile panoramica del sound classico degli anni ’30.


Qual era il sound degli anni ’30? Quello di Benny Goodman che portava le big band jazz alla Carnegie Hall, o di Ionisation di Varèse? Delle sorelle Andrews o di Bartók? Di Moses und Aron o di “Over the Rainbow”? Di Charles Ives o di Erich Korngold?
Sounds of the ’30s” affonda le sue radici tra Europa e America, tra l’arte colta e quella vernacolare, in un esaltante fermento culturale in cui alcuni mostri sacri della classica non esitarono a “contaminarsi” con il jazz, il tango e il fox-trot.
Ecco quindi il Concerto in sol di Ravel , il Tango di Stravinsky (presente sia nella versione per pianoforte che in quella – in prima mondiale – per orchestra elaborata da Felix Guenther), il celeberrimo Valzer da “L’Opera da tre soldi” e “Surabaya Johnny” di Weill e la suite dalla sorprendente azione coreografica “Le mille e una notte” di De Sabata - un’altra prima mondiale.
La critica ha battezzato l’inedita collaborazione fra Riccardo Chailly e Stefano Bollani come “la strana coppia”, ma forse sarebbe più giusto definirlo come “il magico trio”: non si può non menzionare la presenza della prestigiosissima orchestra del Gewandhaus di Lipsia, la compagine sinfonica più antica d’Europa, capace di garantire una qualità di suono davvero senza pari.
Il programma del disco, eseguito dal vivo a Lipsia in un “Augustusplatz” stipato all’inverosimile da oltre 20.000 persone all’inizio di settembre del 2011, è stato registrato nella sala del Gewandhaus e sigilla una serata storica.
Negli ultimi due anni Riccardo Chailly e Stefano Bollani hanno totalizzato con le loro incisioni oltre 70 settimane di permanenza nella classifica “Top 100” GFK-Fimi, polverizzando ogni record per artisti classici e jazz: tutto lascia prevedere che con “Sounds of the ‘30” ci stupiranno ancora.
(Fonte All Radio)

Jerry Bergonzi Trio a Busto Arsizio

Questa sera alle ore 21 all’Art Blakey Jazz Club di Vicolo Carpi a Busto Arsizio concerto del Jerry Bergonzi Trio, con Dave Santoro al contrabbasso e Andrea Michelutti, batteria.


Cambia palcoscenico, ma non il livello di qualità di questa rassegna musicale in trasferta da Olgiate Olona a Busto Arsizio. JazzAltro ci propone la maestria di Jerry Bergonzi.
Jerry Bergonzi, nato a Boston da genitori italo americani, è stato definito da Down Beat a "Tower of Power". I jazzisti di tutto il mondo gli riconoscono una indiscussa maestria strumentale e apprezzano la genialità delle sue composizioni e del suo stile che ha riunificato molti dei principali dialetti del tenorismo moderno in uno stile, fraseggio, vocabolario e un suono personale che inglobano, sintetizzano e danno nuova luce agli stilemi di Rollins, Coltrane, Joe Henderson e Wayne Shorter.
Jerry Bergonzi è l'autore di alcuni manuali di teoria e pratica jazzistica, pubblicati dalla casa editrice tedesca Advance, che sono fra i più studiati dai musicisti delle nuove generazioni in tutto il mondo.
La sua influenza sui musicisti è enorme sia per il suo stile che per le sue innovative concezioni musicali ed è anche un celebree ricercato insegnante. Jerry Bergonzi, oltre i sassofoni, suona anche piano, basso, batteria ad eccellenti livelli. E' non solo un musician's musicians ma anche un sassofonista di culto fra molti jazz fans in tutto il mondo, in particolare fra quelli meno soggetti alle mode e alle chimere del marketing discografico.
Uomo schivo, gentile, riservato e poco incline alle pubbliche relazioni, integralmente posseduto dalla musica che suona con indomabile energia e feroce dedizione produce una musica di grande impatto e forza vitale che da vita ad una intensa e drammatica "poetica dell'inquietudine" pervasa da una virile urgenza espressiva sia nelle sue composizioni originali che negli standards che spesso reinventa di sana pianta.
E' anche considerato un superbo interprete di ballads che da sempre sono il vero test per qualsiasi jazzista giunto alla maturità. Attualmente Jerry Bergonzi insegna teoria e pratica del jazz al New England Conservatory of Music e si esibisce sia come free lance che come leader di propri gruppi in tutto il mondo. Jerry Bergonzi come leader e sideman ha registrato con: Bobby Watson, Kenny Barron, Victor Lewis, Franco Ambrosetti, Mulgrew Miller, Dave Brubeck, Mike Stern, Michael Brecker, Alex Riel,etc... 

