sabato 31 dicembre 2011

Le mie personali classifiche del 2011

Come fanno quasi tutti, giunti alla fine dell'anno, anch'io vorrei dare una sguardo strettamente personale a tutto il meglio che  il jazz ha espresso nel corso di quest'anno 2011.
Ho deciso di farlo consegnando degli ipotetici premi ad alcuni album ed artisti che mi hanno particolarmente colpito nel corso di quest'anno, divisi in categorie per me particolarmente significative.
Inutile dire che che questo sono delle classifiche limitate, sia dal mio gusto personale che dalle mie limitate conoscenze (naturalmente non ho ascoltato tutti i dischi pubblicati quest'anno) e quindi non vogliono avere alcuna valenza critica. Sono solo la fotografia fatta da un appassionato che vuole condividere i propri gusti con i tanti lettori che gentilmente hanno accolto con favore questo piccolo blog e che colgo l'occasione per ringraziare augurando a tutti un magnifico 2012 di grande jazz.

Ecco le mie classifiche:

- Jazzista dell'anno: Wayne Shorter
Il grande sassofonista a quasi 80 anni continua a suonare meravigliosamente. La tourneè con il suo magnifico quartetto è stata trionfale. Naturalmente questo sembra più un premio alla carriera, ma Shorter sembra non essere ancora pronto ad abbandonare la scena.

Ecco un video del quartetto di Shorter, tratto dal tour 2011, registrato a Bari il 13 ottobre:



- Album dell'anno: Bird Song (Joe Lovano)
Per la scelta dell'album non ho avuto dubbi, lo strepitoso omaggio a Charlie Parker di Joe Lovano, a mio parere, non ha avuto rivali nella scelta del miglior album dell'anno.
Coadiuvato da una magnifica formazione come US Five, Lovano si conferma uno degli artisti più importanti della scena jazzistica mondiale, e uno dei rari artisti capaci di progettare album coerenti, che cercano di rileggere la tradizione in chiave moderna e con una chiara impronta personale.

Ecco il video di Barbados, tratto dall'album, Live at KPLU studios:




- Artista rivelazione dell'anno: Julian Lage
Anche in questo caso ho avuto pochi dubbi, ma lo straordinario giovane chitarrista Julian Lage si è conquistato il titolo di artista rivelazione dell'album, grazie ad un talento sterminato messo in mostra in due bellissimi album, il delizioso Gladwell, pubblicato a proprio nome, un lavoro maturo e compiuto nel quale Lage mostra il suo eccletismo viaggiando tra i generi musicali in maniera notevole, e in Common Ground nel quale si dimostra anche un eccellente sideman del grande Gary Burton, in un album tra i più belli dell'anno.

Ecco il mini-concerto che Julian Lage ha registrato negli studi della NPR per la serie Tiny Desk Concert accompagnato dal bassista Jorge Roeder e dal percussionista Tupac Mantilla.




Migliore formazione dell'anno:  Christian McBride Big Band
Questa si è rivelata la scelta più difficile, perchè c'erano due magnifiche big bands, quella di Christian McBride e quella di Ron Carter, che secondo me meritavano ugualmente questa scelta, grazie ai loro splendidi album; The Good Feeling e Ron Carter's Great Big Band.
Benchè, come ho detto in un recente post, abbia dato la mia preferenza all'album di Carter, a livello strumentale mi sembra si faccia leggermente preferire la band di McBride, decisamente superiore negli strumenti a fiato, mentre mi sembra che quella di Carter sia superiore nella ritmica.

Ecco il making of dell'album di debutto della Christian McBride Big Band's, The Good Feeling



Jazzista italiano dell'anno: Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone
Ecco due eccellenti artisti italiani, forse più noti all'estero che in Italia, che secondo me hanno meritato, ex-aequo, il premio come migliori artisti italiani, sia per il lavoro come solisti; Bearzatti è stato premiato in Francia come migliore musicista europeo, Falzone ha pubblicato un eccellente album intitolato Around Ornette; ma sopratutto per la loro strepitosa collaborazione nel magnifico Tinissima Quartet, una formazione richiestissima nei più importanti jazz festival europei (basti pensare alla loro presenza con grande successo al North Sea Jazz festival), grazie alla magnifica Malcom X Suite che gli ha consacrati uno dei gruppi più importanti nell'intero panorama europeo.

Ecco un video del Tinissima Quartet, che presentano un estratto della loro Malcom X Suite, live al Ueffilo Jazz Club di Gioia del Colle (Ba):

Il grande concerto di capodanno su WBGO

Come ogni anno, l'emittente radiofonica Wbgo trasmetterà questa notte, una serie di grandi concerti, dal vivo o registrati, per festeggiare l'arrivo del nuovo anno.
L'evento, che si chiama Toast of the Nation, presenterà concerti da Boston a Los Angeles, per celebrare l'arrivo della mezzanotte nei quattro fusi orari americani.

Ecco il programma dei concerti:

- alle ore 2,00 (20,00 ET) - Julian Lage Trio featuring Larry Grenadier and Eric Harland, Live a Boston 
Il giovane sensazionale pianista, con il suo trio con due dei più apprezzati sideman in circolazione, dal Berklee College of Music

- alle ore 3,00 (21,00 ET) - Highlights dal Newport Jazz Festival 2011
Estratti dei concerti di Regina Carter, Miguel Zenón e Trombone Shorty tratti dal leggendario festival.

- alle ore 4,00 (22,00 ET) - A Tribute To Billy Taylor, Live a Washington
Una straordinaria all-stars, composta dai pianisti Geri Allen, Toshiko Akiyoshi, Cyrus Chestnut, Danilo Perez e Christian Sands, dal trombettista Terence Blanchard e la cantante Carmen Lundy e altri, si riunisce per celebrare il grande maestro e ambasciatore musicale, dal vivo dal Kennedy Center for the Performing Arts.

- alle ore 5,00 (23,00 ET) - Wynton Marsalis, Live a New York City 
Il trombettista dirige una ensemble in una celebrazione della musica dei pionieri di New Orleans, Jelly Roll Morton e King Oliver. Live dal Dizzy's Club Coca-Cola al Jazz at Lincoln Center.

- alle ore 6,30 (0,30 ET) - Sing The Truth! Angelique Kidjo, Dianne Reeves & Lizz Wright
Tre incredibili voci eseguono la musica di Miriam Makeba, Mahalia Jackson, Abbey Lincoln, Odetta, Tracy Chapman, Ani DiFranco, Ike Turner, Mick Jagger e altre, con la direzione musicale di Terri Lyne Carrington, nella registrazione dello straordinario concerto di apertura dello scorso Detroit Jazz Festival.

- alle ore 7,30 (1,30 ET) - The Junior Mance Quintet, Live a Denver
Il veterano pianista con il suo giovane gruppo, live al Boppin' at the Vineyards

- alle ore 8,00 (2,00 ET) - The Billy Childs Quartet, Live a Los Angeles
Il pianista, vincitore di tre Grammy Awards e del Guggenheim Fellowship, si presenta Live dal The Blue Whale, con una formazione composta da Bob Sheppard ai sassofoni, Tim Lefebvre al basso e Gary Novak alla batteria.

alle ore 9,30 (3,30 ET) - Miguel Zenón, dal Newport Jazz Festival
Estratto del concerto dell'alto sassofonista che presenta la musica del suo ultimo album Alma-Adendro

A partire dalle ore 10,00, la Wbgo ritrasmetterà i concerti per tutta la giornata.

Per ascoltare in streaming i concerti, clicca qui 

Franco D'Andrea su Radio3

L'indimenticabile concerto organizzato da Siena Jazz per festeggiare i settant'anni di Franco D’Andrea, diventa un evento radiofonico che sarà on air su Radio 3 Suite, martedì 3 gennaio 2012 alle 20.30.
La redazione del noto programma radiofonico Rai dedicato a musica, cultura e spettacolo aveva registrato il concerto svoltosi a Siena il 26 luglio scorso nell'ambito della 41esima edizione dei Seminari Internazionali Estivi, organizzati dalla Fondazione Siena Jazz, con il sostegno della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Banca Monte dei Paschi di Siena, main sponsor.
Un concerto che ha visto per la per la prima volta insieme sul palco Franco D'Andrea, uno dei pianista jazz italiani più apprezzati al mondo e Dave Douglas, da 10 anni considerato il più grande trombettista del mondo dai critici della prestigiosa rivista Downbeat.
Un evento-tributo che la Fondazione Siena Jazz, oggi prima Libera Università del Jazz d'Italia, ha voluto offrire a uno dei suoi docenti più stimati, un musicista di fama internazionale che con la prestigiosa istituzione jazzistica senese ha un legame che dura da più di trent’anni.
Una sorprendente performance tutta da riascoltare che ha conservato il fascino e la freschezza dell'esibizione live nella splendida cornice del Bastione San Filippo della Fortezza Medicea dove si sono esibiti anche Andrea Ayassot al sax contralto, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria. 

Per ascoltare il concerto in streaming clicca sul player di Radio3. 

venerdì 30 dicembre 2011

Gary Burton a Piano Jazz

Il vibrafonista Gary Burton è stato il protagonista della trasmissione della Npr, Piano Jazz condotta dalla celebre pianista Marian McPortland.
In questa bella trasmissione (registrata originariamente il 19 aprile 2004), Burton, accompagnato dalla conduttrice, presenta una raccolta di pezzi di Antonio Carlos Jobim, Duke Ellington, Rodgers & Hart ed altri.

Ecco questa trasmissione, della quale si può anche scaricare il podcast in formato Mp3.

Giorgio Gaslini – Incanti

Sul bel sito Piano Solo è stata pubblicata una recensione del nuovo album di Giorgio Gaslini, intitolato Incanti, per l'etichetta Cam Jazz.