Ecco un video del trio di Jerry Bergonzi:

domenica 26 febbraio 2012

E' morto il sassofonista Red Holloway

Si è spento lo scorso 25 febbraio a 84 anni, in seguito a una crisi cardiaca, il sassofonista di Chicago Red Holloway.


Nato James Holloway, il 31 maggio 1927 a Helena, Arkansas, il musicista che si sarebbe fatto conoscere come Red per tutta la sua carriera, iniziò a suonare il sassofono all'età di 12 anni. 
Dopo aver frequentato il Conservatorio di Musica di Chicago, si esibì con la U.S. Fifth Army Band. Stabilitosi a Chicago dopo il suo congedo, Holloway ha lavorato con la big band di Gene Peso e con Dexter Gordon e Yusef Lateef, così come con i musicisti blues di Willie Dixon, Roosevelt Sykes ed altri.
Holloway ha un lungo elenco di collaborazioni come sideman che vanno da Billie Holiday, Sonny Rollins e Lester Young sul lato jazz, e di Aretha Franklin, BB King e Muddy Waters nel regno blues.
Holloway è diventato un membro della house band alla Chance Records nel 1952 e registrò in sessioni per altre etichette chicagoane su etichette, tra cui la Vee-Jay. Inoltre ha condotto un suo quartetto a partire dal 1952. Nel 1963 Holloway si unì alla band dell'organista McDuff, rimanendo per tre anni. Nel 1963 ha anche registrato il suo primo album come leader, The Burner, per l'etichetta Prestige. 
Holloway ha registrato numerosi album per altre etichette negli anni successivi, tra cui due duetti con il sassofonista Sonny Stitt ed ha anche suonato regolarmente con il trombettista Clark Terry.
Artista simbolo del cosiddetto "soul jazz", Red Holloway è stato un sideman di gran lusso, cha col suo sound esuberante ha saputo esercitare un'influenza notevole sul modo di suonare e intendere il sax nella musica nera. 

Ed ecco un video live di Red Holloway:

Ellery Eskelin Trio New York su RSI

L'emittente radiofonica della Svizzera Italiana RSI - Rete 2 trasmetterà questa sera il concerto del Ellery Eskelin Trio New York, registrato sabato 21 gennaio 2012 al Jazz in Bess di Lugano.


Nato nel 1959 nel Kansas, cresciuto a Baltimora e trasferitosi a New York nei primi anni ’80 Ellery Eskelin è una delle maggiori figure della musica creativa statunitense venuta alla ribalta nell’ultimo decennio dello scorso secolo. 
Allievo di Dave Liebman nei primi anni nuovayorkesi, associato inizialmente a Drew Gress e Phil Haynes nel collettivo Joint Venture, poi al batterista Joey Baron nel gruppo Barondown, Eskelin ha trovato in seguito nel trio formato nel 1994 (e ancor oggi attivo) con la fisarmonicista Andrea Parkins e il batterista Jim Black la sua principale dimensione espressiva. L’attività di questa formazione e dei pochi altri gruppi secondari del tenorsassofonista è ampiamente documentata dall’etichetta svizzera Hat Hut.
Di recente il tenorsassofonista ha dato vita al Trio New York, insieme con l’organista Gary Versace e al batterista Gerald Cleaver
L’idea di fondo e la musica di questa formazione - che ha già dato alle stampe un primo CD (su etichetta Prime Source) - sono idealmente ispirati alla madre di Eskelin, nome d’arte “Bobbie Lee”, che ebbe una brillante carriera di organista a Baltimora negli anni ’60. 
Dice Eskelin a questo proposito: “Questa band con Versace e Cleaver da una parte mi ha fatto come tornare indietro nel tempo, al momento della mia prima coscienza musicale, ma al tempo stesso è un gruppo che sento esprima una possibile sintesi del mio ormai lungo percorso come musicista, attraverso trenta e più anni di carriera. La musica che suoniamo per certi versi un’ideale integrazione tra libera improvvisazione e materiali tradizionali, riprendiamo anche vecchi standards come Lover come back to me o Memories of you (che tra l’altro erano anche nel repertorio di mia madre) utilizzandoli però soprattutto per dar forma alle nostre improvvisazioni”.

Per ascoltare il concerto, visita questo link, questa sera a partire dalle ore 21.

Ecco il video di presentazione dell'album Trio New York:

Gli imperdibili: Wayne Shorter - Ju Ju

L'album imperdibile di questa settimana è uno dei capolavori della sterminata produzione discografica di Wayne Shorter. Si tratta di Juju, tra i più strepitosi tra gli album del sassofonista per l'etichetta Blue Note.


Ecco una bella recensione tratta dal sito MusicOff:
“Juju” fa parte del periodo d’oro del sodalizio del sassofonista Wayne Shorter con l’etichetta Blue Note. Altri frutti di questa cooperazione sono come minimo album come “The All-Seeing Eye” (geniale contaminazione tra solismi hard-bop e composizioni con strutture quasi free), “Night Dreamer” e “Speak No Evil” (questi forse più “classici”). 
Leggendo i credits, parrebbe di stare su un disco di John Coltrane. Ci sono il suo batterista (Elvin Jones), il suo pianista (McCoy Tyner) e il suo ex-bassista (Reggie Workman, poi sostituito da Jimmy Garrison nel classico quartetto coltraniano). 
La strada seguita da Shorter in questo disco, tuttavia, è differente da quella che parallelamente stava seguendo Coltrane: dove Coltrane tendeva a diminuire sempre più la componente “composta” e a semplificare le armonie per dare possibilità al solista di essere libero da fitte trame di accordi, Shorter punta sulla scrittura. I pezzi di Juju sono sì figli della rivoluzione modale (la presenza di sequenze di accordi non legati da relazioni tonali è assai frequente, si veda la title-track con le prime misure del tema in cui l’accordo di si aumentato scende cromaticamente), ma non gettano totalmente alle ortiche la tradizione. Abbiamo il tema all’inizio e alla fine di ogni brano, abbiamo i chorus ripetuti a guisa di copertura per i solisti (Shorter e Tyner, principalmente). 
“Ju-ju” è un estatico (quasi tribale) pezzo in ¾ dominato dalle poderose poliritmie di Elvin Jones e dalla straordinaria intensità e potenza dell’assolo del sax tenore.. 
“House of Jade” è una splendida ballata ed è stata parzialmente scritta dalla moglie di Shorter, mentre “MahJong” e “Yes Or No” si rivelano le tracce più affascinanti per come struttura e titolo vanno a braccetto. 
“Mahjong” infatti cerca di rendere l’idea dell’attesa della mossa dell’avversario tipica di questo gioco dividendo il tema nelle seguenti esposizioni/sezioni: sax tenore (prima mossa, tutto su un solo accordo), piano (contromossa), di nuovo sax (seconda mossa, tutta su un accordo differente), piano (seconda contromossa), e infine ancora sax (risoluzione, su accordi di risoluzione tipici della tradizione jazzistica). 
“Yes Or No” è invece divisa in due parti: una più “allegra” in maggiore e una più “triste” in minore. 
“Twelve More Bar To Go” è un blues, mentre il tema di “Deluge” ha un andamento discendente reso efficace dagli accenti splendidamente scanditi dalla sezione ritmica. 
Il jazz però si sa che non è solo composizione, è anche e soprattutto improvvisazione e anche da questo punto di vista “JuJu” si rivela un grande album. 
Per quanto riguarda i sideman, spicca certamente Jones. Il suo drumming in “Juju” è pari pari a quello riscontrabile nei dischi più intensi di Coltrane: incontenibile, rumoroso, potente. Sulla medesima falsariga è la performance stellare di Tyner, la cui capacità di riempire i vuoti nelle melodie di “Deluge” e “MahJong” è davvero impressionante. E infine, il sax tenore del leader che è qui in una veste diversa da quella ricoperta nella sua attività parallela nei dischi di Miles Davis: meno ellittico, più viscerale e intenso, spesso sorprendentemente coltraniano con la sua potenza e l’occasionale insistenza su note lunghe suonate sui registri alti dello strumento. Si tratta di due facce diverse dell’arte di Shorter, egualmente affascinanti e di grande valore.

Ecco in streaming l'intero album JuJu:

Juju by Elfio Nicolosi on Grooveshark

Nuovo album per pianoforte solo per Gaslini

Sul sito de Il Sole 24ore è stato pubblicato un bell'articolo di Franco Fayenz su Giorgio Gaslini:


Quando si dice il caso. Due mesi fa, ricevendo prima di Natale l'ultimo disco di pianoforte solo di Giorgio Gaslini intitolato "Incanti" e pubblicato da Cam Jazz di Roma, ne ho approfittato per scrivere (non era la prima volta) che gli esperti di jazz vengono giustamente rimproverati di occuparsi del maestro milanese molto meno di quanto dovrebbero e sarebbe giusto.
Conoscevo già i risultati – che non erano ancora ufficiali – del referendum Top Jazz del mensile Musica Jazz e sapevo che, ancora una volta, Gaslini era stato trascurato sia come pianista, sia come compositore. «Il nome di Gaslini» ha dichiarato, scherzando ma non troppo, qualcuno che non sono autorizzato a citare «andrebbe menzionato ogni giorno per i meriti enormi che ha nel jazz (e nella musica contemporanea), come disse di sé stesso il pianista e compositore creolo Jelly Roll Morton, indimenticabile per il grande valore e per l'egocentrismo, due qualità che non mancano nemmeno a Gaslini».
Per questo motivo si corre ai ripari quando si presenta un'occasione di particolare rilievo come quella del cd Incanti. Dal 1981 a oggi, Incanti è soltanto il quarto album di pianoforte solo di Gaslini (e il primo inciso dal vivo) dopo Gaslini plays Monk, Ayler's Wings e Gaslini plays Sun Ra. E inoltre, per il fatto che Gaslini interpreta a suo modo, e quindi creativamente, brani di Monteverdi, Barbara Strozzi, Handel, Cajkovskij, Faure, Elgar e Bartok, si tratta di un esempio importante di quella che il maestro chiama «musica totale».
Il caso vuole che ora il bimestrale Jazzit, nel numero di gennaio/febbraio 2012, dedichi a Gaslini la copertina e una sessantina di pagine esaustive quanto un libro, concluse da un‘intervista che gli fa il direttore Luciano Vanni basata proprio su Incanti.
Gaslini conclude a sua volta dicendo che Incanti «non è un disco di musica classica e non è un disco di improvvisazione jazz. È una terza via, la sintesi di un vasto panorama musicale e di una vasta visione della musica. Si ritorna al concetto di musica totale e di musicista totale che sente la musica a 360 gradi: passato, presente e futuro. Senza accorgermene ho compiuto un'azione di musica totale applicata al pianismo». Come volevasi dimostrare.
Forse a Gaslini porto fortuna, suggerisco di riderne insieme. Un'altra volta, in occasione di un evento che gli riservò la città di Roma, lamentai che la sua città natale non facesse nulla di simile. Ma ecco che qualche tempo dopo, nell'ultimo anno bisestile prima di questo, l'evento auspicato accade al Teatro Dal Verme di Milano, esaurito il 29 febbraio 2008 in ogni ordine di posti.
La serata prevede un omaggio a Michelangelo Antonioni con le musiche che Gaslini compose ed eseguì dal vivo in quartetto per il film La Notte (1961) del regista ferrarese. Nella prima parte il Gaslini Chamber Trio (con Gaslini pianoforte, Roberto Bonati contrabbasso, Roberto Dani batteria) propone in première assoluta la "Fonte Funda Suite", venti vigorosi minuti di musica in sette movimenti che Gaslini dedica ad Antonioni. Nella seconda si aggiunge al trio il sassofonista Roberto Luppi per riprodurre la formazione del quartetto che nel 1961 suonò i temi di Gaslini come colonna sonora del film e interpretarla per il pubblico del Teatro Dal Verme. La musica si accompagna alla visione di numerose sequenze de La Notte, i cui interpreti furono Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau e Monica Vitti.
Oggi Gaslini ha 82 anni ma guarda al futuro come quando comparve, non ancora ventenne, alla ribalta del jazz italiano, allora molto lontano dai fasti attuali. Il nostro jazz è stimato adesso fra i migliori al mondo, dopo un trend in ascesa impensabile senza l'apporto determinante delle opere di Gaslini, presenti in cento dischi, eseguite in tremila concerti, e del suo lavoro di insegnante come titolare dei primi corsi di jazz, fra il 1972 e il 1980, nei Conservatori di Roma e di Milano. Qui fece conoscere una nuova generazione di talenti musicali e aprì la strada all'approdo ufficiale del jazz come materia di studio negli altri conservatori nazionali. Ma per avvertire la sua influenza non è necessario essere suoi allievi, e al limite neppure musicisti: un dialogo con Gaslini è fonte di sollecitazioni e di input preziosi per qualunque persona consapevole.
Nessuna meraviglia, quindi, destano i riconoscimenti che il maestro ha ottenuto nei lunghi anni del suo operare: come il diploma e la medaglia d'oro, riservati ai benemeriti della cultura e dell'arte, conferitogli nel 2002 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; e l'Ambrogino d'Oro che il Comune di Milano (meglio tardi che mai) gli ha dato nel 2010 in quanto «protagonista assoluto nella storia della musica italiana». Può bastare?

Ecco Gaslini dal vivo a Genova:

Memorie di Adriano con Peppe Servillo apre il Piacenza JazzFest

La nona edizione del “Piacenza Jazz Fest” si inaugura questa sera con lo spettacolo “Memorie di Adriano - Canzoni del Clan di Adriano Celentano”, in programma alle ore 18.30 presso lo spazio “Le Rotative” di Piacenza.
Sul palco un ensemble d’eccezione: Peppe Servillo (voce), Javier Girotto (sax), Fabrizio Bosso (tromba), Rita Marcotulli (pianoforte), Furio Di Castri (contrabbasso) e Mattia Barbieri (batteria).