Giorgio Gaslini per chi lo conosce non è solo un pianista, un compositore, è piuttosto un uomo di cultura che della cultura musicale ha fatto uso quale strumento per esprimere idee, quale elemento rivelatore delle trasformazioni del nostro tempo. Questo piano solo che la Cam Jazz pubblica in questo scorcio di 2011 è un prezioso lavoro di sintesi del concetto di poliedricità che Gaslini attribuisce alla musica, del suo potere espressivo, del suo legame con qualcosa che non possiamo vedere ma che risiede nel luogo invisibile in cui la musica nasce: la sensibilità dell’artista.
Nove brani rubati a compositori che appartengono alla storia della musica tutta, classica soprattutto, ma anche jazz, e che rappresentano il personale tributo di una personalità artistica versatile (e decisamente non conforme) all’idea di creatività, di ricerca, di curiosità, di sperimentalismo, dogmi irrinunciabili nel cifrario essenziale di qualunque forma d’arte autentica.
Il disco si apre con “Au bord de l’eau”, composizione di Gabriel Fauré, maestro nell’ideazione melodica ma anche coraggioso esploratore dell’universo armonico, qui in un evidente caso di affinità elettiva che torna ad affermarsi anche a fine disco con la ben nota “Sicilienne” dello stesso autore. Un brano che contiene in sé il canto, altro tratto distintivo di questo piano solo, e che apre al successivo “Lamento di Arianna” di Claudio Monteverdi. La voce umana qui è sottintesa sin dalla splendida intro in cui il pianoforte tratteggia in modo essenziale i singhiozzi di Arianna abbandonata a Nasso da Teseo, canto monodico che Gaslini lavora riuscendo a rendere quasi tangibili quelle lacrime, pianto accorato e sincero in un climax che restituisce il senso del tragico della composizione.
E il canto ritorna anche in “Lascia ch’io pianga”, aria del “Rinaldo” di G.F.Handel, di cui riconosciamo lo stupendo tema iniziale, dal quale però Gaslini si allontana quasi subito, un abbandono che schiude a sorpresa le porte all’improvvisazione, entrando nel profondo della sostanza emozionale del brano, in un processo molto simile a quello che compie l’attore quando si immedesima in un testo drammaturgico, trasferendo il proprio vissuto emotivo ed esperienziale in una trama narrativa ordita da altri.
Una drammaturgia musicale che è un sentire, un comprendere la valenza testuale di ogni brano e cucirsela addosso come un abito che calza a pennello. La musica che cambia seguendo l’evoluzione storica e sociale del nostro mondo. La musica che non conosce vecchiaia, ma solo una incessante trasformazione nel suo attraversare il tempo.
Il piano solo di Gaslini si muove tra antico e moderno, tra il romanticismo di Elgar e le sonorità più moderne di Bartók. Solo un tributo al linguaggio jazzistico in termini di scelta dei brani con “Ev’ry time we say goodbye” di Cole Porter, a liberare le composizioni da qualunque possibile classificazione in generi, optando piuttosto per una diffusa trasversalità linguistica, dato che il jazz in questo disco c’è e sta proprio là dove non avremmo mai pensato di trovarlo. Ma è poi così importante? Immergiamoci nell’ascolto e quello che scopriremo spontaneamente è proprio l’immediatezza delle parole che la musica sa pronunciare, la sua natura di linguaggio universale, i suoi, appunto “incanti”.

Gregory Porter su TSFJazz

L'emittente radiofonica francese TSFJazz, trasmetterà questa sera il concerto del sensazionale cantante Gregory Porter, registrato al Duc de Lombards di Parigi lo scorso 7 novembre.
Con una voce che può accarezzare o confrontare, abbracciare o esortare, il candidato ai Grammy, Gregory Porter presenta un incredibile grado di maestria vocale, tanto che un luminare jazz come Wynton Marsalis lo ha definito "un giovane fantastico cantante"
Nato a Los Angeles, ma residente ora a Brooklyn, Porter è ospite frequente della Lincoln Center Jazz Orchestra, e mantiene anche una residenza assidua presso lo Smoke Jazz Club.
Il suo album d'esordio Water, è stato la rivelazione dell'anno, guadagnandosi la nomination ai Grammy. L'album scorre con un senso di atemporalità che riflette il talento dei giganti del blues, gospel e soul che hanno influenzato Porter in tutta la carriera. 
Alcuni dei cantanti che Porter cita come influenti sono familiari - Nat King Cole, Joe Williams e Donny Hathaway - e altri - come il pastore della chiesa che ha frequentato da bambino - non potranno mai realizzare il loro impatto sul suo sviluppo di artista.
Nel concerto di Parigi Porter, accompagnato da Chip Crawford al piano, Aaron James al contrabbasso e Emmanuel Harold alla batteria, ha presentato le canzoni di Water.

Clicca su questo link per ascoltare questo concerto, questa sera a partire dalle ore 21.

Ecco un video di Gregory Porter che presenta Water, live al Dizzy Coca Cola Club:

Stefon Harris: Non esistono errori quando suona la band

In questo bel video lo straordinario vibrafonista Stefon Harris in compagnia del suo quartetto, ci presenta un talk dal titolo "Che cos'è un errore", con il quale praticamente ci fa scoprire una profonda verità, molte azioni vengono percepite come errori solo perché non si reagisce ad esse in modo opportuno.

Ecco questo bel video, nel quale sono anche disponibili i sottotitoli in italiano:

Intervista a Paolo Fresu

Ancora una intervista a Paolo Fresu, pubblicata questa volta sul sito torinese Pagina.

Ecco un'estratto dell'articolo:
Quest’estate, per festeggiare i tuoi cinquant’anni, hai fatto 50 concerti consecutivi in Sardegna, stabilendo sicuramente un record. Che esperienza è stata e quali ricordi e riflessioni ti ha generato?
È stata un’esperienza molto forte e straordinaria. Adesso stiamo lavorando su un cofanetto di 5 cd, 50 brani, uno per ogni concerto, un libro fotografico. Una sfida a me stesso, con 250 musicisti, luoghi irraggiungibili, un lavoro sulle energie, sulla solidarietà e, con mia grande sorpresa, nonostante il budget ridottissimo, abbiamo ricevuto più di quanto mi aspettassi.
Quanto è stata importante, per la tua formazione di musicista, la figura di Miles Davis?
Sicuramente, per me, è stato una sorta di padre spirituale, nel libro che ho scritto per Feltrinelli lo spiego diffusamente dedicando un capitolo a lui. Lo considero uno dei più grandi artisti del 900 in assoluto, un musicista che è riuscito ad andare oltre il suo strumento, un visionario che ha aperto delle porte, come pochi altri. Il suono che riesce ad esprimere in “Kind of Blue”, ad esempio, uno dei dischi più importanti nella storia del jazz, è stupefacente. Pur avendo nel tempo affinato un mio stile, Davis è sicuramente un punto di riferimento fondamentale per me e certo per tantissimi altri jazzisti.
Sei sempre stato un grande alchimista di suoni e uno sperimentatore di musiche di ogni parte del pianeta, pensi che la musica abbia una componente mistica?
Sicuro, e la percepisco sempre di più e l’ho sperimentato con tanti musicisti, come ad esempio Omar Sosa. Credo che questa componente spirituale e religiosa sia più sentita ed espressa in Oriente più che da noi in Occidente. Tanti musicisti, tra cui due geni come Coltrane e Davis, negli ultimi anni della loro vita hanno creato brani di matrice orientale. Naturalmente, questa percezione si avverte moltissimo nella “terra madre” che è l’Africa, vera radice dei suoni caratteristici del jazz.
Che musica ascolti ultimamente?
Oltre ad ascoltare molta musica jazz, che mi viene inviata da giovani jazzisti, ascolto tanta classica, e in particolar modo barocca, poi etnica, brasiliana, jazz d’annata e poco rock.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
A gennaio uscirà un mio disco con Omar Sosa e Jacques Morelenbaum dal titolo “Alma”, poi forse realizzerò un disco per la Ecm, un audio-libro per bambini - a scopo benefico, per raccogliere fondi per l’infanzia - con musiche curate da me e mia moglie; proseguirò, naturalmente, il mio festival di Berchidda che il prossimo anno festeggia la 25ª edizione, quindi i seminari di Nuoro e tanti concerti in giro per il mondo. 
(leggi l'articolo integrale sul sito originario)

Ecco un estratto del concerto che il duo Fresu/Sosa hanno tenuto a Barcellona l'11/11/11:

giovedì 29 dicembre 2011

Wynton Marsalis Live from Dizzy's Club Coca-Cola in diretta video broadcast

Domani a partire dalle ore 1,30 del mattino verranno trasmessi in diretta su internet (attraverso Livestream), due set del concerto che il tentetto di Wynton Marsalis terrà dal vivo al Dizzy’s Club Coca Cola at Jazz at Lincoln Center di New York.
I due set si terranno dall'1,30 alle 3 e dalle 4 alle 5

Su questo blog sarà possibile vedere i concerti a partire dalle ore 1,30 di domani mattina:

Miles Davis rivive sul palco di Umbria Jazz 2011

"Tribute to Miles" è lo spettacolo di note e voci che Herbie Hancock, Marcus Miller e Wayne Shorter hanno proposto al pubblico di Perugia lo scorso 9 luglio durante Umbria Jazz 2011. 
Un tributo che i tre incredibili artisti hanno fortemente voluto per rendere omaggio al loro geniale amico e maestro.
E proprio da Miles Davis si deve partire per comprendere il quid di questa unione, colui che è  sempre stato il cardine della collaborazione professionale e personale tra i musicisti: infatti, già nel 1994 Hancock e Shorter avevano lavorato insieme ad un album tributo dedicato al trombettista statunitense, mentre oggi Marcus Miller si unisce al duo aggiungendo il suo talentuoso plusvalore.
Herbie Hancock e Wayne Shorter rappresentano due anelli di congiunzione tra il jazz e la fusion, due pietre miliari nella linea di continuità tra questi generi musicali grazie ai loro lavori solisti, alla partecipazione in diverse formazioni e alle collaborazioni intercorse tra loro nel corso degli anni.
Shorter ha contribuito a dare una forma specifica alla fusion nei lavori con i Weather Report di Joe Zawinul e Jaco Pastorius, mentre Herbie Hancock ha costruito la sua fusion principalmente da solista, con brani diventati dei veri e propri standard moderni - Cantaloupe Island e Watermelon Man su tutti - e dischi imprescindibili, tra cui ricordiamo Maiden Voyage, Head Hunters e Thrust.
I due artisti hanno anche suonato insieme in diversi album di Davis, ma quello che è più rimasto nel cuore degli appassionati è "Miles in the Sky".
Marcus Miller è stato il bassista elettrico di Miles Davis nella formazione nata negli anni 80, quando Davis decise di ritornare sulle scene, al termine di un periodo di silenzio offuscato da problemi personali. In quel periodo Miles Davis sperimentò moltissimo con strumenti innovativi, e da lì la fama di Marcus Miller è cresciuta in modo esponenziale soprattutto tra il pubblico dei bassisti: il suo modo di slappare, il suo suono, e le modifiche apportate al suo Fender Jazz - che tanta fortuna hanno portato a un liutaio come Roger Sadowsky - hanno fatto breccia tra i musicisti più diversi per formazione e attitudini, diventando una vera icona delle quattro (o cinque) corde.
Completano la formazione di questo eccellente tributo Sean Jones alla tromba e Sean Rickman alla batteria.
Hencock, Shorter e Miller devono moltissimo della loro fortuna al genio di Miles, che di fatto indicò loro la strada per il successo. I tre, dal canto loro, hanno percorso questa strada nel  miglior modo possibile, e il concerto/tributo in memoria del loro maestro è forse il più grande ringraziamento che un mito del jazz come Davis poteva ricevere.