Dopo il progetto “Zapping”, dedicato a Frank Zappa e l’omaggio a Domenico Modugno “Uomini in Frac”, Peppe Servillo e Furio Di Castri tornano con un nuovo spettacolo dedicato al molleggiato per eccellenza: con Memorie di Adriano - Canzoni del clan di Adriano Celentano, portano sul palco le canzoni di un’Italia tornata giovane, pronta a guardare altrove e a se stessa, anche nelle canzoni; canzoni tenere e urlate, danzate e sussurrate, scritte da autori vari e arrangiate dai migliori, per essere cantate da tutti, allora come oggi, per appartenenza e desiderio, per curiosità e gusto di una memoria sempre viva e sorprendente.
Zapping” e “Uomini in Frac” potevano sembrare solo due occasioni per rimescolare le esperienze artistiche di alcuni dei migliori musicisti italiani, un pretesto per esprimere la loro amicizia e la loro poetica, rileggendo in modo trasversale musiche che non appartenevano loro completamente; ma dopo il successo del progetto su Modugno e dopo cinque anni di viaggi e quasi un centinaio di concerti in tutta Europa, gli artisti sono stati coinvolti in un’esperienza ricca e profonda, tanto da pensare che fosse arrivato il momento di raccogliere una nuova sfida. 
Nasce così l’esplorazione di un altro grande personaggio della musica italiana, Adriano Celentano, cresciuto in un periodo di grandi trasformazioni culturali e sociali. Celentano ha coltivato un terreno compositivo ampio e fertile, manifestando sempre un profondo senso di impegno civile, a volte anche in modi un po’ criptici. Oltre a essere stato un grande interprete e compositore, “il molleggiato” è stato il catalizzatore di un piccolo gruppo di artisti che ha tracciato un’impronta profonda nella storia della musica italiana: il suo “Clan” ha adattato il rock di Elvis Presley e il soul di Wilson Pickett e Ben King al sound italiano e ha prodotto sia canzoni impegnate e riflessive, sia canzoni leggere e di disimpegno. Al suo interno si muovevano personaggi come Don Backy e Ricky Gianco e con loro muoveva i primi passi quello che sarebbe diventato uno dei più incredibili artisti della storia della musica in Italia, Demetrio Stratos. Il Clan era una grande fucina di artisti e ha sicuramente aperto una nuova strada per la canzone italiana.
Gli artisti hanno scelto Celentano «per ritrovare le canzoni che cantavamo da ragazzi guidando le nostre prime automobili o intorno ai falò sulla spiaggia, canzoni che hanno fatto anche la “nostra” storia e che non abbiamo mai dimenticato». Una carezza in un pugno, Storia d’amore, Azzurro, Stai lontana da me, Sognando, Sei rimasta sola, Sotto le lenzuola e tante altre ancora sono tutte canzoni che non appartengono al repertorio di un jazzista, ma proprio in questo consiste la vera sfida, che gli artisti affrontano a ogni performance con quel senso di rispetto, disillusione e ironia che si è rivelato la vera magia del loro incontro.

Ed ecco la band di Servillo che presenta Il ragazzo della via Gluck:

sabato 25 febbraio 2012

The Robert Glasper Experiment Live (audio)

In occasione dell'imminente uscita del nuovo album Black Radio, il sito Frolab, presenta  una compilation di registrazioni dal vivo del Robert Glasper Experiment, intitolata Bootleg Radio. 


Queste registrazioni sono tratte da vari concerti in giro per il mondo, e presentano come ospiti grandi artisti hip-hop come Yasiin Bey, Q-Tip, Lupe Fiasco, Bilal ecc..

Ecco in streaming questa bella compilation:

Ron Carter continua a trovare le giuste note

Sul sito del Boston Globe è stato pubblicato un bel articolo con intervista al leggendario bassista Ron Carter.