Sul sito Rai.tv è presente il video di questo straordinario concerto, a cui si può accedere visitando questo link, trasmesso lo scorso 28 luglio su Rai 3

Ecco il video di Tutu, tratto dal concerto a Umbria Jazz:

Cheryl Porter a Molfetta

Il grande tenore Luciano Pavarotti, infatti, volle proprio la cantante Cheryl Porter per guidare il coro gospel al suo matrimonio. E, più recentemente, lo stesso è accaduto anche alla cerimonia di insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca a Washington, quando la voce di Cheryl Porter si intrecciò con quella di Aretha Franklin.
La sontuosa voce “black” della cantante americana, sarà la protagonista di “Gospel Symphony”, il concerto che la vedrà cantare insieme alle grandi voci soliste "di colore" degli Halleluiah Gospel Singers e all’Orchestra Magna Grecia, diretta nell’occasione dalla bacchetta dell’americano Robert E. Wooten Jr.
Il concerto si terrà nella Cattedrale di Molfetta, venerdì 30 dicembre, ed è organizzato dal Comune di Molfetta e dalla Fondazione Valente, con il supporto tecnico di Area Metropolitana. 
Cheryl Porter e gli Halleluiah Gospel Singers interpreteranno, nell’inconfondibile sonorità "black", le canzoni della tradizione religiosa afroamericana che più toccano il cuore, nonché le canzoni e carole natalizie, per un'esperienza autentica e da non perdere.
Nella scaletta si alterneranno brani gospel e canti natalizi: The Prayer, Jesus What a Wonderful Child, I Just Can't Tell It, What a Wonderful World, Joy to the World, Silent Night, It's Amazing, Amen, Today a Child is Born on Earth e, dopo la famosa What a Wonderful World di Louis Armstrong, il gran finale con un Christmas Song Medley che riprorrà le più tradizionali melodie natalizie.
Questo concerto rappresenta un vero e proprio “progetto musicale”, una nuova e avvincente sfida artistica per l’Orchestra ICO della Magna Grecia: rielaborare il Gospel dei neri d'America in chiave sinfonica, in particolare grazie agli inediti arrangiamenti scritti per l’occasione da Robert E. Wooten Jr, il musicista e compositore gospel americano che dirigerà l’orchestra tarantina, “affiancata” da una sezione ritmica Made in USA.
Potente, commovente, ispirata, elegante sono le parole più usate quando si parla della cantante e vocal coach Cheryl Porter. Una voce unica, che riesce ad arrivare dentro l’anima di chi ascolta lasciando un’emozione difficile da dimenticare. Da dieci anni Cheryl ha dedicato la sua carriera ad una missione in musica: quella di portare un messaggio di unità ad un mondo diviso, di fraternità ai popoli in guerra, e di pace interiore a chi ascolta la sua musica.
Dopo aver vinto una borsa di studio in canto lirico presso la prestigiosa Northern Illinois University, ha intrapreso gli studi di canto classico sotto la guida del basso Myron Myers e con la soprano Edna Williams. Come soprano drammatico, accompagnata da varie orchestre americane, ha interpretato i ruoli delle grandi dive di Puccini, Rossini e Verdi.
Il mio sogno – ricorda Cheryl – allora era quello delle grandi voci dell’Opera; successivamente trasferitami in Italia, mi sono resa conto che la musica Europea non era la “storia” che volevo raccontare, e che invece nella gente c’era un grande bisogno nei riguardi del messaggio universale espresso dalla musica Spirituals e Gospel. Ho capito che la musica può costituire un “ponte” per andare “oltre” la routine di ogni giorno, per ampliare la nostra spiritualità, per avvicinarci alla nostra anima e scoprire il Dio che abita dentro ognuno di noi”.
Grazie all’ampio spettro di capacità vocali ed alla sofisticata miscela di Spirituals, Classica, Jazz e Gospel, Cheryl ha avuto modo di collaborare e condividere il palco con molti artisti, alcuni dei quali veramente leggendari: si possono citare Paolo Conte, Katia Ricciarelli, Tito Puente, Mariah Carey, Take 6, The Blues Brothers, ed inoltre Gen Rosso, Paquito D’Rivera, Marshall Royal, Dave Brubeck, Amii Stewart, Claudio Roditi, Bob Mintzer (Yellow Jackets), Hal Crook, i Brecker Brothers, e David Crosby. Ha registrato più di 20 CD di Spirituals, Jazz, e Gospel, e più di 40 singoli.
L’Ensemble vocale Halleluiah Gospel Singers riunisce varie voci provenienti varie città-simbolo della musica afroamericana, Chicago, Atlanta e Memphis. Le particolari risorse timbriche di ogni singola voce di questo coro gospel danno vita ad un impasto sonoro accattivante, di notevole impatto espressivo. Il loro repertorio spazia dagli Spirituals classici, al Gospel tradizionale, al Blues, fino a raggiungere alcune sonorità più tipicamente contemporanee. Gli artisti dell’“Halleluja Gospel Singers” hanno alle spalle un grande esperienza; hanno partecipato ad importanti manifestazioni e trasmissioni televisive, affiancando artisti da calibro di Mariah Carey, Paolo Belli, Giorgia, Stevie Wonder, George Benson, Mario Biondi, e Luciano Pavarotti.

Ecco un video di Cheryl Porter con l'Orchestra della Magna Grecia, registrato a Castellaneta (Ta) nel marzo del 2011, che presenta una versione di Grande Grande di Mina:

mercoledì 28 dicembre 2011

Il ritorno delle grandi big bands

Curiosamente due dei più grandi bassisti della storia del jazz hanno deciso quest'anno di pubblicare entrambi il proprio primo album con una big band.
Christian McBride e Ron Carter hanno infatti riunito degli strepitosi musicisti per registrare due album capolavoro: The Good Feeling e Ron Carter's Great Big Band.
Ma tolte queste curiose analogie, i due progetti sembrano alquanto differenti.
The Good Feeling di McBride, sembra un omaggio alle grandi orchestre swing degli anni '40, grazie ad una musica gioiosa, solare, ballabile, in particolare in pezzi come Shake N' Blake, il classico Broadway (celebre hit dell'orchestra di Count Basie) e nei tre pezzi nei quali è presente la strepitosa vocalist Melissa Walker, dal sapore decisamente retrò (in particolare nella abbagliante versione di When I Fall In Love).
Non mancano comunque le tipiche sonorità post-boppistiche di McBride, rappresentate da diversi pezzi originali, tratti da precedenti album del bassista, come Brother Mister, Science Fiction e The Shade Of The Cedar Tree, mentre Bluesin' In Alphabet City è tratto da un lavoro commissionato al bassista da Jazz at Lincoln Center nel 1995.
McBride dirige una straordinaria formazione di musicisti (alcuni dei quali presenti anche nell'album di Ron Carter), che presenta, tra gli altri, i sassofonisti Steve Wilson, Ron Blake, i trombettisti Frank Greene e Nicholas Payton, il trombonista Steve Davis ed una ritmica composta, oltre che dallo stesso McBride, da Xavier Davis al piano e Ulysses Owens, Jr. alla batteria, alla quale il bassista concede grande spazio, ritagliandosi pochi, ma formidabili spazi, come nella magistrale versione del classico I Should Care.
Tanto è swingeggiante ed adatta alle sale da ballo la musica di The Good Feeling, così invece troverebbero migliore accoglienza nei fumosi club newyorkesi, le più oscure ed angolari sonorità che Ron Carter presenta nel suo album, con una musica che tende maggiormente al bebop.
Anche qui la preziosa songlist si compone di classici standard, tra i quali spiccano magnifiche versioni di Caravan, Con Alma, Line for Lyons e Footprints, riproposizioni di pezzi del repertorio carteriano, come la bellissima ballata The Golden Striker di John Lewis e l'originale Loose Change, più una delicata versione di Sail Away del grande Tom Harrell.
Anche la band di Carter presenta fantastici solisti tra i quali segnalerei Steve Wilson, Wayne Escoffery ai sassofoni, Jason Jackson e Steve Davis ai tromboni, Jon Owens e Alex Norris alla tromba ed una sensazionale ritmica con Ron Carter al basso, Mulgrew Miller al piano e Lewis Nash alla batteria. 
Grazie a questi due album, noto con piacere il grande ritorno di quel sound per big bands, che quand'è confezionato in maniera così notevole ed eseguito da musicisti così esplosivi, è una vera goduria per le orecchie.
Benchè consideri questi due album ugualmente eccellenti, se proprio devo dare una mia preferenza, darei un mezzo voto in più all'album di Ron Carter che mi sembra concettualmente più omogeneo, e dalle sonorità un pò più stimolanti.

E nemmeno un rimpianto - Roberto Cotroneo

Sul blog l'Ermeneuta è stata pubblicata una bella recensione del libro di Roberto Cotroneo, intitolato E nemmeno un rimpianto un romanzo, in bilico tra realtà e finzione, su Chet Baker.

Questa non è una recensione. È la pregustazione di un’aspettativa, il sogno di una promessa fatta baluginare dalla foto di copertina e da poche note, l’immaginazione di una storia che non è stata ancora letta e che come tale è ancora potenzialmente infinita.
Ho comprato E nemmeno un rimpianto, l’ultimo libro di Roberto Cotroneo circa un mese fa, colpito dalla splendida foto di copertina che raffigura un giovane Chet Baker all’apice della sua languida bellezza, rapito dalle note di copertina. Pochi secondi per leggere le note e l’incipit del libro. Mi sono bastati per innamorarmi di una storia fantastica, in bilico tra il reale e il fantastico, tra la cronaca e l’immaginario, tra la letteratura e la musica.
Chet Baker è stato uno dei più grandi musicisti e cantanti jazz, noto per il suo stile lirico e intimista. Morì in circostanze poco chiare il 13 maggio 1988, cadendo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam, probabilmente sotto l’effetto di droghe.
Nel libro si immagina che non sia morto: «Possibile che Chet Baker fosse ancora vivo? E che la sua morte fosse una messa in scena? Proprio vivo, e in Italia, e capace di passeggiare, di tanto in tanto, per un reticolo di paesi del Sud senza essere riconosciuto? Un vecchio, con una ragnatela di rughe sul viso che sembravano un insieme di tracce, di strade da percorrere?»
L’autore Roberto Cotroneo è anche critico letterario e musicale, oltre che grande ammiratore di Chet Baker e attorno alle varie versioni della celebre “My Funny Valentine“, rielaborate con piglio quasi filologico, costruisce la sua storia.
Un libro che genera così tante aspettative merita di essere letto nelle migliori condizioni possibili, gustato con lentezza, assaporato e centellinato come un rosso di grande annata, con i sensi vigili, senza distrazioni.
Per questo l’ho comprato e l’ho messo da parte. Per portarlo con me in Olanda e leggerlo con tranquillità la sera, quando tutto tacerà e sarà solo quiete attorno a me, nella casa in riva al mare, a Noordwijk aan Zee, e solo il vento nelle orecchie. Parto domani.
Quel luogo in Olanda, così carico di ricordi, è ormai il mio secondo “posto delle fragole“. Il primo, quello dell’infanzia e della prima giovinezza, è in Sicilia.
Oltre alle mie figlie, alla mia chitarra e alla mia macchina fotografica, porto con me in Olanda anche il libro 101 storie zen, intravisto in libreria pochi giorni fa e casualmente aperto alla pagina di una storia che mi ha illuminato su quello che si agitava dentro di me, turbandomi non poco.
E la voglia, il bisogno inderogabile e non più rimandabile di “pensare l’impensabile per tentare l’impossibile”.


Sam Rivers - Beatrice

In questo video Sam Rivers presenta dal vivo il suo più celebre pezzo, Beatrice, utilizzato come standard da innumerevoli musicisti; Joe Henderson (nel suo meraviglioso album The State of the Tenor), Chet Baker, Stan Getz, Jim Snidero, Wayne Escoffery, Robert Glasper, Billy Hart, ecc...

In questo video del 1989, Rivers è in quartetto con Rael Wesley Grant al basso, Darryl Thompson alla chitarra e Steve McCraven alla batteria.

Scott Hamilton Quartet a Genova

Grande Concerto di Capodanno al Count Basie Jazz Club di Genova, con il quartetto “italiano” di Scott Hamilton, con Andrea Pozza e Aldo Zunino, genovesi e Alfred Kramer, svizzero, costituiscono per la serata la ritmica ideale che in passato è già stata a servizio di grandissimi musicisti.
Scott Hamilton è considerato il principale sassofonista mainstream di oggi. E' nato a Providence, Rhode Island, nel 1954, e iniziò la sua carriera in anni musicalmente abbastanza selvaggi con uno stile che era allora al di fuori dalle aspettative del pubblico, stile che poi diventò largamente comune tra tutti i nuovi interpreti . Il suo bellissimo sound e il suo impeccabile fraseggio erano rari tra i giovani talenti. Così quando firmò un contratto e cominciò ad incidere albums per la Concord Records, fu oggetto di autentica sorpresa ed eccitazione tra i devoti di questo stile e nell’intero panorama musicale.
La sua costante è l’immaginazione creativa e il bellissimo e dolcissimo suono del suo sassofono. Pur entrando in contatto ed assimilando la lezione di John Coltrane, Scott continua a suonare la sua musica prediletta che per prima lo ha introdotto al jazz, le grandi ballads ed il blues, suonati con il cuore. Come un consumato interprete di standards, il caldo tenore di Scott Hamilton, unito al suo impeccabile senso dello swing, creano una atmosfera unica in ogni brano interpretato.
Per informazioni: www.countbasie.it

Ecco un video del Scott Hamilton Quartet, che presenta una versione del classico Strike Up The Band di Gershwin, al Blue Note di Tokyo:

Sam Rivers - Crystals (1974)

E' difficile notare oggi, nel 21° secolo, quanto fosse lungimirante questa big band di avanguardia, e come completamente innovative fossero le composizioni di Rivers.
Il numero di musicisti in questa sessione è sconcertante: con Rivers, ci sono ben 64 musicisti! Alcuni dei nomi che appaiono qui sono Hamiet Bluiett, Richard Davis, Bob Stewart, John Stubblefield, Bill Barron, Robin Kenyatta, Julius Watkins, Norman Connors, Andrew Cyrille, Billy Hart, Ahmed Abdullah, Charles Sullivan, Clifford Thornton, Grachan Moncur, Ronnie Boykins, e Reggie Workman - e non c'è un pianista. 
Musicalmente, questo è un maturo Sam Rivers che parla dalla ampia base della sua conoscenza come compositore, improvvisatore, e concettualista. Queste composizioni furono scritte tra il 1959 e il 1972, e furono terminate, quando Rivers inserì nuovi elementi che riuscirono a farle stare insieme concettualmente. Il fatto che tutte le sei composizioni siano così splendidamente giustapposte è un testamento alla sua disciplina e alla sua visione.
In questo album Rivers ha scritto alcune delle musiche più complesse della sua vita, permettendo ai brevi, toccanti, e spesso strettamente composti assoli, di completare le lineari, contrappuntistiche strutture di queste complesse composizioni. Mentre i solisti si cedono il passo l'un l'altro, è notevole che la profonda densità dello swing duro, fornisca il centro del vortice con una vasta gamma emozionale e cromatica. 
Questa è musica spirituale nel senso più profondo, in quanto tenta di rompere il cerchio tra ciò che è già stato detto - da Ellington, soprattutto - ciò che può essere detto, e l'indicibile musicalmente. C'è una massiccia forza centrifuga al lavoro nelle composizioni di Rivers, che attira di tutto al suo interno, ogni balbettare dinamico, fraseggio legato, ostinato sussurro e l'alterazione di tono a favore di ciò che viene dopo. 
La natura swingante di questi brani confuta una volta per tutte la questione se la musica d'avanguardia possa essere anche accessibile - anche se è vero Sun Ra l'aveva già fatto, ma mai fino a questo punto. In sintesi, ci sono momenti difficili qui, ma sono parte di un universo molto più grande e musicalmente diversificato. 
Delle molte registrazioni che Rivers ha fatto, questa è stata la prima a mostrare l'intera gamma dei suoi molti doni. Si tratta di un capolavoro sottovalutato e tra le esperienze più gratificanti e avventurose della storia del jazz. 
(estratto di una recensione di Thom Jurek, All Music Guide)

Qui si può ascoltare in streaming l'intero album Crystals:

Steve Grossman a Messina

Torna a Messina il grande Jazz. Sarà la Sala Visconti di Messina a fare da cornice al concerto di Steve Grossman, storico sassofonista statunitense, ma di adozione italiana, che si esibirà mercoledì 28 dicembre alle 21:30.
Il concerto vede anche il ritorno in città di un gruppo storico nell'organizzazione di eventi jazz, il "Brass Group" di Messina, associazione che già negli anni '70 vivacizzava le notti peloritane.
La carriera di Steve Grossman inizia nel 1969 con uno dei mostri sacri del jazz, Miles Davis, con cui incise l'album "A tribute to Jack Johnson". 
Dal '71 al '73 collabora con Elvin Jones per poi affermarsi nel panorama jazz americano con il suo personalissimo "Steve Grossman trio". Mercoledì sarà accompagnato sul palco della sala Visconti dal "Sebi Burgio Trio".

Ecco un video di Steve Grossman, che presenta Take the "D" train, registrato dal vivo a Parma nel luglio del 2009:

martedì 27 dicembre 2011

E' morto Sam Rivers

Il sassofonista Sam Rivers, uno dei giganti del avant-garde e del free jazz, è morto di polmonite a Orlando, in Florida, Aveva 88 anni.
Nato in Oklahoma da una famiglia di musicisti, Rivers abbraccò il bebop nel 1950 e fu in tour con Billie Holiday prima di unirsi al gruppo di Miles Davis nel 1964, apparendo su "Miles in Tokyo", album dal vivo pubblicato quello stesso anno.
Fece poi una serie di album innovativi a proprio nome per la Blue Note Records, debuttando con Fuchsia Swing Song e suonò con artisti del calibro del bassista Dave Holland e del batterista Tony Williams.
Nel 1970, lui e sua moglie Bea aprirono le porte del loro loft nella downtown di New York, il celebre Studio Rivbea, ad altri musicisti e appassionati di jazz. In breve tempo diventò il principale punto di incontro dell'innovativa loft-scene newyorkese.
Nel 1980, Rivers iniziò la sua collaborazione con la United Nations Band di Dizzy Gillespie che durò quattro anni e quindi si stabilì a Orlando dove trovò una ricca serie di talenti con i quali creò la propria big band.
"Mio padre, ai miei occhi, fu in vacanza per tutta la vita", ha detto la figlia e manager Monique Rivers Williams al quotidiano Orlando Sentinel confermando la sua morte.
"Lui mi diceva; anche se sto lavorando, mi godo ogni minuto" lei ha detto. "Il pensionamento non era nel suo vocabolario." Perché noi utilizziamo quella parola? era solito chiedermi. Non ci dovrebbe essere niente di simile'."