Ecco un estratto dell'articolo:
Ron Carter continua a muoversi in avanti, anche se il passato non smette mai di mordere alle calcagna. Con migliaia di registrazioni al suo attivo, tra cui decine di classici di jazz moderno, il leggendario bassista sta forgiando una eredità smisurata, anche per uno spilungone come lui.
Piuttosto che riposere sugli allori, tra cui lauree honoris causa al New England Conservatory e alla Berklee, continua ad esplorare nuovi progetti e formazioni. L'anno scorso ha pubblicato il suo primo album con una grande ensemble, Ron Carter’s Great Big Band,  con arrangiamenti di Robert M. Freedman.
It’s fun to be in charge of 16 guys rather than two,’’ ha detto il 74enne Carter. “Bob Freedman and I worked closely on coming up with songs that an older audience would be familiar with, but set to a broader array of musical concepts." 
Lo storicismo profondamente consapevole della Great Big Band rende un affascinante contrasto con la sessione più ampiamente celebrata dello scorso anno, Miles Davis Quintet’s “Live in Europe 1967: The Bootleg Series Vol. 1. 
Con tre CD e un DVD, il pacchetto offre un altro sguardo frizzante sulla ben documentata band del trombettista nella sua formazione più volatile e coesa, costruita su circa tre anni di sperimentazione sul palco.
Sicuramente più influente oggi che durante il suo periodo di massimo splendore alla metà anni '60, l'ensemble nota come "Il secondo grande quintetto di Davis" (direi che era il suo terzo, seguendo ad una precedente incarnazione con il sassofonista George Coleman) rese Carter una grande star del firmamento jazzistico insieme ai suoi colleghi Herbie Hancock, Wayne Shorter e Tony Williams.
Per Carter, la dimensione più rivelatrice di "Europa 1967'' è il DVD, che presenta dei set tratti da Stoccolma e Karlsruhe, in Germania, l'unico video disponibile di questo decantato quintetto. Guardando i filmati alcuni decenni decenni dopo, Carter rimane colpito dalla natura fisica di quel legame, che riuscì a creare una musica straordinaria.
"There’s constant eye contact in that band," dice Carter. "You can see the level of trust we developed as we telegraph a musical move with a raised eyebrow, a frown, or a shifting position. That’s why I’d tell my students that you’ve got to keep your eyes open on the bandstand. You never know when you might need to duck a pie in the face." 
Carter consegna le ultime parole con una risatina, ma rivela il modo in cui la sua agenda altamente creativa riesce ad intersecarsi con un certo pragmatismo. Una recente ondata di ristampe si concentra sulle poderose registrazioni dell'etichetta Creed Taylor Incorporated (CTI) degli anni '70, che provano a riaccendere un capitolo spesso trascurato della carriera del bassista. La qualità della musica e della produzione regge bene, ma per Carter la lezione perduta della CTI è il modo in cui un marchio possa far leva su un roster di all-star, portando degli artisti insieme sulla strada.
"What interested me was that none of the other jazz labels ever followed CTI’s footprint taking the recording band on tour," dice Carter. “Those companies in the business missed a golden chance."
Sul palco, la reputazione di Carter si basa sul suo gusto impeccabile e sulla sua consistenza quasi soprannaturale. Un insegnante notoriamente rigoroso - Carter è stato il direttore artistico del Thelonious Monk Institute of Jazz Studies durante i suoi primi quattro anni al NEC - egli predica l'importanza di consegnare ogni nota con un proposito. La sua vasta discografia nasce dalla sua capacità di elevarsi su ogni situazione.
Quando Carter si avvicinò a Dan Ouellette per scrivere la sua biografia, il veterano giornalista di jazz pensò di avere una buona conoscenza dell'opera di Carter. Ma dopo aver attraversato il periodo con Miles Davis, trovò che il suo orizzonte si distese velocemente ben oltre, dalla CTI alla sua relazione con Orrin Keepnews della Milestone ed alle centinaia di sessioni successive nelle quali fu coinvolto.
"I quickly realized, oh my God, I’ve got a lot of territory to cover, more than I ever anticipated," ha detto Ouellette, che nel 2008 pubblicò Ron Carter: Finding the Right Notes. "What’s remarkable is that we’re ready to go into the third printing and there could be three or four more chapters. He’s 74 and he keeps going and growing." 
Dopo la pubblicazione dell'album del 2003, The Golden Striker per la Blue Note con Russell Malone e Mulgrew Miller, il trio è diventato uno dei suoi primari veicoli creativi. Prendendo il nome da una bellissima composizione di John Lewis, il trio riflette pienamente l'esigente maestria Carter, con un libro equilibrato di meticolosi arrangiamenti.
"People expect a new house each time, but we’re putting new siding on the house each time we play," dice Carter. "I try to explain that one of the reasons the Miles Davis band was able to do whatever we did with that library was that we played those songs long enough to figure out what the heck to do with them."

Ecco un estratto del concerto di Stoccolma del 1963, del quintetto di Miles Davis:

Lizz Wrigth questa sera sulla NDR

Questa sera l'emittente radiofonica tedesca NDR Info trasmetterà il concerto della magnifica cantante Lizz Wright, registrato lo scorso 5 novembre al JazzFest Berlin.


I primi tre album hanno concesso a Lizz Wright di essere considerata un’artista jazz di prima categoria: una sensibilità musicale straordinaria, una voce che utilizzando gli schemi jazz e rhytm&blues riesce a stare a cavallo tra tradizione ed innovazione espressiva.
Nella sua carriera ha già collaborato con importanti nomi del jazz come Bill Frisell e Mark Anthony Thompson. Canzoni semplici e pacate dove risalta la sua voce calda e profonda e la capacità di creare atmosfere ammalianti. Lizz si era già fatta notare nel 2003 con Salt quando la critica americana l’aveva definita come “una delle più promettenti voci dell’anno”.
La previsione è stata corretta tanto che Lizz è stata chiamata al We Love Ella: A Tribute to the First Lady of Song organizzato da Natalie Cole and Quincy Jones in onore di Ella Fitzgerald; si è trovata al fianco di Natalie Cole, James Moody, Stevie Wonder, Monica Mancini e molti altri.