Pennabilli Django Festival

“Il jazz è americano, ma la musica non ha patria. E il jazz è musica. Noi suoniamo un tipo di jazz che è in stretti rapporti con la cultura europea, ma è sempre jazz. Perchè il jazz ha regole espressive da cui non si può derogare” (D. Reinhardt)
Risuonano nell’aria insieme ad arpeggi e cromatismi le parole di Django Reinhardt, il chitarrista belga di origini zingare che negli anni Trenta ha reso possibile l'unione tra l'antica tradizione musicale zingara del ceppo dei Manouches e il jazz americano. All'ideatore e massimo esponente di gipsy jazz è dedicato infatti il Pennabilli DJANGO Festival che inaugura mercoledì 28 dicembre 2011 la sua prima edizione, coinvolgendo il Teatro Vittoria e i locali del centro storico.
Il Festival Internazionale di Musica Jazz Manouche nasce da un’idea di Enrico Partisani, direttore artistico del Festival “Artisti in Piazza”, e dal musicista olandese Tolga During, che da sempre nutrono una forte passione per questo genere musicale. Da tempo nel capoluogo si pensava di riempire le fredde giornate tra Natale e Capodanno, e questo festival è l’occasione per riscaldare gli animi con la coinvolgente atmosfera del jazz manouche per tre giorni interi, dal 28 al 30 dicembre.
In questi giorni i locali del borgo medievale si trasformeranno in esclusivi jazz club - l’insegna Hot Club campeggia sull’uscio - dove musicisti di fama internazionale si susseguiranno tra concerti e jam session. Il Teatro Vittoria poi, costruito negli anni ’20, con la sua aria retrò farà da perfetta cornice a concerti e workshop.
15 eventi, 9 concerti, 4 workshop, seminari e una mostra collaterale, renderanno Pennabilli capitale del jazz Manouche per i prossimi tre giorni.
Il primo concerto sarà mercoledì 28 alle 18:30 presso il Bar Roma, dove il jazz del gruppo “A La Santè De Django” riscalderà l’atmosfera; amici di Pennbilli da tempo, Dario Napoli (chitarra), Nicola Menci (chitarra) e Nicola Ferri (contrabbasso) propongono una formazione che con il jazz manouche ricreerà le atmosfere tipiche delle carovane degli zingari alsaziani.
A seguire alle ore 21:15 la compagnia “Trans Europe Trio” inebrierà il Teatro Vittoria con uno scoppiettante aroma internazionale. Nato dall’incontro di tre musicisti molto differenti tra loro per provenienza, stile e formazione, il gruppo è coodiretto da Marco Tamburini e dal chitarrista franco-gitano Christian Escoudé, autentica star del gypsy jazz, legato al trombettista emiliano da un sodalizio ormai pluriennale. Completa la formazione il contrabbassista Glauco Benedetti  affermato da diversi anni anche sulla scena europea.
Alle 23:30 la serata proseguirà nell’Hot Club Roma per una jam session che vedrà  protagonisti il gruppo “A La Santè De Django” il quale accompagnerà il pubblico in un piacevole viaggio tra i suoni e la musica di Django Reinhartd.
Per il programma completo e info: www.pennabillidjangofestival.com

Ecco un video del Trans Europe Trio, registrato a UdineJazz 2009:

Umbria Jazz Winter

Umbria Jazz Winter a Orvieto per la diciannovesima edizione: cinque giorni di musica (28 dicembre - 1° gennaio) e più di cento eventi per un appuntamento diventato ormai tradizionale nel panorama del jazz italiano. Il Festival si svolge secondo una formula consolidata e di successo, affinata nel corso degli anni e centrata sul connubio tra turismo e spettacolo di qualità, con il valore aggiunto dell’ospitalità di una delle più belle città dell’Umbria, ricca di storia e cultura. 
Il programma si muove tra collaborazioni inedite e progetti musicalmente innovativi, con l’intenzione di creare un giusto mix che possa essere apprezzato sia da appassionati e conoscitori del jazz, sia da spettatori non particolarmente avvezzi al linguaggio della musica afro-americana.
L’edizione invernale del Festival si è sempre dimostrata attenta alle contaminazioni tra diversi generi e ha sempre presentato progetti nuovi e inediti, facendosi laboratorio naturale per nuove esperienze musicali. 
Questa edizione non fa eccezione, con Michel Camilo, tra i più innovativi, e al contempo attenti alla tradizione, pianisti della scena latina, in duo con Danilo Rea, uno dei migliori prodotti della scena italiana: per entrambi anche esibizioni in solo, con l’italiano impegnato anche in trio, con Ellade Bandini e Ares Tavolazzi, in un tributo in chiave jazz alla musica dei Beatles.
In trio Gonzalo Rubalcaba, con Matthew Brewer e Marcus Gilmore: il pianista di origini cubane è capace di spaziare con naturalezza tra i più diversi generi, con una vena poetica sempre viva e vibrante.
Poesia come i Flamenco Sketches del pianista spagnolo Chano Dominguez, una rivisitazione originalissima di Kind of Blue di Miles Davis: progetto curioso e sorprendente, per una rilettura particolare di un capolavoro della musica del nostro secolo.
Curiosa anche la collaborazione tra Juan Pablo Jofre Romarion e i Solisti di Perugia: un tributo ad Astor Piazzolla e al suono del bandoneon, strumento fondamentale delle orchestre di tango.
Sempre in tema di contaminazione il Festival quest’anno apre i concerti al Teatro Mancinelli con il progetto Memorie di Adriano, Canzoni del clan di Celentano: con Peppe Servillo, Javier Girotto, Fabrizio Bosso, Furio Di Castri, Rita Marcotulli e Mattia Barbieri. L’ensemble guidato da Servillo, che negli ultimi anni si è cimentato con il repertorio di Franck Zappa e Domenico Modugno, propone ora il repertorio di un’icona della musica italiana.
Paolo Fresu e Gianluca Petrella danno libero sfogo alla loro creatività con diversi e non sempre ortodossi progetti: il trombettista sardo, oltre che in un quintetto standard, si presenta con Scores!, accompagnato dall’Alborada String Quartet, e con Crittograph, nel quale riunisce i due gruppi, in un lavoro realizzato con gli arrangiamenti del maestro Giulio Libano. Per lui anche una presenza da special guest nella Lydian Sound Orchestra.
Il trombonista pugliese è impegnato, oltre che in duo con il pianista umbro Giovanni Guidi, in settetto nell’omaggio a Nino Rota con Il Bidone, dove le atmosfere variano in una ricercata e incalzante alternanza fra il dolce e l'amaro: il Rota solare e allegro e quello più scuro e drammatico. Il Latin Mood è il prototipo di super gruppo messo su da Fabrizio BossoJavier Girotto, dove estetiche e approcci musicali così lontani si incontrano dando vita a un sound nuovo e coinvolgente.
Nel 2012 ricorrerà un anniversario importante, i trent’anni dalla morte di Thelonious Monk. Uno dei geni più singolari del XX secolo, personaggio surreale ed enigmatico, che ha sconcertato per i suoi comportamenti e la sua opera, ma capace di lasciare una eredità musicale forse non ancora del tutto scoperta.
Umbria Jazz Winter vuole ricordare Monk con un concerto proprio nel primo giorno del 2012, con il trio di Stan Tracey, classe 1926, figura di punta del jazz anglosassone, e la Lydian Sound Orchestra, per rivivere uno storico concerto, quello celeberrimo alla Town Hall di New York durante il quale, il 28 febbraio 1959, furono eseguite pagine da tempo entrate nella storia del jazz: Thelonious, Friday the 13th, Monk's Mood, Little Rootie Tootie, Off Minor, Crepuscule with Nellie.
Come ogni anno uno degli appuntamenti più amati dal pubblico è quello con la musica gospel, e siamo ai massimi livelli con The Harlem Jubilee Singers diretti da Gregory Hopkins, che tra anni fa a Orvieto furono protagonisti della riproposizione al pubblico dei Duke Ellington’s Sacred Concerts. Nel loro repertorio ritroviamo lo Spiritual delle origini della cultura afroamericana, il jazz e la musica classica, il tutto sapientemente diretto da Hopkins, che è anche direttore artistico dell’Harlem Opera Theater, centro culturale tra i più importanti degli USA per lo sviluppo e la promozione della musica gospel.
Esperienza imprescindibile con loro, e per loro, la messa della Pace in Duomo il giorno di Capodanno.

Kenny Barron su JazzSet

Il trio del pianista Kenny Barron è stato il protagonista dell'ultima puntata di JazzSet, la trasmissione della Npr condotta da Dee Dee Bridgewater.
La registrazione riprende un concerto che il trio, composto da Kenny Barron al piano, Kiyoshi Kitigawa al basso e Johnathan Blake alla batteria, tenne al Kennedy Center Terrace Theater di Washington il 2 ottobre 2009.

Ecco questo strepitoso concerto, di cui si può anche scaricare il podcast in formato Mp3:

Tom Harrell, Roy Hargrove e Stephane Belmondo su Tsf

Questa sera l'emittente francese TSF Jazz riproporrà dalla Grande Halle de la Villette un evento speciale, l'incontro di tre grandi nomi della tromba registrato al Villette Jazz Festival lo scorso 8 settembre: Tom Harrell, Roy Hargrove, e Stephane Belmondo.
Un vero triunvirato di trombettisti con tre differenti approcci allo strumento.
Hargrove è l'indomabile del gruppo, Harrell indossa il ruolo del felino, se l'anima avesse una voce, probabilmente questa avrebbe il suono di Harrell.
Belmondò è l'inventore di questo particolare progetto. La sua padronanza della tradizione americana non lo ha mai scoraggiato nel perseguimento di una propria voce.
Per accentuare ulteriormente la forza dell'assemblaggio di questi tre forti personalità, due altri giganti provvedono alla ritmica; il batterista Billy Hart e il pianista Kirk Lightsey.

Clicca qui, per ascoltare la registrazione di questo entusiasmante progetto a partire dalle ore 21.

Ecco un estratto del concerto:

Intervista a Sonny Rollins

Sul sito della CBSNews è stata pubblicata una intervista al leggendario Sonny Rollins che è diventato recentemente un Kennedy Center Honoree.

Ecco un estratto dell'intervista: 
"I loved music," he says. "I heard a lot of it when I was in the crib, almost. ... We used to listen to the Apollo theater and we used to hear all the big bands that came to New York. So I sort of imbibed a lot of music when I was a baby. And then, of course, I -- fell in love with the saxophone.
"As a child, I knew that I would be a prominent musician."
How did he know?
"I don't know. I loved the music so much, I think it just consumed me. And I knew that was going to be what I had to do in life."
By 19, Rollins was sharing the stage with his idols, playing New York's nightclub circuit.
What followed were the trappings of fast success and easy access to illegal drugs - a battle with drug abuse, and a stay in prison.
"It's a place that I don't wanna go back to. ... But it was an experience. It was a good experience. I mean, I can look back now and say it was a valuable experience, since I came out of it on top. But, of course, it was difficult."
Rollins says he emerged from prison with renewed purpose. He began playing festivals instead of clubs, before taking a break from it all.
For two years, Rollins stopped performing. Instead he took to rehearsing -- atop New York's Williamsburg Bridge where, he says, "You don't see a lot of foot traffic."
"It was a great experience," he recalls ... almost a religious experience."
Rollins' music has enjoyed seven decades of popularity, and he's long received critical praise, but awards came late in his career.
He won his first Grammy in 2000, for the album, "This Is What I Do."
His second came four years later. The album, "Without a Song," was inspired by the events of September 11th, 2001.
He heard the first plane.
"I was there," blocks away. "I was in (a) high-rise building. I had to be evacuated, walk down a lotta steps. And I was -- you know, we had to be -- bused to another area out of the zone. And I was really sort of mad in a way.
" ... Then I realized that this is the way life is. I don't know why. I don't know why this happens. I don't know why people kill each other, hate each other. But it's part of life. ... I don't know why. But it's part of the way the world is. So, I had to accept it. And that incident helped me to accept and learn a lot about life."
In March of this year, President Obama awarded Rollins the nation's highest honor for artstic excellence. He accepted with gratitude on "behalf of the gods of music."
And as a new Kennedy Center honoree, Rollins joined them.
Sonny Rollins carried the distinctive sound of American jazz into a new millennium, and has stirred a countless many to follow his path.
Is there no such thing as retiring from what he does, because retiring would be, like - dying?
"I think so. ... I think most people find that retirement doesn't work. ... Not for what ... I do. But even if you ... fairly like your job, not a lot, but you like it a little bit, if you retire, what are you going to do? Sit down and -- and just do nothing.
"And so, retirement is really a death knell for a lot of people, really. So, if you can work, if you can do what you do, do it.
"So, fortunately, at my advanced age, I'm still able to do it."
(leggi l'articolo integrale sul sito originale) 

In questo video si possono vedere alcune immagine tratte dalla cerimonia della consegna dei Kennedy Center Honoree:

Rassegna Jazzitalia 2012 a Gioia del Colle (Ba)

La seconda parte dell’Ottava stagione della “Rassegna Jazzitalia” del Jazz Club Ueffilo ha un respiro internazionale. Quattro tanto esclusivi quanto prestigiosi appuntamenti con la scena jazzistica mondiale, sempre con la direzione artistica di Marco Losavio e Alceste Ayroldi.
Spetta al jazzista italiano più conosciuto nel mondo Enrico Rava, con il suo progetto Tribe, aprire domenica 22 gennaio la sessione 2012 della rassegna. Il trombettista triestino presenterà il suo ultimo lavoro discografico da poco licenziato dall’ECM e già al centro dell’attenzione della critica musicale. Con Enrico Rava sul palco del Ueffilo ci saranno il trombonista Gianluca Petrella, Giovanni Guidi al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. Questo evento è in collaborazione con Officina del Jazz di Matera. 
Domenica 19 febbraio approderà una terna di fuoriclasse direttamente dagli States: Bill Carrothers Trio.
Il pianista di Minneapolis (che ha collaborato con Buddy DeFranco, Lee Konitz, Gary Peacock, Dewey Redman, Billy Higgins, Toots Thielemans, Dave Douglas) sarà affiancato dal contrabbassista Drew Gress (ha fatto parte dei gruppi di Ralph Alessi, Tim Berne, Uri Caine, Ravi Coltrane, Marc Copland, Fred Hersch, John Hollenbeck) e dal batterista Bill Stewart (che condivide progetti con Joe Lovano, Dave Holland, Pat Metheny, tra gli altri). Bill Carrothers e i suoi sodali presenteranno un eccellente tributo al leggendario trombettista Clifford Brown.
Ancora gli Stati Uniti di scena giovedì 22 marzo con un combo esplosivo e cult: Kenny Garrett 5tet. Il sassofonista di Detroit dividerà il palco con Benito Gonzales al pianoforte, Marcus Baylor alla batteria, Nat Reeves al contrabbasso e Rudy Bird alle percussioni. 
Kenny Garret a soli diciotto anni entra a far parte della Duke Ellington Orchestra diretta da Mercer Ellington. Di seguito, stabilitosi a New York, suona con le orchestre di Mel Lewis e Frank Foster. Nel 1984 registra il suo primo disco da leader per l’etichetta Criss Cross, con Woody Shaw, Mulgrew Miller, Nat Reeves e Tony Reedus. L’anno successivo incide per la Blue Note con il gruppo Out Of The Blue. Parallelamente lavora con Freddie Hubbard. Lascia l’OTB quando Art Blakey lo chiama; cinque mesi più tardi è ingaggiato da Miles Davis. Ha lavorato e inciso, oltre che con Miles Davis, anche con Pat Metheny, McCoy Tyner, Pharoah Sanders, Marcus Miller, Ron Carter, Herbie Hancock, Elvin Jones.
L’Ottava stagione della “Rassegna Jazzitalia” si chiude in bellezza e con un evento unico. Domenica 15 aprile il palco del club gioiese ospiterà un gruppo leggendario: Oregon
Ralph Towner (chitarra, pianoforte, synth, tromba), Paul McCandless (fiati), Glenn Moore (contrabbasso, violino, pianoforte) e Mark Walker (percussioni, sitar, tabla) hanno scritto alcune pagine importanti della musica contemporanea. Gli Oregon hanno influenzato negli anni Settanta numerosi musicisti proponendo una miscela di antiche musiche da camera occidentali e musiche tradizionali, in modo particolare orientali. Nel 1983 entra nel catalogo dell’ECM aprendo a nuovi strumenti elettronici, combinando le tastiere e le batterie elettroniche con gli strumenti acustici già utilizzati. 
Per informazioni: www.ueffilo.com/

Mario Rosini a Cerignola (Fg)

Docente di canto jazz in conservatorio e presidente della commissione artistica del premio “Mia Martini”, Mario Rosini è uno dei più raffinati jazzisti di Puglia. 
Nativo di Gioia del Colle è balzato sul grande schermo con il brano “Sei la vita mia”, secondo classificato al 54° Festival di Sanremo (2004). Vanta diverse collaborazioni con Rossana Casale, Edoardo De Crescenzo, Dirotta su Cuba, Iva Zanicchi e come supporter di Michael Bublè, Al Jarreau, Dionne Warwick, Bobby McFerrin e Gino Vannelli. Ha anche fatto la gavetta da turnista con Anna Oxa, Irene Grandi, Alex Britti, Mia Martini e Gino Vannelli.
Grazie all’impegno instancabile di Caterina Mandurino, manager e organizzatrice di eventi, Mario Rosini nella serata del 30 dicembre si esibirà a Cerignola, al Teatro Mercadante, accompagnato dalla D.Small Band con la voce di Mariella Pizzolo. La D.Small Band e’ un ottetto versatile. Piccola e grande allo stesso tempo, spazia dalle colonne sonore al jazz e la musica contemporanea, toccando tanti generi e periodi della musica con brani di Stevie Wonder, Michael Buble’, Sinatra e altri ancora. 
Fortunatamente un nuovo evento culturale a Cerignola che rischia però di passare in sordina, probabilmente perchè non si è pronti a distogliere lo sguardo dalle sagre con Gianni Celeste o forse perchè nel tempo nessuno ha educato la città ad altro che non sia intrattenimento.

domenica 25 dicembre 2011

Greensleeves Gospel Choir a Chiasso

Tutto pronto per "A Wonderful Christimas" lunedì 26 dicembre al Cinema Teatro di Chiasso alle 16:30.
Esiste un magico senso di continuità in tutta la storia della musica afroamericana in cui blues, jazz, gospel, rhythm'n'blues, soul, swing, funky e rap sono vasi comunicanti. Dai canti dei neri deportati dall'Africa al Nordamerica, convertiti al cristianesimo dai pastori protestanti, nascono i negro-spirituals, una fusione di work-song (canti di lavoro), spirituals dei bianchi e ballad irlandesi e scozzesi.
In questo contesto il Greensleeves Gospel Choir di Varese diretto dal maestro Fausto Caravati è uno dei più attivi e importanti gruppi gospel della Lombardia. Con i suoi venticinque coristi è in grado di proporre un vasto repertorio gospel che spazia in tutte le sue più variegate forme. Nel concerto "A Wonderful Christimas" preparato quest'anno in stretta collaborazione con la Chiasso Swing Orchestra, le due formazioni si incontrano riscoprendo le radici comuni delle musiche che eseguono nei loro abituali repertori.
Il direttore della Chiasso Swing Orchestra, maestro Paolo Corneo, presenterà per l'occasione inediti arrangiamenti per orchestra e coro di O Come Emmanuel, Rain On Us, Nothing Is Impossible e Souled Out. Il programma presenta tra gli altri anche brani classici come Amazing Grace e Go Tell It On The Mountain, immancabili brani natalizi, e brani per solo coro.
Per gli appassionati di questi generi musicali si tratta di un evento senza uguali, un tripudio di ritmo e di gioia, di energia e di vibrante emozione.
Un esercito di quasi cento coristi e strumentisti in un concerto strepitoso per un meraviglioso Natale.

Ed ecco un video del Greensleeves Gospel Choir:

Christmas Jazz

Christmas Jazz è una raccolta di dieci classiche canzoni natalizie, riproposte con originali arrangiamenti jazz.

Ecco questa divertente raccolta, tratta dal sito Soundcloud:

 

John Scofield "R & B" Quartet su RSI

Questa sera l'emittente Rete Due della Radio Svizzera Italiana, trasmetterà il concerto del John Scofield “R & B” Quartet, registrato a Chiasso il 22 settembre 2011.
John Scofield è considerato dalla critica, assieme a Pat Metheny e a Bill Frisell, uno dei “big three” della chitarra jazz contemporanea.
Nato in Ohio nel 1951, è arrivato alla notorietà internazionale nei primi anni Ottanta grazie alla collaborazione con Miles Davis. Prima di allora si era già fatto notare accanto a Gerry Mulligan e Chet Baker, Charles Mingus, Dave Liebman, Gary Burton e nel gruppo di Billy Cobham e George Duke. Grazie a Davis, proprio nel momento del rilancio del trombettista, Scofield è arrivato a piena maturazione instradandosi verso il jazz elettrico ma tornando comunque periodicamente ad atmosfere più acustiche e manifestando comunque sempre una precisa identità solistica dalle pronunciate inflessioni bluesy. Numerosi i dischi da lui incisi, ognuno dei quali sotteso da un preciso carattere progettuale. Ricordiamo quelli in trio, prima con Adam Nussbaum e Steve Swallow, poi con Bill Stewart e lo stesso Swallow; quelli in quartetto, sin dalla prima versione con Joe Lovano al sax tenore; quelli con il supergruppo Bass Desire con Frisell, Peter Erskine e Mark Johnson. Dopo una serie di pregevoli pubblicazioni per Gramavision, entra nella scuderia Blue Note e più di recente incide per Verve. Fra gli ultimi suoi progetti spiccano quello in omaggio a Ray Charles e un successivo nel quale ripercorre a suo modo un certo repertorio gospel insieme a musicisti dell’area di New Orleans.
Il personalissimo stile chitarristico di John Scofield si abbina in questo nuovo progetto con alcuni eccellenti musicisti della giovane scena rhythm & blues, per una serata a base di brani jazz originali e classici del soul e della black music. Nella formazione spicca innanzitutto il nome della star emergente Nigel Hall (già ascoltato in gruppi quali Soulive e Lettuce) alla voce e alle tastiere, poi il bassista Andy Hess (componente di The Black Crows e Govt. Mule, nonché del gruppo Uberjam dello stesso Scofield) e un drum master di New Orleans quale Terence Higgins (già nella Dirty Dozen Brass Band e nella Pietry Street Band di Scofield). Entusiasta di presentare Nigel Hall ad un nuovo pubblico, il chitarrista dice di lui: "E 'il cantante soul più entusiasmante che ho sentito dai tempi di Donny Hathaway ed è anche un gran bel pianista!"