Per ascoltare il concerto basta visitare questo link, questa sera a partire dalle ore 22,05

Ecco un video tratto dal concerto di Berlino:

Mike Melillo a Latina

Domenica 26 febbraio al Teatro Spazio di Cisterna di Latina grande appuntamento con il pianista Mike Melillo accompagnato da eccezionali partners quali Giampaolo Ascolese alla batteria, Elio Tatti al contrabbasso e Massimo D'Avola al sax tenore.


Mike Melillo è nato a Newark, New Jersey, nel 1939. Si è diplomato alla Rutgers University nel 1962. 
Ha suonato con Coleman Hawkins, Ben Webster, Art Farmer, Zoot Sims, Clark Terry, Sonny Rollins, Phil Woods, Chet Baker e molti altri. 
Nel 1965 entra nel Quartetto di Sonny Rollins e vi suona per due anni in uno dei periodi di massima creatività del “Saxophone Colossus” e purtroppo non documentato a causa di una diatriba con la casa discografica. 
È pianista/compositore/arrangiatore nel Quintetto/Quartetto di Phil Woods dal 1963 con cui è in tournée in tutto il mondo. 
Incide nove dischi, due dei quali, Live from the Showboate e The Phil Woods Quartet vol.2, vincono il Grammy Award. 
Nel 1985 Mike ha composto musica per orchestra sinfonica e jazz ensemble con Chet Baker solista principale in Mike Melillo/Chet Baker Symphonically (Soul Note 1986). 
Con la Red Records incide cinque dischi tra i quali Moonlight on the Ganges (con Michael Moore al basso e Ben Riley alla batteria) nel 1995 e Bopcentric nel 1998 (con Massimo Moriconi al basso e Giampaolo Ascolese alla batteria). 
Mike è membro di facoltà del New York State College of Music, Jersey City State College, Tombrock College e Lehigh University. 
Ha composto musica per orchestra ed ensemble compresi quartetti d’archi, opere corali e per pianoforte sperimentando nuove forme e procedimenti tra cui composizioni per quarti di tono. 
Nel 1979 Mike è stato insignito del National Endowment for the Arts per la composizione. 
Negli ultimi anni Mike risiede in Italia e tiene concerti come solista e leader di proprie formazioni.

Ecco un video del trio di Mike Melillo:

Rova Saxophone Quartet a Torino

Sabato 3 marzo, al Conservatorio di Torino, ritorna dopo diversi anni il  Rova Saxophone Quartet (Bruce Ackley, sassofoni soprano e tenore; Larry Ochs, sassofoni tenore e sopranino; Jon Raskin, sassofoni baritono, alto e sopranino; Steve Adams, sassofoni alto e sopranino), formazione tra le più ambiziose a emergere nella San Francisco di fine anni Settanta;  il Rova nasce più o meno in contemporanea con un’altra compagine assai rinomata, il World Saxophone Quartet, e poggia le radici nella contaminazione tra arti visuali, serialismo, free jazz, rock d’avanguardia e le musiche popolari e tradizionali dell’intero pianeta. Secondo la Penguin Guide to Jazz la musica dei quattro evoca “un cosmo brulicante di suoni di sax”, creato per “sfuggire deliberatamente alle nozioni convenzionali di swing e tendere ai confini del suono e dello spazio”. A giudizio unanime, l’unica costante è il rifiuto dei cliché.


Ispirato da numerose icone del ventesimo secolo, da Charles Ives, Edgard Varèse e Morton Feldman a John Coltrane, Sun Ra e l’Art Ensemble of Chicago, il Rova fu costituito nell’ottobre del 1977 da Jon Raskin, Larry Ochs, Andrew Voigt e Bruce Ackley.
Fin dagli esordi, il Rova era unico. Essenzialmente una compagine free, i suoi componenti avevano un amore sconfinato per la musica come forma artistica in quanto tale, e non necessariamente solo quella dotta o intellettuale. Di recente Raskin rifletteva come il suo approccio al suono e all’ascolto era stato plasmato in larga parte dalla grezza musica folk, “specialmente il country e il blues d’America. Il mio appetito per Blind Willie Johnson, Son House o Charlie Poole non è mai stato in conflitto con la fame che ho per Stockhausen, Boulez, ‘Trane o Cecil Taylor”.
Nei primi anni il quartetto collaborò di frequente con colleghi dalle simili prospettive, come il chitarrista Henry Kaiser e il sassofonista John Zorn, condividendo i palcoscenici con altri innovatori di San Francisco come il Kronos Quartet e la Margaret Jenkins Dance Company.
La band ha tenuto concerti in tutto il mondo; nel 1983 fu il primo ensemble di musica contemporanea a compiere un tour dell’allora Unione Sovietica. Tre anni dopo, chiamato dal Rova come ospite, il Ganelin Trio fu a sua volta il primo gruppo jazz sovietico a esibirsi negli Stati Uniti. Se si esclude l’unico avvicendamento - Andrew Voigt lasciò il quartetto nel 1988, sostituito da Steve Adams - il line-up è rimasto invariato per più di trent’anni. 
Nel 1985 i musicisti hanno costituito l’associazione Rova: Arts, registrata come impresa no-profit allo scopo di amministrare le attività del gruppo, favorendone la maturazione e mantenendone la necessaria indipendenza, promuovere l’opera di altri artisti, affermati o emergenti, e favorire la comprensione del pubblico dell’arte più avventurosa con campagne promozionali e didattiche. Nell’ultimo periodo Rova:Arts ha commissionato una serie di nuovi lavori per quartetto di sax ad artisti dall’estetica variegata come Fred Frith e Anthony Braxton, compositori minimalisti come Terry Riley e Pauline Oliveros, esponenti del rock sperimentale come Lindsay Cooper e luminari del jazz come Jack DeJohnette e John Carter.
Per informazioni: www.centrojazztorino.it