Per ascoltare il concerto visita questo link, questa sera a partire dalle ore 20,00

Ecco un video del John Scofield "R & B" Quartet, registrato al New Morning di Parigi il 26-09-2011:

Christmas Time Is Here!

Auguri a tutti di Buon Natale!

sabato 24 dicembre 2011

Charles Lloyd with Keith Jarrett a "Jazz Casual" del 1968

Questo è un video straordinario, ripreso dalla trasmissione televisiva Jazz Casual del 1968,  presenta la formazione di Charles Lloyd, che negli anni tra il 1966-69 era uno dei gruppi jazz più popolari in circolazione.
Per l'occasione la formazione presenta il giovane genio del pianoforte Keith Jarrett che accompagna il leader Charles Lloyd, per l'occasione al tenore e flauto, Ron McClure al basso e il guru della batteria Jack DeJohnette.

Ecco il video della trasmissione:

Le migliori foto di concerti del 2011 per JazzWest.com

Il bel sito JazzWest.com dedicato a celebrare e promuovere la scena jazz della California del nord e della Bay Area di San Francisco, ha pubblicato una retrospettiva fotografica con alcune delle più belle foto riprese, durante i concerti vivo, dai più importanti fotografi della California.
Bobby Hutcherson, Herbie Hancock, Lizz Wright, Hiromi, Joshua Redman, Kenny Washington, Ruth Davies, Jason Lewis, Benny Green e Sonny Rollins sono solo alcuni dei personaggi ripresi in queste splendide foto.

Per vedere questa bella presentazione, visita questo link

Ritratto di Jason Lindner

Sul sito di Musica Jazz è stato pubblicato un interessante articolo sul pianista Jason Lindner.

Ecco un estratto dell'articolo: 
Lo stile: un focolaio di suoni elettroacustici alimentato da influenze world, sul quale soffia la storia del jazz. Tra l’enfatico e il composito, questa definizione si attaglia bene alla musica di Jason Lindner, pianista, tastierista, figlio legittimo dell’underground newyorkese. Conosciuto in Italia come sideman di Claudia Acuña, Omer Avital, Anat Cohen, del contrabbassista Avishai Cohen (si sa meno invece, del suo lavoro triennale con Meshell Ndegeocello), è stato una key figure dello Smalls anni Novanta, formatosi, come dice, "a suon di jam in club rumorosi e dance bar”. Dopo la big band condotta per oltre un decennio, Now Vs Now è un progetto diverso, teso a riassumere “molti anni di sperimentazione passati a suonare una musica orientata verso il funky, spesso in posti piccoli, con strumenti elettrici e tastiere”. Ed è proprio da quest'ultima tappa che parte il nostro racconto.
Now Vs Now è un gruppo nato per sottrazione, un quintetto diventato trio dopo le partenze del trombettista Avishai Cohen e di Baba Israel, rap artist cresciuto tra le file del Living Theatre (per trovare una testimonianza dell’insieme originario, bisogna tornare negli studi della Wbgo). 
Lindner aveva visto giusto quando dopo i fasti underground ottenuti con la big band, pensò a “un gruppo di piccola taglia; un bassista e un batterista con i quali crescere assieme”. Fedele alla propria causa, fatta di suoni elettrici e tante musiche diverse, cercava due musicisti che la sposassero appieno. La chimica fu immediata con Panagiotis Andreou, bassista di origine greca, uno che non s’inceppa mai sulle “Hot time signatures” (altresì dicasi: ritmi e tempi tosti), oltre a muoversi con agilità tra musiche balcaniche e cubane (“Anch’io me la cavo piuttosto bene con queste cose ma non come lui”). Lo seguì Mark Guiliana, complemento ideale, uomo nuovo delle pelli e vecchia conoscenza del leader, strumentista in bilico tra jazz e rock, beat in salsa Brooklyn e suoni mediterranei. Con tali ingredienti, a Lindner ci è voluto poco per trovare la giusta amalgama. “Now Vs Now” (Anzic, 2009) è un impasto di suoni e sonorità farcito di guests: dai membri originari, Cohen e Israel, a Kurt Rosenwinkel, fino alla Ndegeocello, che assieme a Bob Power ha curato la produzione del disco: “Hanno fatto un lavoro incredibile riuscendo combinare l’impatto del pop rock con l’interazione del jazz. Puoi ascoltarlo ad alto o basso volume, nella più scassata delle radio o nel migliore degli hifi, e suonerà comunque bene”.
Lindner ha fatto la scuola allo Smalls, un posto piccolo per gente che sarebbe diventata grande. Negli anni della cosiddetta Zero Tolerance, un’intera generazione di talenti fece di questo club nel Village il proprio riparo: “Fu un periodo davvero speciale. C'erano jam fino a notte fonda e gli incontri erano favoriti da una gestione amicale. Al club non c’era una vera a propria cucina, ma un retrobbottega dove noi musicisti parlavamo, a volte fumavamo… Vivevamo lì ed è stato così per anni. Qualcheduno aveva persino le chiavi”. Il segreto dello Smalls stava nella pacifica convivenza tra “vecchio e nuovo”, due generazioni legate da un mutuo rapporto di dare e avere: “Da un lato c’erano i grandi vecchi: Jimmy Lovelace, Herman Foster, Frank Hewitt, Frank Gant, Tommy Turrentine, Junior Cook e via dicendo; e dall’altro noi giovani: Avital, Brad Mehldau, Kurt Rosenwinkel, Peter Bernstein, Jeff Ballard, Ned Goold, Myron Walden, Guillermo Klein, Magali Souriau. Eravamo come studenti e professori: loro volevano ascoltare qualcosa di nuovo, e noi imparare i segreti del bop”. Allo Smalls aveva due strumenti: un pianoforte chiuso in una cella frigorifera (“Era orribile, sempre scordato”) e, a partire dal 1995, la propria big band: “venti ragazzi tenuti insieme con tenacia” ricorda Ballard, “Jason dava a tutti la chance di poter suonare”. Corea pescò a piene mani in quel bacino di talento. Ne tirò fuori qualche pezzo degli Origin (il contrabbassista Cohen, come Ballard, di tanto in tanto circolava allo Smalls) e non perse l'opportunità di produrre “Premonition” (Stretch, 2000), primo disco dell'ensemble di Lindner e base di lancio per l'avventura con la big band.....
(continua a leggere l'articolo sul sito originario).

Ecco un bellissimo video di Jason Lindner & Anat Cohen, che suonano dal vivo J Blues, il 18 agosto 2011:

The Jack Walrath Group Live at Smalls

Jack Walrath ha iniziato a suonare la tromba all'eta' di 9 anni nel 1955, quando abitava a Edgar nel Montana, una cittadina di appena 100 abitanti, quasi una ghost town!. Nel 1964 dopo il diploma alla Joliet, MT. Highschool, ha frequentato il Berklee College of Music diplomandosi nel 1968. 
Il suo talento gli ha permesso, nel corso della prestigiosa carriera che ne segui', di collaborare con Charles Mingus, Ray Charles, Muhal Richard Abrams, Ricky Ford, Sam Rivers, Joe Morello, Charlie Persip, Miles Davis, Quincey Jones, Ray Anderson, Craig Harris, Pete LaRoca, Mike Longo, Elvis Costello, Motown, Larry Willis, George Gruntz, Paul Jeffrey, Gunther Schuller, Hal Galper, the Monk Tentet, Bobby Watson. Fin dal 1965 apparso sia come leader sia come sideman, in lavori cinematografici, telvisivi e radiofonici. 
Ha realizzato ben 22 albums come leader e ha partecipato a innumerevoli sessions come ospite (Mingus, Abrams, Persip, Davis, Lou Rawls, Richie Cole, Ricky Ford, the Jazz Tribe, Joe Lovano, the WDR Big Band, Jamaaladeen Tacuma e Gruntz per nominarne alcuni). 
Walrath ha scritto composizioni e arrangiamenti per Mingus, Red Rodney, Ira Sullivan, Cecil Brooks III, the Brooklyn Symphony Orchestra, WDR, NDR, UMO Orchestra, Catania City Jazz Orchestra, Charli Persip Superband e la Upper Austrian Jazz Orchestra, esibendosi anche come guest star in molte di queste formazioni. 
Jack Walrath e' stato autore di colonne sonore per films come “Homicide: Life On The Street" e il Bill Cosby NBC Mystery Movie. Oltre alla leadership dei suoi gruppi, Walrath ha diretto anche la Mingus Dinasty e la Charles Mingus Big Band . Ha diretto l'opera di Mingus “Epitaph" con la Tucson Jazz Society. Negli ultimi anni stato in tour con la Masters of Suspense, con Ray Anderson, Larry Willis, George Gruntz e Sam Rivers. 
Ha scritto anche articoli per Downbeat e per la Music Review, mentre stato il colonnista per un anno e mezzo dell' International Musician And Recording World. Sta scrivendo un libro di memorie, sulle tecniche musicali e sui dischi di riferimento per i musicisti, ma che sono stati dimenticati dalla critica. In questo libro narra anche la sua esperienza con Mingus durante gli ultimi quattro anni della vita del grande contrabbassista. 
Jack Walrath ha ricevuto premi dal National Endowment For The Arts, l'Aaron Copland Composition Grant e dal Mary Flagler Cary Trust. Ha scritto composizioni e arrangiamenti per ogni organico possibile, dall'orchestra sinfonica al piano solo. Ha tenuto seminari in Italia, Spagna, Portogallo, Giappone, Israele, Finlandia; negli states al LaGuardia High School, alla Manhattan School of Music, e alla New School for Social Research. 
Il suo album Blue Note, “Master of Suspense" ha ottenuto la nomination per il Grammy.

La formazione di questo grande trombettista, con Abraham Burton al sax tenore, Orrin Evans al piano, Boris Kozlov al basso e Donald Edwards alla batteria, è stato ospite del club newyorkese Smalls, lo scorso 6 ottobre, per uno strepitoso concerto.
A questo link è possibile ascoltare in streaming questo concerto.

Ecco un video di questo strepitoso quintetto registrato dal vivo al Moody Jazz Cafè di Foggia il 16/03/2009:

venerdì 23 dicembre 2011

Lara Iacovini a Piacenza

Questa sera al "Milestone" di Piacenza, per la rassegna "I Venerdì del Jazz", una chiusura d'anno davvero spumeggiante, con alcuni dei più bei nomi del jazz italiano. Di scena un quartetto guidato da Lara Iacovini alla voce, con Andrea Dulbecco al vibrafono, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Franco D'Auria alla batteria, che presentano il loro ultimo CD 'S Wonderful. Il concerto inizierà alle ore 22.30
Un'originale rilettura dei classici di George Gershwin e Stevie Wonder è il tema del concerto di questa serata e del recente CD uscito a nome di Lara Iacovini, giovane ma già affermata cantante bresciana; insieme a lei compariranno sul palco del Milestone anche Riccardo Fioravanti (contrabbasso), Andrea Dulbecco (vibrafono) e Francesco D'Auria (percussioni). Il progetto 'S Wonderful, ideato e arrangiato da Riccardo Fioravanti, è ispirato ai classici dei due famosissimi compositori: l'idea è quella di riadattare in chiave jazz i brani più popolari di Stevie Wonder, da "You Are The Sunshine of My Life", "I Wish" o "Master Blaster", al più recente "Sweetest Somebody I Know", reinterpretando, di contro, i brani di George Gershwin in chiave pop, soul, funk e R'n'B.
«Rileggere il repertorio di George Gershwin e Stevie Wonder - affermano i musicisti - significava per noi rapportarci alle pietre miliari della storia del jazz e del pop, rischiando, forse, di perderci. Da dove iniziare, allora, se non da quella prima intuizione che ti fa sentire in perfetta sintonia con il mood di chi ascolti? Dapprima istintivamente, via via in modo sempre più razionale, il materiale sonoro è stato rielaborato, ma in consonanza con l'idea iniziale, quella di scambiare gli stili tra i due compositori».
Lara Iacovini è nata a Iseo e ha studiato pianoforte classico al Conservatorio S. Cecilia di Roma, conseguendo il diploma di compimento inferiore e, nel 1998, ha conseguito il Diploma di compimento inferiore di canto lirico al Conservatorio Luca Marenzio di Brescia. E' laureata in Lettere moderne all'Università La Sapienza di Roma. E' laureata al triennio sperimentale di jazz del Conservatorio "F. E. Dall'Abaco" di Verona, diretto dal Maestro Roberto Rossi. Attualmente insegna Canto Jazz al Conservatorio "Ghedini" di Cuneo. Da diversi anni è attiva come cantante jazz in formazioni con musicisti come Mauro Sereno, Lino Franceschetti, Valerio Abeni, Antonio Prencipe, Angelo Peli, Roberto Soggetti, Sergio Mazzei e con l'E.S.P. trio di Attilio Zanchi, Roberto Cipelli e Gianni Cazzola. Nell'estate 2007 ha vinto una borsa di studio ai seminari di ArquatoJazz.
Per informazioni: www.piacenzajazzclub.it

Questo bel video di Lara Iacovini, è tratto da un concerto all'Iseo Jazz 2009, dove presenta una versione di Just Friends, con un gran quintetto con Riccardo Fioravanti al contrabbasso, Giovanni Falzone alla tromba, Mario Rusca al piano e Stefano Bagnoli alla batteria:

Nicholas Payton e la sua idea che il jazz è morto

Nicholas Payton oltre ad essere un eccellente trombettista, è anche un pungente polemista; il suo blog è continuamente fonte di discussione e di polemiche, anche accese, all'interno del panorama jazzistico americano.
Ultimamente la polemica ha riguardato un suo post, intitolato On Why Jazz Isn’t Cool Anymore, che annunciava la fine del jazz: 
Jazz died in 1959.
There maybe cool individuals who say they play Jazz, but ain’t shit cool about Jazz as a whole.
Jazz died when cool stopped being hip.
Jazz was a limited idea to begin with.
Jazz is a label that was forced upon the musicians.
The musicians should’ve never accepted that idea.
Jazz ain’t shit.
Jazz is incestuous.
Jazz separated itself from American popular music.
Big mistake.
The music never recovered.
Ornette tried to save Jazz from itself by taking the music back to its New Orleanian roots, but his efforts were too esoteric......

In un suo post successivo lo stesso Payton spiegava:
Let me make one thing clear.? I am not dissing an art form.  I am dissing the name, Jazz.? Just like being called Nigger affected how Black people felt about themselves at one time, I believe the term “JAZZ” affects the style of playing. I am not a Nigger and I am not a Jazz musician.
What do Duke Ellington, Miles Davis, Max Roach, Abbey Lincoln, Rahsaan Roland Kirk, Gary Bartz and myself share in common? A disdain for Jazz. I am reintroducing a talk to the table of a conversation that my ancestors wanted to have a long time ago. It is on their shoulders that I stand.
”Jazz” is an oppressive colonialist slave term and I want no parts of it. If Jazz wasn’t a slave, why did Ornette try to free it? Jazz is not music, it is an idea that hasn’t served any of us well. It saddens me most that some of my friends can’t see that. Some of y’all who know me and I’ve even employed, stood on the bandstand with, know how important tradition is to me. My work speaks to that.....
When Black American Music became “JAZZ”,  it separated itself from the American popular music idiom. I’m just trying to take it back to its roots. American popular music has been separated from its root (what you call Jazz) and, as a result, all of the branches of the tree are dying. American music is dying and I’m trying to help save it. Turn on the radio, if you don’t believe me. How many Jazz records that have come out in the last 5 years that you’ve really loved?.....
I am Nicholas Payton and I play Black American Music.

Un altro eccellente trombettista, Jeremy Pelt, sul suo blog, ha dissentito da questa visione di Payton ed in un recente post intitolato "Jazz" ain't never hurt me... ha argomentato:
There are many words in our ("our" = BLACK) history that have a negative association. The very obvious word that we foolishly throw around, and actively celebrate is "NIGGER", which has also become to be known as "NIGGA" (admittedly, I've been guilty of using the epithet on various occasions). Of the few words that serve as a blemish on the collective CV of Black culture, there has only been one that has gone from negative to positive in a very big way, and that word is "JAZZ" . Gone are the days where Jazz was played in whorehouses (sheeeiit, don't no ho's wanna hear no JAZZ while they on their J-O-B ! This is 2011 !). Rather, in a relatively short period of time, JAZZ went from those whorehouses to be a music that was/is widely respected all over the world ! Nicholas, as well as I and a whole host of musicians have traveled extensively all over the world and have gone to some places where one would not expect to hear Jazz, yet it's there. So, herein, is my point:
Why are we mad at the word "JAZZ" now ? Doesn't it seem like it's a bit too late to be rehashing this decades old argument ? The way I see it, in the music business PERIOD, you're LUCKY if you can make a living off of just playing your instrument. Over the past almost 15 years that I've been active on the scene, JAZZ has afforded me the opportunity to travel all over the world to the greatest destinations, buy thousand dollar suits and shoes, release my own CD's with my own compositions, blow an afternoon off just people watching whilst drinking a whole bottle of Sancerre on a sidewalk cafe, own property, and most importantly raise a family. Which is where I take issue with Miles, et al. Because, while they might've hated the word, they SHO 'NUFF enjoyed the fame and riches it brought them. Miles was KNIGHTED for christ sakes ! Jackie McLean started one of the best JAZZ programs in the country (Shout out to Hartt School of Music!)
That the word "JAZZ" at one time had a negative association is not relevant to me in 2011, almost 2012, when I've got bills and health insurance to think about. That someone wants to pay me, and fly me all over the world to provide their audience with 75 minutes of music that THEY'VE come to know and revere as "JAZZ" carries more weight to me......

Naturalmente la risposta di Payton non si è fatta attendere e in suo successivo post, intitolato An Open Letter To Jeremy Pelt, ha duramente rimbeccato il suo collega:
I don’t agree with your claim at all that “JA**” is the only epithet Whites have hurled at Blacks of which we’ve changed into something positive. Any perceived positivity is merely an illusion. I believe that dirty “J” word to be even more offensive than Nigger. At least when a White man calls you a Nigger, it’s honest racism. As evidenced by all the hostility that has come to light, the “J” word is the White man’s politically correct version of the “N” word. If what I was saying didn’t ring true, it wouldn’t be upsetting folks. I have rung the bell that has disrupted people’s slumber. The alarm has sounded. Wake up!
You say that the music has transcended the whorehouse like that is a good thing. “JiveASS” musicians are so uptight. It’s killing the music. Sex is the life force. I don’t have a problem with whorehouses and I certainly wouldn’t have a problem with my music being played in places where people fucked. That’s basically the point of pretty much all the music I write and play. I aim to create music that puts people in touch with their sensuality and inspires them to be intimate.
You say the music went from the whorehouses to be a music that went on to be widely respected all over the world. Are you suggesting that when the music was in New Orleans it had a reputation of ill repute? Just for your information. This music wasn’t only played in the parlors and whorehouses. There has been a tradition of brass bands that have played Black American Music dating as far back as the late 1800s, long before anybody was even thinking about that dirty 4-letter word, “JA**.”.....
Jeremy you say, “Why are we mad at the word JA** now?”, is just code for, “Why we mad at Massa now? We’s lucky to be here on dis plantation. He feed us e’byday and only beat us if we gets too big for our britches. Naw, you go ahead. Imma stay right here in Mammy’s busom.”
Calling your music “JA**” is like saying Nigger music. It’s an idea that glorifies poverty and romanticizes martyrdom. The “JA**” idea is only beneficial to an elite few. In “JA**” you’re sold the idea to be grateful for what little you have. Don’t make any waves because you’ve got bills to pay and mouths to feed. Well, you can keep your $1,000 suits and shoes, I rather keep my dignity, thank you very much..... 

La polemica è aperta, vedremo come andrà a finire!