Ecco un video live del Rova Saxophone Quartet:

Giotto Jazz Festival 2012 a Vicchio (Fi)

Il Giotto Jazz Festival raggiunge la XV edizione! 
Un traguardo importante per un festival di provincia che è diventato ormai un punti di riferimento per la musica jazz in Toscana ed in Italia. L’edizione 2012 vedrà come unico protagonista il Comune di Vicchio, l’unico ancora a credere ed a investire nel festival fra i comuni del Mugello: saranno svarati i luoghi coinvolti: oltre al “classico” Teatro Giotto, saranno sede di iniziative anche la Biblioteca Comunale e vari locali/enoteche del centro storico.


Giotto Jazz si caratterizza infatti per la qualità, l’originalità e la varietà di spettacoli che spaziano dalla musica agli incontri ai concerti-degustazione. A partire dalla ultime edizioni, infatti, il festival ha lavorato per integrare la proposta musicale con altre proposte, puntando anche ad esplorare i sentieri che legano il jazz alle altre discipline artistiche. 
Il programma, nato dopo attente ricerche e dopo la valutazione di un numero alto di proposte, si caratterizza per la presenza di artisti top italiani, di artisti internazionali e di giovani promesse del jazz made in Italy. Giotto Jazz presenta anche per questo 2012 un cartellone composto da tanti prestigiosi nomi della musica italiana ed internazionale. 
L’inaugurazione è affidata al nuovo quintetto di Enrico Rava (9 marzo) che presenterà i brani del suo ultimo lavoro per ECM Tribe. Completa la line up il trombonista Gianluca Petrella; la ritmica invece è affidata al giovane Gabriele Evangelista e a Fabrizio Sferra. Completa il gruppo il pluripremiato pianista Giovanni Guidi. 
Sabato 17 sarà la volta di un’esclusiva nazionale con il nuovo progetto Bitches di Nicholas Payton. Il trombettista di New Orleans torna in Italia per questa unica data per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Ispirandosi al cult davisiano Bitches Brew, Payton spazia dal jazz alla musica hip hop, passando per il funky e il rock psichedelico. Lo vedremo nella insolita veste, oltre che di trombettista, di cantante e di tastierista (ovviamente al Fender Rhodes!). 
Il 21 marzo sarà la volta di un nuovo progetto di Paolo Fresu. IL poliedrico trombettista sardo, stavolta incontra Daniele Di Bonaventura, bandoneonista marchigiano suo compagno di avventura dell’ultimo lavoro per ECM Mistico Mediterraneo con il coro corso A Filetta: una musica fatta di piccole cose, intima e capace di emozionare. 
Chiude il festival una Big Band! La Small Big Band è la classica big band del jazz, con saxes, trombe e tromboni. Ventidue musicisti sul palco per festeggiare degnamente queste quindici candeline. La SBB presenterà il suo primo lavoro discografico eseguendo brani storici delle orchestre di Thad Jones e rileggendo il lavoro discografico “Direzioni e Precedenze”…. Di Jimmy Smith. 
Il Direttore dell’orchestra è il trombettista Mirko Rubegni già messosi in mostra nella Cosmic Band di Gianluca Petrella e nella Unknow Rebel Band di Giovanni Guidi. Ospite del disco e della serata un altro giovane talento italiano Matteo Addabbo all’organo hammond. 
A completare il ricco programma dei concerti saranno gli incontri con Enrico Rava in biblioteca nel pomeriggio del 9 marzo e gli appuntamenti Jazz&Wine fissati all’ora dell’aperitivo in piazza Giotto con la partecipazione delle enoteche del centro storico. Protagonisti di questi appuntamenti saranno il Guya Canino trio (9 marzo con Guya Canino alla voce, Vincenzo Genovese alla tastiera e Luca Gelli alla Chitarra) e Simone Santini Quartet il 31 marzo.